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Dear Sir


Le trivelle non faranno di questo Paese un Texas

Basterebbe una sola considerazione a convincere non solo della necessità di votare, perché pure di questo si tratta dato l’invito all’astensionismo da parte del premier Renzi, ma di votare «sì» al referendum del 17 aprile, con cui si chiede agli italiani di esprimersi per evitare che le trivellazioni già autorizzate entro le 12 miglia dalla costa possano continuare ad essere sfruttate fino all’esaurimento. Questa: tra le nove Regioni grazie alle quali il quesito referendario, per la prima volta nella storia della Repubblica, è stato ammesso senza la raccolta di 500mila firme ma su richiesta dei Consigli regionali, c’è pure la Basilicata.

La Basilicata
Sì, proprio la Basilicata, il «Texas d’Italia», la regione in cui, secondo dati del 2014 dell’Unione Petrolifera, si raccoglie il 69% del greggio e il 16% del gas estratti nella Penisola. Il fatto è che in Basilicata, il «Texas d’Italia», si è capito che trivellare non porta ricchezza. Sicuramente non ai territori e alla loro popolazione. Chi sia a trarne un vantaggio ce lo sta dicendo in questi giorni l’inchiesta della Procura di Potenza sul Centro Oli dell’Eni di Viggiano, dove si concentrano ben 27 pozzi, e sull'iter che ha portato all'autorizzazione del giacimento Tempa Rossa della Total. A due settimane dal referendum, il Governo trema: dimissioni del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, iscrizione nel registro degli indagati di Giuseppe De Giorgio, Capo di Stato maggiore della Marina, e di Valter Pastena, dirigente della Ragioneria dello Stato. Cinque arresti in Basilicata, 23 indagati che ha prodotto 5 arresti in Basilicata, 23 indagati con ipotesi di reato il traffico e smaltimento illecito di rifiuti del Centro Oli: «Siamo di fronte a una organizzazione criminale di stampo mafioso, organizzata su base imprenditoriale», sono le parole usate in conferenza stampa dal Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti. «Si era già dimostrato che la parte dello Sblocca Italia sulle autostrade era stata scritta sotto dettatura della lobby delle Grandi Opere. Ora la conversazione tra la Guidi e il suo compagno, Gianluca Gemelli, (commissario di Confindustria Siracusa, Ndr), dimostra che si tratta di una prassi diffusa: un ministro della Repubblica informa in tempo reale, tramite il suo compagno, una grande compagnia petrolifera straniera che la leggina ad petroleum sarà approvata, facendo sapere che è d’accordo anche Maria Elena Boschi (che di conflitti di interesse è ormai un'esperta)», scrive Tomaso Montanari su «Repubblica» del 31 marzo 2016. Davvero, non servirebbero altre considerazioni.


