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Musei


Messina, a 30 dalla prima pietra «varato» (in parte) il Museo Regionale Interdisciplinare. Senza Antonello

Fino a marzo una mostra ripercorre luoghi e miti del Mediterraneo. L'apertura integrale solo ad aprile 2017

Il nuovo Museo Regionale Interdisciplinare di Messina

Messina. Ad oltre trent’anni dalla posa della prima pietra (e a un secolo dalla prima ipotesi progettuale, quella di Francesco Valenti del 1916) il 9 dicembre scorso è stata inaugurata (parzialmente) la nuova sede del Museo Regionale Interdisciplinare di Messina. «Varata», per usare le parole della direttrice Caterina Di Giacomo, a sottolineare il dialogo col mare, su cui si affaccia la nuova struttura, contrassegnata dalle «vele», finestrature verticali aggettanti che scandiscono le facciate per tutta l’altezza, e una terrazza con vista mozzafiato sullo Stretto. Ma la metafora rimanda, anche, al settore subacqueo dell’importante sezione Archeologica, non presente nella precedente sede dell’ex Filanda Mellinghoff, alla quale è di fatto limitata l’apertura, in attesa di quella integrale nel prossimo aprile. E, aggiungiamo noi, metafora pure di un museo che lascia le secche di un’incredibile storia di indifferenza politica e inefficienza tecnica e amministrativa.
In tema è anche l’evento espositivo inaugurale, la mostra «Mediterraneo. Luoghi e miti», a cura di Nicoletta Boschiero, fino al 5 marzo, con 100 opere in prestito dal Mart di Rovereto, allestite nella vecchia sede dell’ex Filanda Mellinghoff. Doveva essere «provvisoria», in attesa del nuovo museo di cui si iniziò a parlare fin da subito dopo il sisma del 1908. Tale è rimasta per oltre un secolo. Mille e cento mq destinati d’ora in poi solo a eventi temporanei, grazie a lavori di adeguamento (1.373.518 euro) avviati nel gennaio 2014 e conclusi nel marzo 2015.

L’apertura tra sezioni off limits e visite nel weekend
Grande assente del «varo» è stato proprio un messinese di peso: Antonello da Messina, di cui il museo possiede il «Polittico di San Gregorio», opera capitale nel percorso del Maestro del Quattrocento, tra le poche datata (1473) e firmata, e la tavoletta «bifronte» della «Madonna col Bambino e Francescano adorante ed Ecce Homo» (di recente esposta a Torino, cfr. ed. online, 26 apr. ’16), acquistata in un’asta a Londra nel 2003 dall’allora assessore Fabio Granata. La sezione a lui dedicata, infatti, resta ancora off limits fino all’apertura in primavera. Quando la visitammo nel 2011 (cfr. n. 315, dic. ’11, p. 40) non ci convinse la soluzione per ritagliare uno spazio a sé all’opera di Antonello, risolta in uno «chalet», nelle intenzioni dei progettisti dovrebbe suggerire una cappelletta lignea. Ma anche gli altri capolavori identificativi del museo, i due Caravaggio, «Adorazione dei pastori» e «Resurrezione di Lazzaro», nell’ala nord del primo livello, saranno visitabili solo nei fine settimana a cantiere in corso; insieme alla Sala dei caravaggeschi, con le tele appena restaurate di Rodriguez, «Cena in Emmaus» e «Incredulità di san Tommaso», e, per la prima volta, la grande tela dell’«Immacolata concezione e santi» di Mario Minniti. Questa nuova ala, con le sale del Manierismo (Polidoro, Allori, Guinaccia e Stefano Giordano, a cui si deve una splendida «Ultima Cena» recentemente restaurata e mai esposta prima), si qualifica anche per l’apertura scenografica della «piazza manierista» (che recupera un’intuizione di Scarpa) col Nettuno, che torna dopo decenni alla pubblica frizione, e la Scilla, appartenenti alla monumentale fontana eretta dal michelangiolesco Montorsoli nel 1557 alla Marina. La soluzione museografica d’effetto, intesa ad evocare una spazialità urbana, viene, però, indebolita e contraddetta dal forzato incastonamento di brani lapidei (seppur sempre montorsoliani) provenienti da perduti monumenti funebri, ossia da interni chiesastici. Non c’era altra soluzione in un museo al quale proprio gli spazi sono l’unica cosa che non mancano?

