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Archeologia


Sicilia, il caos dei parchi archeologici

Tutti decretati irregolarmente, anche quelli dotati di autonomia finanziaria. E ce ne è persino uno «fantasma»

Il parco archeologico di Naxos e Teatro di Taormina

Palermo. Un quadro a dir poco caotico. È quello dei parchi archeologici siciliani in via di istituzione, secondo un processo da anni contraddistinto da una sostanziale mancata o parziale applicazione della legge regionale 20 del 2000, la «Legge Granata» che ha istituito il Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi e il sistema dei parchi archeologici siciliani, attribuendo a questi istituti, sedici anni prima della Riforma Franceschini, «autonomia scientifica e di ricerca, organizzativa, amministrativa e finanziaria». Status riconosciuto finora, e solo da quest’anno, ai parchi di Naxos (2007) e Selinunte (2013), oltre alla Valle dei Templi.

A questa conclusione arriviamo a partire dalla denuncia fatta da chi scrive del recente tentativo di insediare una Conferenza «ad interim», ad alta probabilità di condizionamento politico, al posto del legittimo Consiglio Regionale dei Beni culturali (nella Regione autonoma corrispettivo del Consiglio Superiore dei Beni culturali del Mibact), e proprio nel momento in cui, dopo sette anni di assenza, era stata da poco ridefinita la sua composizione. Tentativo consegnato a un emendamento all’assestamento di bilancio, proposto del deputato Marika Di Marco (Pd), che, approvato in Commissione Cultura e Commissione Bilancio, a seguito, evidentemente, della pressione mediatica, è stato, poi, stralciato all’Assemblea regionale siciliana (Ars).
Adesso, dunque, gli occhi tornano a essere puntati sul Consiglio dei Beni culturali e alle nomine dei suoi componenti con decreto del presidente Crocetta.
Dalla questione Consiglio a quella dei parchi il passo è breve. La deputata Di Marco, infatti, aveva fatto intendere che l’insediamento di questa Conferenza sarebbe servito anche al caso specifico dell’istituzione del «Parco della Neapolis a Siracusa, un iter che da decenni attende di essere completato». Da qui è partita la nostra verifica.

La legge interpretata in modo variabile: dalla carenza del parere del Consiglio dei Beni culturali al decreto di perimetrazione una volta sì, l’altra no
La Legge Granata richiede per ben due volte il parere dell’organo consultivo nell’iter di istituzione dei parchi: fin dall’individuazione delle aree del parco l’assessore deve avvalersi del suo parere (art. 20, c. 2) e poi, di nuovo, all’atto dell’istituzione vera e propria, quella che gli attribuisce l’autonomia (art. 20, c. 7). Mentre il decreto del 3 aprile 2014 dell’allora assessore ai Beni culturali e Identità siciliana, Mariarita Sgarlata, di perimetrazione proprio del parco della Neapolis (già il Tar ha stabilito che non è istitutivo e quindi inefficace ai fini della tutela) non si è avvalso dell’obbligatorio parere del Consiglio, decaduto l’8 giugno 2009 e da allora mai più ricostituito. Una carenza, questa, riscontrabile in tutti i decreti con cui l’assessore del primo governo Crocetta, provò, tra il 2013 e il 2014, a imprimere concretezza all’attuazione del sistema dei parchi archeologici.
Gli scenari variano dai casi dei parchi, sette (Solunto, Monte Jato, Catania, Valle dell’Aci, Leontinoi e Siracusa, oltre a Segesta, che rappresenta un caso «particolare»), per i quali l’iter istitutivo si attesta alla sola decretazione della perimetrazione, carente del parere del Consiglio, a quello istituito di Selinunte, e dotato dal maggio dell’anno scorso di un regolamento di organizzazione interna che rende effettiva l’autonomia finanziaria, consentendogli già di stipulare contratti col privato, come quello per una recente sponsorizzazione. Qui si osserva come l’iter sia stato completato con l’istituzione vera e propria attraverso un unico atto giuridico in cui vengono condensati i due distinti decreti previsti, invece, dalla legge 20/2000: il decreto del 19 aprile 2013, in altre parole, non è stato preceduto da un decreto di perimetrazione (art. 20, c. 2), ma riunisce, invece, sia l’individuazione delle aree costituenti il parco sia la sua istituzione vera e propria. Ne consegue che ci si sia avvalsi, invece che del doppio parere del Consiglio, solo di quello fornito nel 2007 di approvazione alla proposta della Soprintendenza di Trapani di perimetrazione del parco, che il decreto del 2013 considera ancora valido, perché, si legge, le modifiche apportate in quello stesso anno a tale proposta «lasciano immutato il perimetro complessivo del Parco, come approvato dal Consiglio Regionale, con esclusione delle sole zone C».
Abbiamo, però, già visto che la Legge Granata richiede una seconda volta, anche per il decreto istitutivo del parco, il parere di quest’organo.