Il ricatto sulla base del grande bluff: trivellare non produce occupazione
La ricchezza (di pochi) non fa il paio con l’occupazione (dei molti). Già, l’occupazione: il principale argomento di «ricatto» di chi sostiene il no è la perdita di posti di lavoro. Ma un dato preciso sugli occupati nelle piattaforme entro le 12 miglia non lo forniscono né i sindacati né Assomineraria, consociata di Confindustria. I dati certi, invece, sono altri. Il rapporto Istat 2015 sulla povertà in Italia dice che la Basilicata è al secondo posto dopo la Calabria, con indice di povertà familiare al 25,5%, al secondo posto per disoccupazione giovanile (più della metà dei ragazzi residenti, il 55,1%), una regione piena di lavoratori irregolari, in nero (al terzo posto) con oltre il 22% di persone che si mantengono senza un contratto. Capito? la regione più petrolizzata da un ventennio è una delle più povere della Penisola. E non da ora. Un triste primato che i rapporti annuali Istat fotografano dal 2003. Trivellare non produce posti di lavoro, sicuramente uccide la nostra economia tradizionale. Quando si fanno i conti e i conticini sui nuovi posti di lavoro legati al fossile mettiamo anche sull’altro piatto della bilancia quanti sono i posti che non si attivano perché non si punta sulle rinnovabili. Proviamo a farli questi conti.
Che quelli sparati da Rosario Crocetta siano numeri frutto di fantasia può aiutarci a dimostrarlo Leonardo Maugeri, non un attivista Greenpeace, ma uno dei massimi esperti mondiali di energia, già topmanager Eni, dove dal 1994 al 2011 è stato direttore Strategie e Sviluppo di Eni, nonché docente ad Harvard, dove ha prodotto uno studio nel 2012, con cui è stato il primo al mondo a prevedere la caduta attuale dei prezzi del greggio. Ebbene, per il Presidente della Regione Sicilia se al referendum trivelle vincesse il no o non si raggiungesse il quorum si avrebbero nientedimeno che 10mila nuovi posti di lavoro solo in Sicilia, cioè tante quante sono le persone che Assomineraria afferma lavorare nell’attività estrattiva in tutta Italia. Un dato che già non regge, dunque, e che appare ancora più fantasioso se lo si confronta con quello non meno irreale per cui, secondo il governo Renzi, se si raddoppiassero le estrazioni si creerebbero 25mila nuovi posti di lavoro. In altre parole, in tutta Italia se si raddoppiassero le trivellazioni ci sarebbero 25mila nuovi occupati, mentre nella sola Sicilia, stando solo alla prosecuzione delle trivellazioni entro i 12 km si creerebbe poco meno della metà dei nuovi posti. La verità, invece, è che, secondo quanto Maugeri riferisce a «Il Sole 24 Ore», «l’industria del petrolio non è ad alta intensità di lavoro. Si pensi, per esempio, che la Saudi Aramco, il gigante di stato saudita che controlla le intere riserve e produzioni di petrolio e gas dell’Arabia Saudita, impiega circa 50 mila persone (molte delle quali solo per motivi sociali) per gestire una capacità produttiva che, nel petrolio, è oltre sette volte il consumo italiano, mentre nel gas è superiore del 40% al fabbisogno nazionale. Inoltre, le possibili produzioni italiane cui dare mano libera sarebbero vantaggiose (…) solo se si tengono sotto stretto controllo i costi, e quindi si limita l’assunzione di personale. Infine, gran parte dei siti produttivi si controllano con poche persone, in molti casi da postazioni remote. Anche nel caso di un via libera generalizzato alle trivelle, quindi, è alquanto dubbio che si possano creare i posti di lavoro di cui si è parlato (25 mila): forse il numero sarebbe di poche migliaia».
E, allora, non dovremmo chiederci, piuttosto, quante unità lavorative si perderebbero per i danni permanenti provocati all’economia locale legata al settore ittico (vale la pena ricordare che la tecnica degli air-gun, spari ad altissimi decibel per individuare i giacimenti sotterranei, che provocano danni alla fauna marina, è stata cancellata dalla lista degli ecoreati con la Legge 68 del 22 maggio 2015 che contiene novità in materia di delitti contro l'ambiente) e della trasformazione, e al turismo; e quanti posti di lavoro in più si otterrebbe investendo, invece, sulle rinnovabili? Secondo Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, si tratterebbe nei prossimi anni di 250 mila unità. Per Greenpeace, nell'ultimo anno e mezzo si stima che siano stati persi 60 mila posti di lavoro. Le fonti rinnovabili, ancora per Cogliati Dezza, «con oltre 700mila impianti hanno garantito un terzo dei consumi elettrici del Paese», mentre «a dimostrazione dell’assurdità della scelta di puntare ancora sul petrolio, basti ricordare che le quantità di greggio stimate sotto il mare italiano sono di poco meno di 10 milioni di tonnellate e, visto che il nostro consumo annuo è pari a 61 milioni, si esaurirebbero in soli due mesi. Considerando anche quelle sotto il suolo italiano si arriverebbe a 82 milioni di tonnellate di riserve certe, anche in questo caso però durerebbero per poco meno di 17 mesi».
Alla domanda secca: «trivellare sì o no?» l'esperto risponde: «In linea generale no, quando la trivellazione ha per oggetto formazioni dalle prospettive modeste o incerte e rischia di diventare una sorta di accanimento terapeutico contro il sottosuolo e l'ambiente. Certamente no, se le attività di esplorazione e sviluppo non seguono le migliori pratiche ambientali e sia possibile un costante ed effettivo monitoraggio pubblico. Ma un atteggiamento di totale chiusura è comunque sbagliato. Là dove esistono prospettive importanti sarebbe un errore dire di no a sviluppare le risorse di idrocarburi. L'importante è che le leggi tutelino in modo ferreo lo sviluppo dei progetti e il loro impatto ambientale, con sanzioni pesantissime per chi cerca di eluderle». Insomma, non è il caso italiano. E non solo per i profili di illegalità che stanno emergendo dall’inchiesta che ha travolto il Governo. Ma perché di «accanimento terapeutico contro il sottosuolo e l'ambiente» si tratta proprio. Gli idrocarburi in Italia, infatti, sono scarsi, di scarsa qualità, in giacimenti estremamente frammentati e a grandi profondità.