Punti di forza e debolezze del nuovo museo
Le dimensioni, 7.500 mq (4.476 espositivi, quadruplicati rispetto alla vecchia sede, e 3mila di depositi, caveau, uffici tecnici, biblioteca e archivi), sono sicuramente un punto di forza del nuovo museo, che insiste su un’area di oltre 17mila mq. Se non ci si limita alle superfici espositive interne, ma si considerano anche gli oltre 5mila mq di aree esterne in parte allestite e i 1.100 dell’ex Filanda, si conferma il secondo museo più grande del Meridione dopo Capodimonte (non riescono a scalzarlo new entry come Palazzo Arnone a Cosenza, con i suoi 8mila mq e il nuovo Museo Nazionale di Reggio Calabria con i suoi 9.300 mq).
Il successo (in termini quantitativi dell’affluenza) è di chi si amplia, lo dice chiaro la nostra indagine su 500 istituzioni in tutto il mondo (n. 363, apr. ’16, pp. 20-21), da cui emerge che l’impennata delle visite la registra proprio un museo, come quello messinese, con una nuova sede con affaccio sul mare, il Perez Art Museum di Miami. Ma la posizione decentrata richiede, sul fronte dell’accessibilità al museo, soluzioni ancora da individuare per portarvi, per esempio, i croceristi. Mentre i servizi al pubblico non sono ancora stati attivati. Saranno allocati, ci anticipa l’ultimo progettista e direttore dei lavori del museo, Gianfranco Anastasio nel «corpo A» dell’edificio, «vicino all’area della cripta del San Salvatore. Altro punto è il piccolo padiglione presso l'attuale ingresso principale, a diretto contatto con l'esterno, per un'offerta di servizi il più possibile aperta alla cittadinanza. Infine i grandi piazzali, specie quelli posteriore con una buona acustica per cinema e concerti, e i terrazzi potenzialmente attrezzabili per bar e ristorante con vista sulla “falce” e lo Stretto».

Altro punto a favore, che lo differenzia dagli altri musei meridionali sul podio, è l’interdisciplinarietà. I tre musei più visitati al mondo (Louvre, Met e British, non a caso anche i tre più grandi), con milioni di visitatori, sono concepiti come un’Esposizione Universale, con collezioni eterogenee di opere d’arte e oggetti, ampiamente rappresentative del patrimonio dell’umanità attraverso i secoli. A Messina si accosta una delle più importanti collezioni pittoriche e scultoree siciliane, con i suoi Caravaggio, Alibrandi, Rodriguez, Antonello da Messina, Montorsoli e Gagini, alle collezioni archeologiche, numismatiche, di arti decorative e arredi sacri: 300 opere, il triplo di quelle esposte nella precedente sede.

Con le dimensioni, però, crescono anche i problemi legati alla gestione (budget finanziario non adeguato, quello attuale non ci è stato comunicato; 28 nuove unità di personale assegnato, ma si tratta di lavoratori socialmente utili, per giardinaggio e pulizie, non di personale qualificato) e alla manutenzione. «Attacchi fra infissi, vetrate e muratura, ci ha spiegato Anastasio, non offrono sufficienti garanzie di tenuta e in futuro bisognerà seriamente prendere in considerazione un intervento architettonico radicale sull’involucro, compensativo di micro interventi che si protraggono da vent’anni». Questione non secondaria, date le possibili implicazioni sulle condizioni di stabilità termo igrometrica interna e, quindi, di conservazione delle opere d’arte. «Le emergenze di natura tecnica, ha aggiunto, sono state risolte da interventi straordinari che richiederanno comunque una continua e accurata manutenzione periodica, si confida a tal proposito in una adeguata attenzione da parte del Dipartimento Regionale Beni culturali per la determinazione dei fondi necessari, in attesa soluzioni tecnologiche e architettoniche da noi già proposte, che possano consentire al museo di abbattere costi di gestione, manutenzione e consumo energetico».

