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Dear Sir


Perché non lasciare gli arazzi di Giuseppe a Firenze?

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che Marco Coppe, Mariaclelia Arcudi, Daniele Nuzzolese  hanno inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiedendo che il ciclo di arazzi con le storie di Giuseppe Ebreo, attualmente smembrato e in parte conservato nel Palazzo del Quirinale, possa essere esposto nella sua interezza e in modo permanente a Firenze. Per riunire i venti arazzi nella Sala dei Duecento di Palazzo Vecchio a Firenze è stata anche lanciata una petizione online: https://www.change.org/p/presidente-della-repubblica-italiana-sergio-mattarella-una-collezione-smembrata-gli-arazzi-con-storie-di-giuseppe-ebreo



In quanto studenti e docenti universitari di storia dell'arte dell’Università degli Studi di Firenze, intendiamo portare alla Sua attenzione il caso dei venti arazzi ora esposti nella Sala dei Duecento di Palazzo Vecchio a Firenze: ci riferiamo al ciclo delle storie di Giuseppe Ebreo, eseguito su cartone di Bronzino, Pontormo e Salviati tra il 1546 e il 1553 dagli arazzieri fiamminghi Jan Rost e Nicolas Karcer.

Tale ciclo rimase esposto nella Sala dei Duecento fino al 1865, data del primo smembramento: in quell'anno la corte Sabauda da Torino sì trasferì a Firenze, nuova capitale d'Italia, ed il re Vittorio Emanuele II spostò dieci dei venti arazzi nella sua Guardaroba personale a Palazzo Pitti; l’altra metà rimase in quella di Palazzo Vecchio, e passò sotto la tutela delle Reali Gallerie e Musei. Al momento del passaggio di sede del Comune di Firenze da Palazzo Spini Ferroni a Palazzo Vecchio, quest’ultimo subì lavori di ristrutturazione, fra cui il riallestimento della Sala dei Duecento: l’incarico fu affidato al pittore Cosimo Conti che dopo approfondite ricerche, ricollocò i dieci arazzi fondando la sua misura sui dieci arazzi di Palazzo Vecchio. Egli dovette risolvere un duplice problema: la discontinuità narrativa data dalla presenza di dieci dei venti arazzi complessivi, e i rimaneggiamenti architettonici della sala stessa, alla quale erano in origine destinati. Gli altri dieci rimasero nella Guardaroba di Palazzo Pitti fino a quando furono trasferiti al Quirinale nel 1882.
Questa, per sommi capi, la storia espositiva del ciclo fino alla mostra «Il Principe dei Sogni», inaugurata il 15 settembre 2015 nella Sala dei Duecento del Palazzo della Signoria, e tenutasi dal 17 febbraio al 12 aprile a Roma (Salone dei Corazzieri del Palazzo del Quirinale) e dal 29 aprile al 23 agosto a Milano (Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale).

Ebbene, secondo il nostro modesto parere, il momento espositivo fiorentino è forse il più importante dei tre: Firenze infatti è stata la destinazione originaria e simbolica del ciclo, nato per la celebrazione di Cosimo I riflessa dalle storie della vita di Giuseppe ebreo; la Sala dei Duecento non vedeva l’integrale del ciclo dalla seconda metà del Cinquecento e non come si è letto in qualche giornale, dalla fine dell’Ottocento.
Va da sé dunque che la permanenza del ciclo in tale sala rifletterebbe la loro dimensione museologico-culturale più genuina e di più facile comprensione; e questo non solo per i succitati motivi culturali e legati alla committenza, ma anche per una questione squisitamente conservativa: danni causati da una troppo prolungata esposizione alla luce, alla polvere, alla trazione conseguente l'appendimento e l'interazione con i visitatori si amplificano in opere delicate come quelle dell’arazzeria; si consideri inoltre il fondamentale restauro durato ventinove anni (1983-2012) eseguito dall’Opificio delle Pietre dure: il risultato straordinario è stato il frutto di anni di ricerche, lavoro e perizia magistrale da parte delle restauratrici e coordinatrici del progetto, concordi nell’individuazione dei danni nella situazione conservativo-espositiva romana. I costi di tale restauro sono stati estremamente elevati anche dal punto di vista finanziario.

Dopo tali premesse, è evidente che tale ciclo trova la sua dimensione fisiologica in ambito fiorentino; Le chiediamo dunque, al fine di una corretta conservazione e fruizione, di destinare gli arazzi in deposito permanente presso l’ente già proprietario degli altri dieci arazzi, il quale siamo certi si attiverà celermente al riguardo.

di Marco Coppe, Mariaclelia Arcudi, Daniele Nuzzolese , edizione online, 3 febbraio 2016


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