Perché, allora, alle multinazionali straniere fa gola il «cattivo» petrolio italiano, per cui investono in ricerca ed estrazione?
La risposta è semplice: è praticamente gratis: in Italia, i giacimenti di idrocarburi sono patrimonio indisponibile dello Stato (articolo 826 c.c.). il fatto è che lo Stato non si impegna direttamente nella ricerca e nel loro sfruttamento, che lascia in concessione ad imprese private, soggette al pagamento di royalties, proporzionate alle quantità di idrocarburi prodotte. Le royalties italiane sono le più basse al mondo, mantenendosi intorno al 10%, mentre per il resto del mondo si va dal 25% della Guinea all’80% della Russia e della Norvegia. Le lobbies del petrolio trovano in una classe politica corrotta la possibilità di sfruttare i giacimenti, pagando delle royalties ridicole rispetto agli standard. Ma i regali ai petrolieri non finiscono qui. Grazie a un sistema di franchigie per le compagnie, infatti, è più conveniente continuare ad estrarre piccole quantità (per le estrazioni in mare questa soglia è fissata in 80 milioni di metri cubi standard per il gas e in 50mila tonnellate per il petrolio), per cui non pagano nulla, piuttosto che smantellare, e smaltire, le piattaforme. Questo è proprio l’oggetto dell’unico referendum trivelle rimasto.

Non è vero che in caso di vittoria del «sì» si dovranno bloccare i pozzi
Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, bensì solo progressivamente, l'attività petrolifera in corso entro le 12 miglia, secondo le scadenze delle concessioni in vigore fino ad appena tre mesi fa. Lo spiega bene Greenpeace: «prima che il Parlamento, lo scorso dicembre, introducesse la norma su cui gli italiani sono chiamati a esprimersi alle urne, le concessioni per estrarre gas e petrolio avevano normalmente una durata di 30 anni più proroghe. E ciò era noto a ogni società petrolifera (e ai suoi dipendenti) fin dal momento del rilascio della concessione. Dal punto di vista occupazionale, dunque, si ripristinerebbe quanto in vigore fino allo scorso dicembre, e fino ad allora mai contestato dalla compagnie petrolifere, né dai sindacati, né dai lavoratori».

Il significato del referendum va oltre il referendum in sé
È un termometro questo referendum, che serve pure a misurare lo stato di salute del nostro sistema d’informazione e il suo condizionamento da parte della politica e delle lobbies. Tra le principali questioni sollevate da chi è contrario al referendum ci sarebbe l’incidenza limitata del tema proposto, anzi «inutile» per il premier Renzi. È certo che non l’hanno deciso i No Triv che l’opinione pubblica fosse chiamata a convergere sullo scampolo di un tessuto più ampio. I quesiti referendari, infatti, originariamente ammessi dalla Corte di Cassazione erano sei. A metà dicembre, però, con alcune modifiche operate nella legge di stabilità che fingono di recepire i quesiti referendari, cinque di essi sono diventati inammissibili. Il 9 marzo, poi, la Consulta ha dichiarato l’inammissibilità, dei conflitti di attribuzione delle Regioni che puntavano a ripristinarne due, quelli sulla «pianificazione delle attività estrattive degli idrocarburi» e sulla «prorogabilità dei titoli abilitativi a tali attività». Nel caso di parere positivo, si sarebbe riaperta anche la possibilità di accorpare la data del referendum con il primo turno delle elezioni amministrative, che avrebbe consentito di risparmiare circa 370 milioni di euro di soldi pubblici. Strabismi del premier: quando ci fu il referendum sull’acqua fu proprio Renzi a chiedere a Berlusconi l'accorpamento e l'election day. Una beffa secondo Enzo di Salvatore, del Comitato nazionale No Triv, costituzionalista ed estensore dei quesiti referendari, perché l’esclusione avviene per mere cause procedurali e, quindi, «non entra nel merito delle questioni poste e gli italiani non sapranno mai se vi sia stata effettivamente elusione dei quesiti referendari concernenti il piano delle aree e la durata dei titoli in terraferma e oltre le dodici miglia marine».
Ma proprio perché si tratta dell’unico referendum ammesso che quello del 17 aprile acquista un significato che va oltre il voto in sé. È un sì che assume un significato più vasto, è un sì per il futuro del Paese. Dopo la conferenza internazionale sul clima a Parigi che ha detto che bisogna privilegiare le rinnovabili, mette gli italiani in condizione di dare un chiaro segnale al governo su quale politica energetica adottare, abbandonando la vecchia energia fossile, considerata causa di inquinamento, di dipendenza economica, di conflitti armati e di pressione delle lobby. Siamo chiamati ad esprimerci contro un sistema lobbistico-finanziario e di sfruttamento del suolo e delle popolazioni che non produce alcuna ricchezza per le popolazioni stesse. Un significato che va ancora oltre, perché si vuole dire di puntare su altri asset di sviluppo. L’Italia può competere con il mondo con il suo «Made in Italy», non con idrocarburi scarsi. In Sicilia, dove le piattaforme interessate dal referendum appartengono alle multinazionali Eni, Edison, Northern Petroleum, un barile di petrolio, ormai al capolinea, vale di più di uno sviluppo durevole e sostenibile basato sulle risorse e il patrimonio dei nostri territori?