Un museo concepito per negare le sue collezioni: le vicende progettuali e costruttive sino al rush finale
Impresa ardua quella affrontata dagli ultimi progettisti, prima Antonio Virgilio (1991-2006), poi Anastasio (dal 2006), direttore dei lavori in corso, per mettere delle pezze a un progetto che faceva acqua da tutte le parti, quello famigerato con cui il consorzio Italter (che poi avrebbe dichiarato fallimento) si era aggiudicato l’appalto concorso bandito nel 1983. La costruzione fu avviata nel 1985, con l’aggiudicazione alle imprese D’Andrea ed Edilfer per il progetto Basile e Manganaro, De Fiore, Fleres. I fondi regionali (7.900.000 di euro) furono affidati al Comune di Messina quale Stazione Appaltante, attraverso tre lotti conclusi nel 1994. Da lì in poi si sono susseguiti fino al 2009 interventi di allestimento e adeguamento tecnologico degli spazi interni, condizionati dalla frammentarietà ed esiguità delle risorse (appena 1.200.000 euro in 14 anni) in rapporto alla vastità e complessità della struttura. Quello consegnato era, incredibilmente, un museo pensato senza pareti per l’esposizione delle opere d’arte. Senza i requisiti minimi per la loro conservazione, spazzati via da un tetto colabrodo e da infissi da edilizia popolare. Al cui interno i valori termo igrometrici erano quelli di una serra, e di norme di sicurezza neanche a parlare. Un museo concepito per negare le sue collezioni, off limits per le grandi tele del Sei-Settecento, che di qui non entravano e di là non passavano. Era necessario, dunque, ci dice ancora Anastasio, «trasformarlo nella sua configurazione spaziale interna, rimodulando parte del percorso espositivo e dell’ordine strutturale delle sale». E dire che la Regione aveva pronto un progetto di Carlo Scarpa, unico museo del famoso architetto concepito ex novo, rimasto sulla carta e tra i più pubblicati al mondo.

Decisivo in direzione dell’apertura è stato nel 2013 il finanziamento del progetto d’integrazione, adeguamento e modifica delle dotazioni e degli impianti ( 1.988.800, Po Fesr 2007-2014), con i lavori avviati nel marzo 2014 e conclusi nel settembre del 2015. Risorse reperite sui capitoli ordinari dell’esercizio finanziario 2016 (350 mila euro) hanno, infine, concesso di definire l’impiantistica di sicurezza e procedere all’ultima fase dell’allestimento. In totale dal 1985 ad oggi per il nuovo museo si sono spesi 11.088.800, euro.
La più grande opera incompiuta a Messina non poteva, forse, che essere restituita alla collettività da un assessore ai Beni culturali e Identità siciliana messinese, Carlo Vermiglio, e da un presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana pure messinese, Giovanni Ardizzone. Anche se, forse, sarebbe più corretto dire che sia stata la stessa società civile a riprendersi il proprio museo, grazie alla decisiva pressione, nell’ultimo anno, dell’opinione pubblica, con la campagna «Apriti Museo» lanciata su facebook da un gruppo di artisti e intellettuali e dall’appello degli Amici dei Musei Siciliani al presidente Mattarella, durante un incontro dello scorso agosto al Quirinale. Qualche dubbio sul livello di convinzione dell’Assessore, in effetti rimane (cfr. Box). «Il nuovo museo, ha detto, racconta la storia di una città perduta nel sisma del 1908 , ne racchiude la memoria e l’identità, ricostruisce come in un articolato palinsesto le vicende storiche e artistiche che hanno segnato Messina nel dialogo con i centri artistici dell’Italia e l’Europa. È anche attraverso questo legame con la città che il museo potrà diventare il traino e il punto focale per un rilancio di questo territorio, promuovendo nuovi modelli di sviluppo e un’economia della cultura al passo con le sfide della società contemporanea».

A noi resta la sensazione della visita fatta cinque anni fa, quella di un museo dall’identità tradita. Nato dalle macerie del terremoto, di questa peculiare e forte «personalità museale» sembra essersi dimenticati nel nuovo ordinamento, che lo omologherà a tanti altri: se tutti i musei nascono per esorcizzare la morte, per sottrarre gli oggetti alla vita e al tempo che scorre inesorabile, qui il visitatore avrebbe potuto essere indotto a elaborare il lutto che ha colpito un’intera società. I depositi sono straordinari, non solo perché custodiscono un immenso patrimonio d’arte, ma perché è lì che palpita ancora il dramma del sisma con le sue macerie, dove la polvere sembra essersi appena posata dopo il moto sussultorio. Questi depositi, insieme alle cataste storiche sulla spianata, sono (sarebbero) molto più entusiasmanti di qualsiasi sala ben ordinata. La catastrofe poteva essere esorcizzata mettendola in scena.

Il progetto museografico e museologico
Costituito da tre corpi a pianta quadrata, sfalsati tra loro, conclusi all’estremità settentrionale da grandi corpi poligonali altri circa 12 metri, all’interno, «due dei corpi del museo (B e C) sono caratterizzati, spiega Anastasio, da un nucleo centrale entro cui si snoda una rampa inclinata che pone in comunicazione i tre livelli interni (due per spazi espositivi e uno interrato per magazzini, servizi e ambienti di lavoro), e il terzo (A) che si articola intorno all’ambiente a doppia altezza alla cui base è situato lo scavo della cripta della chiesa del SS. Salvatore, cinquecentesco monastero basiliano». All’esterno, dove erano già stati dislocati i reperti lapidei, tra il 1998 e il 2005 sono stati rimontati i portali di alcune chiese distrutte dal sisma del 1908 e le due fontane superstiti dei «quattro canti» messinesi.

