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Vernissage


Prato

Il «Pecci» riparte in astronave

Il museo riapre dopo dieci anni di lavori. Ampliato e ristrutturato, è uno spettacolare edificio, spiega il direttore Cavallucci, «dotato all’interno di spazi a misura di artisti, curatori e visitatori»

 Henrique Oliveira, Transarquitetonica, 2014, San Paolo, Museu de Arte Contemporânea. Foto: Everton Ballardin

Prato. Annunciato e tanto atteso, il Centro Luigi Pecci per l’Arte contemporanea di Prato si apre al pubblico il 16 ottobre, ampliato e ristrutturato nelle sue vecchie strutture. Avviati nel 2007 sotto la direzione di Marco Bazzini, i lavori giungono ora in porto grazie alla guida di Fabio Cavallucci. «Diciamo la verità: siamo l’unico museo del contemporaneo che apre in questo decennio in Italia, e uno dei pochi in Europa. Un bel messaggio di ottimismo e di fiducia nelle possibilità e nelle prospettive dell’arte contemporanea in una fase di finanziamenti pubblici sempre più ridotti». Cavallucci si mostra orgoglioso per la conclusione di lavori che si sono protratti molto più di quanto prevedibile, in anni difficili di cambi di amministrazione, ritardi nei cantieri e qualche dubbio sul ruolo di Prato come possibile capitale del contemporaneo. Invece tutto pare concluso al meglio e l’intera città si prepara ai festeggiamenti, con molti eventi connessi al «Grand Opening». Il Pecci, intanto, è stato riconosciuto ufficialmente dalla Regione Toscana nella sua funzione pubblica di «polo artistico contemporaneo regionale», responsabile del coordinamento del contemporaneo nel territorio grazie anche alla nuova governance affidata alla Fondazione per le Arti contemporanee in Toscana (istituita dal Comune e sostenuta dalla Regione). Ma riaprire, nel 2016, un centro così ambizioso, votato ad affrontare le «diverse contemporaneità» toccando anche cinema, musica, performing art, architettura, design, moda e letteratura, impone una domanda precisa e risposte ancora più stringenti e importanti: che cos’è l’arte contemporanea oggi? A chi può e deve rivolgersi? Tutti aspetti ben chiari a Cavallucci: «Credo che un centro come il nostro non possa che partire dalla “ricerca”. È necessario ridare un’identità forte all’intero settore dell’arte contemporanea, al di là e oltre il ruolo del collezionismo privato, pur benemerito ma che appare inevitabilmente elitario. Dobbiamo recuperare l’interesse del pubblico per l’arte a lui contemporanea e l’interconnessione con la società. E questo obiettivo può essere raggiunto soltanto attraverso una mission definita: la ricerca, appunto, la sola capace di porre domande importanti e necessarie e di fornire risposte che appaghino le attese della collettività». Fondato nel 1988 su iniziativa dell’imprenditore Enrico Pecci come primo «centro» dedicato all’arte contemporanea in Italia (il museo del Castello di Rivoli si era da poco aperto, nel 1985), il Pecci da subito ha mostrato una vocazione originale per l’Italia, in cui le attività espositive (mostre panoramiche di taglio geografico o tematico, monografiche su protagonisti nazionali e internazionali ma anche indagini su diversi linguaggi e media contemporanei) sono state affiancate e integrate dall’attività del Cid/Arti Visive (la biblioteca specializzata sull’arte e sull’architettura contemporanea composta da circa 50mila volumi), dal Dipartimento Educazione, con la didattica sperimentale di Bruno Munari, e dalla sezione «Avvenimenti» con i suoi appuntamenti di cinema, video, musica nell’auditorium, nel teatro all’aperto o nel territorio provinciale di Prato. Questa apertura multidisciplinare è confermata e ulteriormente rafforzata, oggi, dai nuovi spazi previsti dal progetto di rilancio, commissionato nel 2006 dalla famiglia Pecci a Maurice Nio e costato 14,4 milioni di euro. L’architetto olandese ha realizzato un «oggetto scultoreo» e di grande suggestione, che si configura insieme come nuovo ingresso alla città e fulcro urbano dalla spiccata forza iconica. In un gioco di masse e luci, trasparenze e opacità, leggerezza e gravità, sinuosità concave e convesse, il grande anello metallico abbraccia l’edificio preesistente, la «fabbrica di cultura» ideata dal fiorentino Italo Gamberini ispirandosi alle architetture produttive che caratterizzano il territorio pratese. Una fabbrica postmoderna che già trent’anni fa integrava il museo con la «piazza umanistica» e con il teatro