La Neapolis parco o museo archeologico?
È evidente che questa insipienza politica e amministrativa, in ogni caso deprecabile, lo è particolarmente per Siracusa. Un conto, infatti, è licenziare un decreto «carente» per il parco della Valle delle Aci, che evidentemente non può accentrare interessi speculativi, e per il quale, a riprova della debole «strategicità» riconosciutagli dal Dipartimento stesso, nella nuova organizzazione dipartimentale del luglio scorso non è stata assegnata nemmeno un’unità operativa.
Altro conto, dicevamo, è l’approssimazione dimostrata per uno dei più importanti (per storia, patrimonio e valori paesaggistici), parchi archeologici siciliani, entro i cui confini, sull’altopiano dell’Epipoli, immediatamente sottostante le Mura Dionigiane, su cui già il Piano paesaggistico impone un livello massimo di tutela, un privato si è visto negare dalla Soprintendenza la costruzione di 71 villette e due centri commerciali e turistico ricettivi, e per questo ha intentato una causa risarcitoria per oltre 240 milioni di euro. Senza dire, poi, che, singolarmente, proprio per la Neapolis, insieme agli altri due parchi del siracusano (Lentini; Eloro e Villa del Tellaro), la suddetta riorganizzazione dipartimentale non preveda un Polo regionale per i siti culturali e parco archeologico, come, invece, per Trapani, Enna, Catania, Caltanissetta e Ragusa, bensì un Polo regionale per i siti e i musei archeologici: musei, non parchi. Insomma, proprio la Neapolis non viene riconosciuta nemmeno come un parco in via istitutiva. Esiste una spiegazione per questo differente inquadramento?

Il parco che non c’è
Ma in quanto a singolarità c’è un caso ben più macroscopico, quello del parco di Segesta, che la Sgarlata nel suo ultimo comunicato stampa riepilogativo dei parchi istituiti, distingueva dagli altri, definendolo «già decretato, come quello di Selinunte», quando, invece, il decreto del 19 aprile 2013 è, anche in questo caso, di sola perimetrazione. L’informazione inesatta, allora ripresa dai quotidiani, deve essere stata acquisita acriticamente anche in seguito, se persino nella riorganizzazione di luglio viene considerato formalmente istituito, alla stregua di quelli della Valle dei Templi, Selinunte e Naxos, costituendo, esattamente come questi, un Servizio, invece che una semplice Unità operativa, come, ad esempio, per i tre istituendi parchi del siracusano. Ne discende che il dirigente di questo fantomatico servizio parco di Segesta si trovi a godere di un trattamento economico diverso dai colleghi a capo delle Unità operative. E chi è, attualmente, questo dirigente? Quell’Agata Villa che l’8 ottobre scorso abbiamo visto autorizzare la proiezione di fasci di luce multicolor con il logo e altre scritte pubblicitarie sul frontone del tempio durante l’appuntamento notturno dell’Aperol Spritz.
Insomma, non solo decretazioni un po’ così, ma anche variabili arbitrarie relative all’inquadramento dei parchi nell’organigramma del Dipartimento.
E se andassimo a vedere l’unico parco istituito quando il Consiglio era ancora insediato, quello di Naxos? Constateremmo che anche in questo caso, in cui l’atto istitutivo gode del parere acquisito appena una settimana prima del decreto (del 13 luglio 2007), e non diversi anni prima, come nel caso di Selinunte, manca il preliminare decreto di perimetrazione.

Il Consiglio dei Beni culturali, convitato di pietra
Non resta allora che chiedersi se questa disparità e diversità delle procedure scopra il fianco all’Amministrazione in caso di contenziosi. Mentre a monte resta un altro quesito: data l’accelerata impressa, in poco più di una anno del suo mandato, in direzione dell’istituzione del sistema dei parchi archeologici siciliani, fino ad allora praticamente inattuato, perché in cima all’azione dell’allora assessore Sgarlata non c’è stato proprio il reinsediamento del Consiglio?
Che l’archeologa fosse allergica a quest’importante organo consultivo lo si intravede anche in un diverso ambito, da un altro suo decreto del 2013, quello che limita l’uscita dei beni dal territorio della Regione. Decreto che, per inciso, ha di recente creato non poco imbarazzo all’ex assessore di Crocetta quando ad esso ha fatto riferimento come appiglio normativo per sostenere la sua contrarietà al prestito dell’Antonello da Messina di Palazzo Bellomo: peccato, però, che la mostra si dovesse allestire in un paese a soli 40 km da Siracusa e che l’opera, quindi, non dovesse affatto uscire dal territorio regionale.
E, dunque, questo decreto introduce anche una disciplina speciale per 23 opere, considerandole «risorsa essenziale delle azioni di valorizzazione del patrimonio culturale in Sicilia». Deroghe al divieto di prestito per queste ultime sono previste «previo parere della Giunta di Governo, solo per eccezionali motivi di valorizzazione dei beni elencati, legati al consistente miglioramento del loro stato conservativo o alla realizzazione di risorse economiche che lo consentano».
Perché non prevedere, appunto, il parere del Consiglio dei Beni culturali, invece che quello dell’organo di governo della Regione? Forse che gli assessori alle Risorse agricole, alla Salute, alla Famiglia o quello alle Infrastrutture siano in possesso degli strumenti per valutare le ragioni conservative e i profili culturali e scientifici sottesi alla richiesta di prestito di un’opera d’arte?