Il nuovo percorso espositivo, definito nel dicembre 2012, sviluppa il sistema storicistico integrato efficacemente concepito tra gli anni Ottanta e il 2000 dall’allora direttrice Francesca Campagna Cicala, aggiornandolo alla luce dei recenti studi, della verifica inventariale e archivistica condotta sull’intero patrimonio, nonché dei recuperi resi possibili dai restauri. È il risultato dei diversi apporti forniti negli anni dai dirigenti succedutisi alla direzione del museo, Gioacchino Barbera, Giovanna Bacci e Caterina Di Giacomo), in costante confronto con i progettisti responsabili delle scelte museografiche e museotecniche (Virgilio e Anastasio).
Il patrimonio del museo, costituito dai materiali storico artistici recuperati tra le macerie del terremoto del 1908 e dalle collezioni dell’ottocentesco Museo Civico Peloritano, è ordinato in nove sezioni espositive, dal Medioevo al Primo Novecento, e si conclude simbolicamente con un dipinto di Salvatore De Pasquale del 1907, a ridosso del sisma.

Il nuovo percorso espositivo illustrato per noi dall’architetto Gianfranco Anastasio
La cospicua sezione Archeologica inaugurata racconta la storia e la cultura dell’antica Zancle-Messana, fondata nella seconda metà del VIII secolo a.C. dai Greci calcidesi. Il nucleo più antico è costituito da materiali dell’ottocentesco Museo Civico Peloritano, cui si aggiunsero, negli anni della ricostruzione dopo il sisma del 1908, i rinvenimenti nei cantieri edilizi della città, grazie all’attività di illustri archeologi quali Antonio Salinas e Paolo Orsi e alle indagini successive di Pietro Griffo, Georges Vallet, Luigi Bernabò Brea e Giacomo Scibona.
Tra i reperti più preziosi, la statua di «Igea», dea della salute, rinvenuta nel 1915 nell’area di una casa romana nei pressi del Duomo. Uno dei reperti più interessanti è il cosiddetto «Ritratto di stratega», ritenuto replica di epoca romana di un originale di «stile severo» in bronzo databile entro il V secolo a.C. o rielaborazione classicista, o ancora un ritratto «retrospettivo» «colto» del I secolo d.C. All’archeologia subacquea è riservato un ambiente con l’importante rostro bronzeo di Acqualadroni (III-I secolo a.C.) e dieci ganci a forma di palmipede da una nave romana datata al 36 a.C.
Il piano terra ospita dipinti, sculture, particolari ed elementi architettonici dal Medioevo al primo Seicento. Il secondo livello opere dal secondo Seicento all’Ottocento, per concludersi significativamente con un dipinto datato 1907, un anno prima del disastroso sisma che rase al suolo Messina.
Dall’ingresso principale, si succedono con continuità scandita da punti di snodo tematico per le opere più importanti e significative, le diverse aree storiche che contraddistinguono il percorso espositivo: l’area normanno bizantina, introdotta dalle iscrizioni arabe provenienti dalla Cattedrale e dalla Chiesa di S. Maria Annunziata dei Catalani ed esemplata da una selezione di manufatti lapidei eccezionali prodotti dall’XI al XIII secolo, fra cui l’importante conca battesimale firmata da Gandolfo e datata 1134. Seguono la lastra marmorea del XII secolo della Madonna orante e la nicchia con il mosaico della «Ciambretta» (XIII secolo) che torneranno alla fruizione dopo il trasferimento dalla sede storica nel 2006. Una parete espositiva marmorea accoglie un capolavoro del senese Goro di Gregorio, la «Madonna con Bambino, detta Madonna degli storpi», recentemente restaurata. Segue l’esposizione del drammatico Crocifisso (XV secolo) di scultore ignoto il legno dipinto, anch’esso da poco restaurato.

Nell’area riservata ad Antonello da Messina si trovano la tavoletta bifacciale raffigurante «Madonna con il Bambino benedicente e frate francescano in adorazione», e all’interno di una cappelletta lignea il bellissimo Polittico di San Gregorio. Le esperienze artistiche precedenti ad Antonello (l’ambiente napoletano) coeve e successive, con particolare riguardo alle importazioni fiamminghe e alle derivazioni della scuola locale, sono sviluppate in una ricca galleria di dipinti conclusa prospetticamente da una grande edicola marmorea, che gli studi in corso potranno chiarire se di Antonello Gagini, prima conservata in frammenti e ora ricomposta filologicamente per una fruizione inedita.

