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Dalla Libia alla Calabria: i saccheggi dell'Isis nelle mani della 'ndrangheta

I reperti antichi usati come merce di scambio per ottenere armi in arrivo dall'Europa dell'Est

Lo scorso dicembre l'Icom, International Council of Museum, aveva presentato all'Institut du Monde Arabe di Parigi una «lista rossa» delle antichità libiche a rischio a causa della guerra civile

Gioia Tauro (Reggio Calabria).  Sessantamila euro per una testa di statua razziata: un reportage de La Stampa rivela l’esistenza di un asse Isis- 'ndrangheta, che collega la Libia alla Calabria. Base dello smistamento dei reperti archeologici saccheggiati in Libia e nel vicino Oriente è il porto di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, peraltro da anni ormai tradizionale crocevia dei grandi traffici internazionali di stupefacenti.
Il giornalista Domenico Quirico si finge un ricco collezionista torinese per incontrare un venditore trafficante che gli mostra, oltre alla testa, proveniente dall’antica Leptis Magna, altri preziosi reperti da Cirene e Sabrata. Le opere più ponderose vengono mostrate in foto, come una ciclopica testa di una divinità greca da un milione di euro, ma verrebbe data via per 800mila. Il luogo per prendere visione dei reperti e trattare il prezzo è una macelleria. L’arte antica è merce di scambio con armi che «arrivano dalla Moldavia e dall'Ucraina attraverso la mafia russa». Ci sarebbe anche una pista che farebbe ritenere che il traffico di reperti sarebbe diretto dal Kgb. Mediatori e venditori appartengono alle famiglie della 'ndrangheta di Lamezia e alla camorra campana. Il trasporto dei reperti «è assicurato dalla criminalità cinese con le loro innumerevoli navi e container».
Emerge pure una rete di specialisti corrotti: al giornalista-acquirente viene detto che per concludere un certo affare «deve venire con una persona che ne capisce… un archeologo», e anche «l’emissario della Famiglia calabrese parla con proprietà di epoche storiche classiche, di marchi di scultori e di vasai. È abile, mescola agli oggetti libici anche altri reperti prelevati clandestinamente in necropoli greche in Italia».

Abbiamo chiesto di commentare per noi la notizia all'ex pm Silvio Raffiotta, titolare delle più importanti inchieste sui traffici illegali di reperti archeologici diretti attraverso la Svizzera negli Stati Uniti, su tutti, la Venere di Morgantina al Getty e gli Argenti al Met. «In passato il traffico internazionale erano i reperti provenienti da scavi clandestini, il centro di smistamento e di riciclaggio era la Svizzera e gli acquirenti erano i grandi musei americani». «Ora, ci dice, è cambiato tutto: gli scavi clandestini su larga scala sono in esaurimento e oggetto del commercio internazionale sono i reperti già noti e pubblicati provenienti dai siti mediorentali e nordafricani saccheggiati dall'Isis. I destinatari di tali reperti, ovviamente, non sono né saranno i grandi musei stranieri occidentali, che non comprerebbero mai opere con tale provenienza certa a rischio di restituzione, oltre al problema morale che essi pongono. Gli acquirenti li troveranno in Cina, in Giappone, negli Emirati, e saranno perlopiù collezionisti privati e non istituzioni culturali di rilevanza pubblica. Sarà difficile contrastare questo nuovo mercato, in ordine al quale siamo impreparati. Che la Calabria e segnatamente Gioia Tauro sia stata scelta come area di libero scambio per questo nuovo commercio non mi meraviglia, perché in Calabria il controllo della mafia locale è totalizzante e il porto di Gioia Tauro per anni è stato una zona franca per ogni tipo di scambio criminale (armi, droga ecc.)».

L’Isis, ma non solo. In Siria, con una guerra civile iniziata nel marzo 2011, «non è solo l’Isis a distruggere o saccheggiare», come testimonia Cheikhmous Ali, ricercatore presso l’Università di Strasburgo, nato in Siria, e che dirige l’Association for the Protection of Syrian Archaeology (Aspa): «dei sei siti patrimonio dell’Umanità, tutti colpiti in diverso grado, solo Palmira era sotto il controllo dell’Isis, e solo per poco tempo. È importante spiegare che la città antica era stata già saccheggiata quando è stata occupata dall’esercito siriano» (Cfr. GdA, n. 361, feb. ‘16, p. 8).

In un dossier che Il Giornale dell’Arte ha realizzato per una conferenza di Legambiente si approfondiscono i temi del rischio a cui il patrimonio è sottoposto nel Mediterraneo e un progetto pionieristico con cui la Sicilia nove anni fa si era ritagliata un ruolo di leadership per la sua protezione.

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di Silvia Mazza, edizione online, 17 ottobre 2016



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