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Mostre


Camaleontica Artemisia

Francesca Baldassari, curatrice della mostra romana a Palazzo Braschi: ecco la «vera» Gentileschi

«Aurora» di Artemisia Gentileschi, collezione Alessandra Masu

Roma. Dal 29 novembre all’8 maggio  Palazzo Braschi presenta la mostra «Artemisia e i suoi» a cura di Francesca Baldassari, che firma anche il catalogo Skira, Judy Mann, che quindici anni fa sempre a Roma curò la sezione dedicata alla pittrice nella mostra di Palazzo Venezia che la affiancava al padre Orazio, e Nicola Spinosa.

Ci si domanda perché a soli cinque anni dalla mostra di Milano e Parigi («Artemisia Gentileschi. Storia di una passione», curata da Roberto Contini e Francesco Solinas, Ndr) si senta il bisogno di tornare su questa figura, pur innegabilmente affascinante e brava, tanto da ispirare biografie romanzate di successo come Artemisia di Alexandra Lapierre e La passione di Artemisia di Susan Vreeland, oltre, naturalmente, al libro di Anna Banti. Fascino che senz’altro deriva da una storia travagliata, una personalità energica, una continua tensione tra vita e opera (a partire dal famoso stupro di Agostino Tassi, collega del padre e suo maestro), dai tanti spostamenti: Roma, dove nasce nel 1593 e impara l’arte, Firenze dove vive novella sposa per circa otto anni, Venezia dove si trasferisce per tre anni forse per amore ma da cui fugge nel 1630 a causa della peste, Napoli dove trascorre l’ultima, lunga e proficua fase della carriera, Londra per assistere il padre malato.

La mostra conta 40 opere autografe e oltre 60 di artisti in debito o in credito con lei: Orazio Gentileschi, Cagnacci, Vouet, Baglione a Roma, Allori, Furini, Martinelli a Firenze, Ribera, Stanzione, Cavallino a Napoli, tra i tanti. Abbiamo intervistato Francesca Baldassari.
Perché una nuova mostra dopo quella tenutasi a Milano nel 2011?
Quella di Palazzo Reale era filologicamente debolissima, presentava opere non autografe. Ha rappresentato un passo indietro negli studi, con tele di donne scollacciate e sante attribuite a lei senza guardare alla qualità stilistica, ma solo puntando sulle vicende biografiche, sullo stupro.
Questa invece?
Presenta solo autografi, quadri documentati, stilisticamente sicuri, alcuni addirittura firmati, e non mancano novità e inediti. Cerchiamo di ricostruire la carriera stilistica di questa pittrice, certamente una donna camaleontica con una vita avventurosa, che prendeva e dava in ogni città in cui si fermava. Per questo, oltre alle sue opere, ci sono quelle dei pittori in contatto con lei. Per la prima volta si studia il suo stile e non la biografia, che sicuramente ha inciso ma che non è tutto. Non dico che non sia fondamentale. Ci sono state grandi scoperte: Francesco Solinas ha trovato tutte le lettere di lei all’amante, ma sono particolari piccanti che distolgono l’attenzione dalla sua pittura, che qui vogliamo rimettere al centro.
Quali novità sono emerse?
Forse la maggiore riguarda la «Giuditta» di Capodimonte, identificabile con un’opera realizzata per Laura Corsi nel 1617, un punto fermo. Questo spiegherebbe la sua vicinanza alla «Giuditta» degli Uffizi del 1620-21. Laura Corsini era sposata a Jacopo Corsi, tra i personaggi più illustri della Firenze del tempo. Artemisia, patrocinata da Michelangelo Buonarroti e introdotta alla corte dei Medici, diventa una pittrice affermata. La «Giuditta» di Cristofano Allori della Palatina di Firenze, anch’essa in mostra, spiega questo cambiamento di stile, questo rendersi autonoma dal padre. Lei prende dai pittori fiorentini e accentua la sua rivendicazione di donna: in queste Giuditte c’è la volontà di vendetta di una donna oltraggiata. Sono d’accordo su questo risvolto psicologico, ma non sul basare tutta la ricostruzione della sua carriera su questo.
Siete riusciti ad attribuire qualche opera anche ai misteriosi anni veneziani?
Un quadro, forse due. Probabilmente l’«Ester e Assuero» di Capodimonte, attribuito al periodo napoletano, da spostare piuttosto a Venezia, per una ripresa dal Veronese. L’opera risente di Firenze e Venezia, se però l’ha dipinta a Napoli deve averlo fatto appena giunta in città. Poi c’è una «Medea che uccide i figli», di collezione privata, un inedito firmato Artemisia romana: dato che a Firenze la pittrice si firmava Lomi, il dipinto potrebbe essere stato eseguito a Venezia, per ricordare le sue origini. La cronologia in generale è difficile, il suo stile invece, camaleontico, dopo questa mostra è piuttosto evidente, a mio avviso.

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di Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 369, novembre 2016


  • Artemisia Gentileschi Ester e Assuero, 1626-29 ca. Olio su tela, 208,3×273,7 cm Lent by The Metropolitan Museum of Art, gift of Elinor Torrance Ingersoll, 1969 © The Metropolitan Museum of Art
  • Artemisia Gentileschi, «Giuditta taglia la testa di Oloferne», Olio su tela, 199x162,5 cm Gallerie degli Uffizi

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