classico, ed esponeva parte della collezione en plein air nello spazio verde ora riqualificato. «Rispetto alla configurazione meccanica della struttura preesistente (oggi restaurata, Ndr), chiarisce Nio, il mio intervento è nel segno delle forme fluide e sognanti. Circondo Gamberini, lo sfioro ma soltanto quando è necessario». Insieme dichiarazione di intenti e programma architettonico, «Sensing the Waves» è il nome evocativo con cui Nio ha battezzato il suo progetto: un’antenna (come quella, sghemba, che si proietta in alto, sopra il corpo metallico) o forse un sensore, capace di intercettare e restituire le più diverse emergenze creative e le forme della produzione artistica elaborata dal territorio. O, ancora, un’astronave, una luna, un colossale «piercing». «Al suo interno, spiega Cavallucci, è perfettamente a misura di pubblico e di curatori, accogliente e adatto ad allestimenti diversificati e flessibili». Insieme estensione e raccordo, il nuovo corpo di fabbrica raddoppia l’edificio originario, grazie a quasi 8mila metri quadrati distribuiti su tre livelli: 5.170 metri quadrati al piano seminterrato, 825 al piano terreno per l’accoglienza del pubblico e 1.820 al primo piano per le attività espositive. Il suo obiettivo è soprattutto di integrare e riorganizzare la distribuzione dei percorsi di visita, moltiplicando le possibilità di esposizione delle opere e di fruizione da parte del pubblico, all’interno di un percorso continuo che attraversa gli ambienti vecchi e nuovi senza soluzione di continuità. Qui «potranno essere allestite due, tre o anche quattro mostre contemporaneamente, anche se siamo ancora in attesa di definire il budget», anticipa il direttore Cavallucci. Negli stessi spazi potrà in futuro essere accolta, secondo linee tematiche di volta in volta individuate, una selezione della collezione di oltre mille opere finora perlopiù confinata nei depositi: da Anish Kapoor a Jan Fabre, da Jannis Kounellis a Sol LeWitt, dall’Arte povera alla Transavanguardia, dalla Poesia Concreta e Visiva all’Architettura radicale, è composta in prevalenza di sculture, installazioni e ambienti, dipinti, fotografie e opere video, realizzati dagli anni Cinquanta a oggi e acquisiti soprattutto in occasione delle mostre. Per l’inaugurazione tutte le sale saranno invase dalla mostra «La fine del mondo», a cura dello stesso direttore con la collaborazione, oltre che del team interno, di advisor internazionali come Antonia Alampi, Luca Barni, Myriam Ben Salah, Marco Brizzi, Lorenzo Bruni, Jota Castro, Wlodek Goldkorn, Katia Krupennikova, Morad Montazami, Giulia Poli, Luisa Santacesaria, Monika Szewczyk e Pier Luigi Tazzi. Attraverso le opere di oltre 50 artiste e artisti internazionali e con un allestimento che si estenderà sugli oltre 3mila metri quadrati del museo, la mostra, aperta fino al 19 marzo 2017, si configura come una specie di «esercizio della distanza, che spinge a vedere il nostro presente da lontano, chiarisce Cavallucci. Non la rappresentazione di un futuro catastrofico imminente, ma insieme presa di coscienza della condizione di incertezza in cui versa il nostro mondo e riflessione sugli scenari che ci circondano». Si alternano installazioni e dipinti, video, musica, architettura e danza, Thomas Hirschhorn e la cantante Björk, Jimmie Durham e i cinesi Qiu Zhijie e Cai Guo-Qiang, Duchamp, Picasso, Boccioni e i giovani artisti dal Nord Africa, dal Medio Oriente e dall’Est Europa. Per confermare il carattere di versatilità del Pecci, la sua volontà e capacità di essere luogo di sperimentazione e ricerca, Cavallucci annuncia che «il centro sarà aperto la sera per parlare con tutti coloro che verranno a seguire gli spettacoli di musica, teatro e danza, le proiezioni cinematografiche, le lezioni e i dibattiti». Intanto il «Journal» online è ormai un attivo luogo di confronto sulle varie sfaccettature della contemporaneità, con collaborazioni che spaziano dalla filosofia alla scienza e interventi, tra gli altri, di Paco Ignacio Taibo II, Pascal Gielen e Noam Chomsky. E il nuovo sito internet si presenta in tre lingue: italiano, inglese e cinese.

di Alessandro Martini, da Il Giornale dell'Arte numero 368, ottobre 2016


  • Fabio Cavallucci, direttore del Centro Pecci di Prato. Foto di Ivan D'Alì
  • “Sensing the waves”, la nuova ala del Centro Pecci progettata da Maurice Nio. Foto: Mario Gianni

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