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L'opinione di Corrado Giuliano, Fabio Granata e Gaetano Armao
Abbiamo chiesto di commentare questo scenario a Corrado Giuliano, avvocato di Legambiente Sicilia, già presidente dei Centri di Azione Giuridica Legambiente, e a due ex assessori regionali ai Beni culturali e all'Identità siciliana: Fabio Granata, oggi uno degli ideologi del progetto politico #diventeràbellissima, ex An, a cui si deve la Legge regionale 20/2000, e Gaetano Armao, docente di Diritto amministrativo (Università di Palermo) e già assessore anche al Bilancio.

Per Giuliano, a cui abbiamo chiesto in particolare se questi decreti siano annullabili e con quali conseguenze: «Un atto nullo, dice, è atto inefficace e la nullità può essere sollevata ed eccepita sempre. Se gli atti sono annullabili, come ritengo in questo caso, per carenza del parere del Consiglio Regionale dei Beni culturali, bisogna verificare quanti di questi sono stati gravati di ricorso. In questo caso è certo che gli atti subiscono, magari con i tempi del Tar, il serio rischio di essere annullati. Abbiamo esempi di riserve naturali istituite e poi dopo magari un lustro annullate dalla giustizia amministrativa, ad esempio i pantani di Pachino o Isola delle Correnti. Sicuramente avere omesso il parere del Consiglio  è circostanza in sé grave, in quanto l'atto non ha avuto quella valutazione di merito  che il legislatore ha ritenuto indispensabile. Il danno che potrebbe consumarsi sarebbe quello di far venire meno i vincoli di salvaguardia fino a quando non verrà emesso nuovo valido decreto di istituzione. Per quelli già dotati di autonomia finanziaria verrebbe meno certamente il presupposto, con la caducazione di tutti gli atti successivi e adottati, ivi compresi tutti quegli atti, contratti e intese utili alla sua conservazione e mantenimento. I privati contraenti che hanno fatto affidamento nella legittimità degli organi, potrebbero trovarsi a non potere più operare e potrebbero chiedere il risarcimento dei costi affrontati per dare esecuzione ad essi».

Per Granata «si tratta di una vicenda gravissima, che va a sommarsi a responsabilità distribuite nel tempo tra vari attori, ma che ha come doppia conseguenza un enorme lucro cessante nella mancata organizzazione autonoma dei Parchi che, come Agrigento dimostra, fa aumentare esponenzialmente gli incassi e le ore di piena apertura e un altrettanto rilevante  danno emergente dalla mancata tutela del territorio perimetrato, territorio essenziale per dar respiro e senso a ogni Parco. Credo che si debba insediare immediatamente il Consiglio Regionale e credo che l’assessore Vermiglio dovrebbe valutare la nomina di un commissario ad acta che abbia l’incarico monotematico del completamento regolare dell’iter di perimetrazione e istituzione. Su questo si gioca una partita importante per la valorizzazione e la tutela del nostro patrimonio più importante, legato alla stratificazione archeologica straordinaria». «La legge 20, ha concluso, andrebbe poi estesa ai musei».

Per Armao se «la carenza  del parere obbligatorio (ma non qualificato vincolante dal legislatore) del Consiglio, a causa della mancata ricostituzione dell'organo consultivo dopo un così lungo tempo, non svolge effetti vizianti dei provvedimenti finali, resta tuttavia un deprecabile immobilismo dapprima nella modifica della pletorica composizione dell'organo e poi della sua ridefinizione a quattro anni dell'inserimento del presidente Crocetta. Infatti, in considerazione della pregnante incidenza dei Parchi archeologici sull’assetto del territorio (“la normativa del parco archeologico costituisce integrazione e, qualora in contrasto, variante agli strumenti urbanistici vigenti nel territorio interessato”), non può non essere riscontrata ancora una volta quella confusionaria amministrazione del patrimonio archeologico siciliano che ha trovato nell'affidamento dei servizi ai privati - le cui gare, giova ricordarlo, si conclusero nel 2012 - l'esempio emblematico».



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