La specificità siciliana
È vero, invece, che proprio in Sicilia, al contrario, il senso del referendum comporta implicazioni più estese che nel resto del Paese. Perché porta in primo piano la situazione emergenziale di una regione che, unica in Italia, non ha approvato una legge sul mare, la tutela della costa e l'uso del demanio marino, non dispone di un piano dei rifiuti, idrico, energetico ecc. Una regione che si ritaglia un ruolo particolare anche per altri aspetti, ma stavolta di segno positivo.
Primo. Possiede nei Banchi del Canale di Sicilia un prezioso tesoro di biodiversità e di vita animale e vegetale, la più importante zona di pesca di specie maggiori, nonché spazio di mare più ricco di storia di tutto il Mediterraneo. La Soprintendenza del Mare ha presentato all’Unesco la proposta di dichiararli Patrimonio dell'umanità e Riserva della biosfera. Si tratta anche dello spazio di mare più ricco di storia di tutto il Mediterraneo. La Dichiarazione di Siracusa del marzo 2001 e la Convenzione internazionale Unesco sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo (Parigi 2 novembre 2001, ratificata dall’Italia con Legge 23 ottobre 2009, n. 157) hanno posto la necessità di tutelare e valorizzare il patrimonio culturale ancora presente nei fondali del mare Mediterraneo poiché bene comune dell’umanità.
Secondo. Possiede fonti energetiche rinnovabili peculiari. C’è un’altra regione in cui si potrebbe sfruttare l’energia geotermica prodotta da un vulcano attivo (la Dalmine condusse sull’Etna un esperimento con la Montedison) e le correnti dello Stretto (esistono turbine a impatto 0 in grado di produrre energia h24)? Altro che pale eoliche off shore.

