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Mostre

Venezia

Una dinastia Serenissima

Tutti i Cadorin a Palazzo Fortuny

Zoran Music, «Ida» (particolare),  1982. Collezione privata © Claudio Franzini

Venezia. Come una vestale della memoria in un calcolato disordine che esclude volutamente ogni pretesa archivista, Ida Barbarigo, 96 anni già compiuti, ricostruisce, attraverso 200 reperti, la vicenda dell’ultima grande bottega veneziana di artigianato ad alto livello, molto apprezzato anche dalla regina Margherita, e di arte nella Fondamenta dei Briati, gestita da Vincenzo Cadorin, il nonno paterno, fino alla sua scomparsa nel 1925.

La mostra «Bottega Cadorin» è in corso fino al 27 marzo 2017 a Palazzo Fortuny, luogo molto frequentato da alcuni esponenti di questa dinastia, caratterizzata dall’alta statura e dalla chioma fulva, tipica delle popolazioni cimbriche. Una famiglia che annoverava musicisti per quanto riguarda la discendenza dal lato materno, imparentata con una famiglia di liutai genovesi; scultori come lo stesso Vincenzo e il figlio primogenito Ettore, emigrato poi in America; pittori come l’ultimogenito di Vincenzo, Guido, il padre di Ida, e, naturalmente, in tempi più ravvicinati, Zoran Music e la stessa Ida; architetti, per via di Brenno del Giudice, autore del Padiglione Venezia ai Giardini della Biennale, sposo di Tullia. Ne fanno parte restauratori come Paolo e fotografi come il nonno materno Augusto Tivoli, testimone eccellente della bottega, ma anche della Venezia di fine Ottocento e inizi del Novecento.

L’idea della mostra si deve a Daniela Ferretti, direttrice del Museo Fortuny. La curatela è di Jean Clair, che ci ha rilasciato questa intervista.
Quali erano i suoi rapporti personali con i membri della famiglia?
Nel 1972 conobbi Music, che doveva diventare uno dei miei amici più cari, quasi un padre. Vidi i disegni che realizzò nel campo di concentramento di Dachau e soprattutto il ciclo «Non siamo gli ultimi». Frattanto Music mi aveva presentato sua moglie Ida Barbarigo, sposata nel 1950, che in realtà era Cadorin, l’ultima continuatrice ed erede di una tradizione familiare che risale alle botteghe della Serenissima.

Quale influsso hanno esercitato i Cadorin nell’arte contemporanea?

Guido Cadorin è stato uno dei maggiori rappresentanti di quella pittura del Novecento di cui solo ora si scopre l’importanza, nonché esponente di quel Realismo magico italiano di cui la Francia era all’oscuro e che io ho riscoperto nella mostra, da me curata nel 1980 al Centre Pompidou, «Les Réalismes entre Révolution e Réaction 1919-1939». È stato, inoltre, uno dei protagonisti della rinascita dell’affresco, come nel caso dei pannelli dipinti e delle decorazioni destinate alla «Zambra del Misello» del Vittoriale di Gabriele d’Annunzio e del grande decoro a fresco dell’albergo Ambasciatori in via Veneto. Zoran Music fu uno dei grandi artisti solitari del secolo scorso come Balthus, Giacometti o Freud. È inoltre stato un testimone del mondo dei campi di concentramento.

Come interagisce questa mostra con lo spirito di Mariano Fortuny?

È in perfetta sintonia: non soltanto perché Guido, Ettore, la prima Ida (figlia di Vincenzo, pittrice, prematuramente scomparsa) frequentarono la casa di Fortuny, ma, appunto, per lo spirito della «bottega», del legame tra pittura e arti decorative che caratterizza l’approccio di Fortuny come quello dei Cadorin.

Lidia Panzeri, da Il Giornale dell'Arte numero 370, dicembre 2016


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