All’interno di una grande sala sono raccolte le vicende del primo Cinquecento con le opere del formidabile pittore messinese Girolamo Alibrandi, fra cui si evidenzia la grande tavola «Presentazione al Tempio» del 1519, dipinti dei veneti Catena e Buonconsiglio, sculture di Antonello Gagini e il Monumento Balsamo, attribuito a G.B. Mazzolo. Dopo le sale del manierismo con opere pittoriche di Polidoro, Allori, Guinaccia e Stefano Giordano, si giunge alla spettacolare Piazza Montorsoliana, con il monumentale Nettuno e opere dei seguaci del grande scultore toscano, e il soppalco con i dipinti marcopineschi di Guinaccia, fra i quali la Resurrezione appena restaurata.

L’area dei caravaggeschi Rodriguez e Minniti si snoda attorno alla sala riservata ai due capolavori di Caravaggio, «Resurrezione di Lazzaro» e «Adorazione dei pastori», e si articola fra il primo e il secondo livello espositivo, determinandone peraltro il rapporto di continuità. La prima fase testimonia l’esperienza innovativa di Caravaggio con prospettive diacroniche e agganci tematici che ne testimoniano le premesse e le conseguenze, la seconda si relaziona invece con il parallelo affermarsi delle correnti classiciste romane che vengono importate in città.
Il clima culturale del Settecento, l’atmosfera colta e fastosa del Barocco e del rococò, è riccamente illustrato in un percorso culminante con l’esposizione della Berlina senatoriale, simbolo di un’epoca d’illusoria magnificenza interrotta dalla peste del 1743. La conclusione del percorso, documentato da opere significative di una tradizione accademica di alto livello, come evidenziano i pannelli dedicati alla produzione incisoria affermatasi intorno alla figura di T. Aloysio Juvarra, testimonia l’innesto di rare, interessanti aperture verso il nuovo secolo interrotte traumaticamente e irrimediabilmente dal sisma del 1908
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Box
Ma l’assessore Vermiglio credeva davvero in questa apertura entro l’anno? Favorevole a una nuova stagione di prestiti, la scorsa primavera aveva annunciato che avrebbe rivisto la «strategia di non mandarle più in prestito le nostre opere» (Giornale di Sicilia, 27 mar ’16), riferendosi al decreto del 2013 con l’elenco «blindato» di opere non trasferibili fuori regione, salvo casi eccezionali. Aveva, infatti, già dato l’ok a quello dell’«Annunziata» di Antonello da Messina dell’Abatellis per una dubbia mostra promossa da una fondazione milanese (che alla fine non si fece) o per l’altro Antonello spostato dal Bellomo in un paese dello stesso hinterland siracusano per un altro evento di discutibile spessore culturale. Oggi smentisce il prestito al Madre di Napoli della «Adorazione dei pastori» del Caravaggio custodito proprio nel museo messinese, come le due su menzionate una delle 23 «inamovibili», ma dal museo napoletano, e nello stesso 9 dicembre dell’inaugurazione messinese, ci confermavano che il dipinto sarebbe stato esposto nella Chiesa di Donnaregina Vecchia. E Sgarbi, il curatore dell’esposizione partenopea incentrata solo sul dipinto in prestito dalla Sicilia, non aveva dubbi: in un’intervista a metà novembre, mentre si diceva in trattativa con Parigi per la «Notte stellata» di Van Gogh, per il Caravaggio messinese affermava perentorio «al Madre è tutto pronto».
C’erano, forse, degli accordi pregressi, risalenti alla fase di interregno in cui il nuovo museo non c’era ancora, ma neppure più quello vecchio, con le opere in trasferimento dall’una all’altra sede? accordi non ufficializzati, poi mandati all’aria perché sarebbe stato troppo privare il museo appena aperto di uno dei suoi capolavori identificativi, oltretutto di una «Natività» sotto Natale? Un’opera che il critico ferrarese conosceva bene, per averla messa a confronto nel 2008, proprio nel periodo natalizio nello vecchia sede del museo di Messina, con un dipinto di analogo soggetto di Rubens.

di Silvia Mazza, edizione online, 15 dicembre 2016


  • Una veduta delle sale
  • Foto dalla pagina Facebook del Museo

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