Il patrimonio «non è petrolio»
Il patrimonio non è solo qualcosa da preservare mummificandolo, è la nostra risorsa più elusa e mortificata. Decenni fa avevano provato pure a «trivellarcelo» il patrimonio, accostando semanticamente monumenti, palazzi, chiese, centri storici e paesaggi al petrolio: era stato il non altrimenti memorabile ministro dei Beni culturali, Mario Pedini, Dc, emerso poi dalle liste P2, a introdurre quella empia equazione Beni culturali=Petrolio italiano. Che il patrimonio «Non è petrolio» da sfruttare guardando solo alla rendita lo spiega bene nel suo recente libro Federico Massimo Ceschin, vicepresidente dell’Associazione Europea delle Vie Francigene.
Dovremmo, allora, avere chiari che i due termini della dialettica sono questi: no alle trivellazioni, sì ad investire sul patrimonio, sugli asset che incrementano l’attrattività del nostro Paese, della nostra isola. E vale la pena ricordare ancora le parole del procuratore regionale Aloisio all’inaugurazione dell'anno giudiziario: «Appare incredibile che non si riesca a utilizzare come primo fattore di crescita economica il turismo, tenuto conto dell’ineguagliabile patrimonio paesaggistico e monumentale, nonché delle vocazioni culturali della nostra terra, che non sono supportate da un piano turistico adeguato e sono penalizzate dalla mancata cura delle infrastrutture e dei servizi (…)».
Tenuto anche conto del particolare momento storico. La Sicilia non può non occupare le fette di mercato turistico che si aprono per l’instabilità dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come l’Egitto. Per citare il solo dato della Cappella Palatina, le presenze, rispetto ad un anno fa sono in aumento del 15/20%. Ma non ci si può accontentare di processi spontanei, serve una chiara politica culturale e turistica, superando l’attuale condizione in cui i due rispettivi Dipartimenti operano come due monadi isolate: se al Turismo si indicano, sulla base dei flussi di arrivo, come asset strategici dei precisi siti del patrimonio, ci deve essere convergenza anche da parte dei Beni culturali. Non si può pensare di attivare protocolli d’intesa con la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina, sito Unesco, tra le maggiori risorse economiche quale attrattore turistico, terzo sito più visitato in Sicilia con 322mila presenze (ma nel 2013 era al primo posto, e le difficoltà infrastrutturali erano le stesse di oggi, il che vuol dire che non si è saputo dare continuità alle attività di promozione del sito), mentre ai Beni culturali lo si derubrica da servizio a unità operativa, vanificando completamente qualsiasi capacità decisionale forte e un'azione rapida e incisiva.
I dati Federculture 2015, elaborati su dati di «Il Giornale dell’Arte», indicano che il turismo culturale continua a rappresentare una quota rilevante dell’industria turistica, molto di più che quello legato alle località marinare, montane, termali, etc. C’è il dato positivo dell’incremento degli arrivi 2014 nel Mezzogiorno, pari al 9%, il più alto tra le macroaree nazionali. Gli arrivi turistici sono, peraltro, fortemente concentrati: l’80%, vale a dire 6,7 milioni, interessano Campania, Puglia e Sicilia.
Quello stesso rapporto Svimez 2015 che tutti hanno citato perché il Sud è cresciuto la metà della Grecia, parla anche di «potenzialità dell’industria culturale», dice che «bisogna puntare sull’agricoltura», che «le rinnovabili sono un’opportunità per il Sud e per il Paese», mentre il Governo Renzi per «sbloccare» l’Italia ritiene necessario intervenire a favore delle multinazionali dell’estrazione degli idrocarburi, e per le energie rinnovabili ha ritenuto di abbattere gli incentivi per ottenere un risparmio in bolletta (mai visto) addirittura in modo retroattivo.
Non si andrà da nessuna parte finché il mancato rapporto tra Beni culturali e Turismo, l’assenza di progettualità integrata interdipartimentale (m anche con gli altri Dipartimenti che hanno per oggetto i paesaggi e i territori, col Dipartimento delle infrastrutture) continuerà ad essere un nodo irrisolto del sistema, un nodo strutturale. O finché la politica culturale sarà al ribasso, tra cene del jet set che riducono uno dei più importanti siti Unesco del Mediterraneo a fondale scenografico (il banchetto di Google Camp la scorsa estate alla Valle dei Templi) o prestiti delle nostre opere d’arte dai principali istituti dell’isola per mostre, senza che sia accertato se sussista un ritorno in termini di equivalente significato culturale, sia che si tratti di mostre all’estero (quella sulla Sicilia dal 21 aprile al British di Londra) sia in patria, come quella di una fondazione milanese dal debole progetto scientifico, non tale certo da giustificare la movimentazione dell’«Annuniziata» di Antonello da Messina, tra le 23 di cui la Regione vieta, eccetto casi straordinari, il prestito. O se si firmano contratti di sponsorizzazione a favore del privato (Cantine Settesoli per Selinunte). La valorizzazione deve avere una portata di sistema. Non si tratta solo di risorse economiche (a partire dalla corretta gestone dei fondi UE e dall’attivazione di nuove modalità di fundraising), ma di risorse umane qualificate, di innovazione tecnologica, di nuove forme di gestione, come l’affidamento di enti museali ad apposite fondazioni: il caso della Fondazione Musei Civici di Venezia, con una gestione in attivo, dimostra che un modello aziendale correttamente organizzato è in grado di far convergere gli interessi pubblici e quelli dei privati.

La cronaca più recente dà ragione ai sostenitori del «sì»
Oltre all’inchiesta giudiziaria in Basilicata, c’è pure l’incidente del 13 marzo in una piattaforma a pochi chilometri dalle isole Kerkennah, in Tunisia, ha provocato una fuoriuscita di petrolio che si sta dirigendo verso le coste siciliane.
La casistica di riversamento in mare non è così remota, dunque. Ma anche senza dovere ricordare disastri ambientali come quello nel Golfo del Messico (2010), sul fronte dell’inquinamento abbiamo adesso delle certezze: le piattaforme in Adriatico inquinano oltre i limiti di legge.
A provarlo è Greenpeace nel suo dossier del marzo scorso «Trivelle fuorilegge», dove «per la prima volta, vengono resi pubblici i dati ministeriali relativi all’inquinamento generato da oltre trenta trivelle operanti nei nostri mari. Le concentrazioni di queste sostanze sono, in oltre il 70% dei casi, oltre i limiti di legge. I dati mostrano una grave contaminazione da idrocarburi policiclici aromatici e metalli pesanti, molte di queste sostanze sono in grado di risalire la catena alimentare fino a raggiungere gli esseri umani».
Come hanno fatto quelli di Greenpeace a saperlo?
«Abbiamo chiesto al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, tramite istanza pubblica di accesso agli atti, di ottenere i dati di monitoraggio delle piattaforme presenti nei mari italiani. Il Ministero ci ha fornito soltanto i dati di monitoraggio di 34 impianti, relativi agli anni 2012-2014, dislocati davanti alle coste di Emilia-Romagna, Marche e Abruzzo».
E delle altre 100 e più piattaforme operanti nei nostri mari? non è stato fornito alcun dato! «Delle due, l’una o l’altra: o il Ministero non dispone di informazioni in merito (e dunque questi impianti operano senza essere monitorati) oppure lo stesso Ministero ha deciso di non farci accedere a tutta la documentazione in suo possesso».
Ma il meglio deve venire ed è uno di quei conflitti d’interesse in salsa tutta italiana: sapete chi esegue questi monitoraggi? «L’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un istituto di ricerca pubblico sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente) su committenza di Eni, proprietaria delle piattaforme oggetto di indagine. In pratica, l’organo istituzionale (Ispra) chiamato a valutare i risultati del monitoraggio sul mare che circonda le piattaforme offshore, opera su committenza della società che possiede le piattaforme oggetto d’indagine (Eni) cosicché il controllore è a libro paga del controllato».
Neanche a parlare, poi, degli studi di impatto ambientale prodotti dalle compagnie petrolifere, che, dice Giorgia Monti, responsabile della campagna mare di Greenpeace, «usano sempre lo stesso formato cui attaccano a casaccio dati più o meno pertinenti delle località che intendono rovinare con le loro estrazioni petrolifere».
Nel 2013, per esempio, la Northern Petroleum aveva presentato uno studio ambientale sul Canale di Sicilia, incassando il parere favorevole dal ministero dell'Ambiente, salvo poi scoprire che si trattava di copia di un altro che riguardava il mare di Puglia. Tra gli errori spiccava infatti un riferimento all'altezza delle onde nelle acque di Agrigento misurata da una boa posta al largo di Monopoli, zona per la quale la stessa compagnia aveva presentato altra richiesta. E chi ci assicura che tale superficialità sia limitata «solo» agli studi e non alle attività di perforazione ed estrazione?

Sicurezza. La causa dei disastri ambientali potrebbe non essere solo accidentale

È così remota l’ipotesi di considerare le piattaforme degli obiettivi sensibili del terrorismo? Già, perché mentre le centrali nucleari (vedi i sospetti sul progettato dell’Isis di assaltare una delle due centrali nucleari in Belgio) sono ipersorvegliate, le piattaforme, dicevamo, sono gestite prevalentemente da postazioni remote.



__________________________
Silvia Mazza
,
storica dell’arte e giornalista, membro del Comitato #labellezzanonsitrivella, presidente Fabio Granata, promosso dal movimento civico Diventerà Bellissima, a cui hanno aderito personalità del mondo della cultura, accademico e associazionistico, come Sebastiano Tusa, soprintendente del Mare della Regione Sicilia, Aurelio Angelini, direttore Fondazione Unesco Sicilia, Ignazio Buttitta, docente Università di Palermo, Francesca Pedalino, presidente dell'Istituto nazionale di Bio Architettura, Umberto Balistreri, presidente nazionale dei «Gruppi Ricerca Ecologica», Leandro Jannì, presidente regionale Italia Nostra, e molti altri

di Silvia Mazza, edizione online, 5 aprile 2016


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