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Quel collezionista d’arte è un demonio

La pubblicazione degli inventari della collezione di Hermann Goering evidenzia e quantifica la voracità inesausta (e incontrollata) di opere d’arte del gerarca nazista, suicida dopo la condanna a morte di Norimberga: il Catalogo elenca 1.376 dipinti, 250 sculture e 168 arazzi, ma anche nomi e cognomi dei venditori e dei derubati

Sulla storia del nazismo, dalla fine della guerra ad oggi, si sono accumulati centinaia di libri, film, interviste a reduci, vittime e carnefici che hanno tentato di capire o di spiegare; riaffiorano però sempre cose nuove e tutte orride. In questo solco, Le Catalogue Goering, da poco edito a Parigi da Flammarion, focalizza il problema dei rapporti fra uno dei più importanti gerarchi nazisti e l’arte, analizzando per la prima volta nel suo complesso e pubblicando integralmente le fotografie che rimangono delle sterminate collezioni artistiche di Hermann Goering (1893-1946), numero due del regime e bulimico collezionista d’arte. Il volume curato da Jean-Marc Dreyfus è preceduto da una prefazione del ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius. Vi ha collaborato un team di archivisti e storici: Isabelle Richefort, conservatore generale degli Archivi Diplomatici di Francia; Anne Liskenne, conservatore capo degli Archivi del Ministero degli Esteri; Pascal Even, conservatore generale e direttore degli archivi di Francia e Frédéric Baleine du Laurens, già direttore degli archivi Diplomatici del Ministero degli Esteri.

La passione di Goering per l’arte crebbe di pari passo con il suo potere. Gli esordi furono «legali»: nel 1933 comprò e pagò di tasca propria alcuni dipinti rinascimentali italiani e tedeschi presso la celebre Galleria Sangiorgi di Roma. Ma ben presto passò alle razzie. Di origine aristocratica ma di mentalità piccolo borghese e di non alta cultura, il maresciallo del Reich si credeva un principe del Rinascimento e faceva della vanità e dell’esteriorità uno stile di vita. Possedeva yacht, treni, una villa a Berlino, case campestri e castelli, case di caccia. Ma la residenza prediletta era il castello di Carinhall nel Brandeburgo che portava il nome della sua prima moglie, una nobile svedese morta giovane che il vedovo aveva elevato al ruolo di divinità degli antichi culti germanici. Nel castello di Carinhall, di cui rimangono molte fotografie che ne ritraggono gli splendidi interni rigurgitanti di opere d’arte, riceveva gli ospiti illustri del Terzo Reich al posto di Hitler che non amava la mondanità. Goering con la seconda moglie Emma Sonnemann, invitava ambasciatori e capi di Stato (compreso Mussolini). Il castello era stracarico di trofei di corna di animali cacciati e, in prevalenza, di quadri tedeschi del Cinquecento. La passione di Goering per l’arte era ben nota e chiunque volesse fargli cosa gradita gli regalava quadri; in più occasioni Hitler gli donò dipinti: nel 1935 un tetro ritratto di Bismarck di Franz von Lenbach, nel 1938 la «Bella falconiera» di Hans Makart. Nel 1937 vennero varate, con l’incoraggiamento di Goering, le leggi sull’arte «degenerata» («entartete Kunst») e dai musei tedeschi uscirono espressionisti, simbolisti e pittori francesi come Matisse e Renoir.

La carriera di collezionista del «bue ciccione che arraffava quattrini e decorazioni» (come lo definiva, nel suo diario, Galeazzo Ciano) subì uno scatto in avanti con l’invasione dei Paesi Bassi nel maggio del 1940; Goering poté così impadronirsi dei dipinti del famoso gallerista ebreo Jacques Goudstikker e incamerò nel suo castello Rembrandt, Van Dyck, Cranach, Poussin, Fragonard, Veronese, Tintoretto e Canaletto. Non riuscì però a depredare come avrebbe voluto i musei di Vienna e di Varsavia: il Führer aveva diritto alla prima scelta e si portò via i pezzi migliori per la sua collezione personale. Goering si rifece a Parigi: con l’invasione della Francia, la capitale divenne il suo terreno preferito di caccia e spoliazione.  I nazisti saccheggiarono «legalmente» le collezioni ebraiche che vennero semplicemente illegali e requisite. I quadri dei Rosenberg, di David Weill, dei baroni Maurice e Alexandrine Rothschild divennero un piatto in cui servirsi a sazietà per Goering con altri Monet, Cézanne, Renoir, Rembrandt, Velázsquez, Goya. Il museo del Jeu de Paume di Parigi si trasformò in centro di smistamento per le opere sequestrate. Gli uomini di Goering gli sciorinavano il bottino come pirati dopo un arrembaggio; l’obeso maresciallo si recò almeno una ventina di volte direttamente sul luogo per scegliere il meglio. I quadri partivano poi su treni privati e i francesi rischiarono di rimanere senza storia dell’arte. Vegliava però in quel luogo silenziosa e appartata una piccola e in apparenza fragile donna: Rose Valland (1898-1980) conservatore aggiunto del Museo Jeu de Paume. Rose non si limitò ad assistere allo scempio. Contattò segretamente Jacques Jaujard, gran personaggio della resistenza francese, direttore dei Musei Nazionali; elencò e fotografò di nascosto le opere saccheggiate e rivelò l’identità degli uomini di Göring: Bruno Lohse, figura chiave del sistema dei saccheggi e il mercante d’arte Walter Hofer, responsabile della raccolta Goering. L’ultimo quadro rapinato arrivò a Carinhall nell’aprile del 1944. Nell’ottobre del 1944 Parigi era libera. Da quel momento Rose Valland iniziò una caccia alle opere trafugate che la occupò tutto il resto della sua vita; nel dopoguerra, grazie agli appunti presi di nascosto, riuscì a far rientrare in Francia migliaia di opere d’arte rubate. Dopo la guerra venne formata in Francia una Commissione per il recupero delle opere d’arte rubate, che attuò nel limite del possibile un preciso piano di rientro di quanto trafugato: schegge della raccolta di Goering sono tuttavia ancor oggi in giro per l’Europa, rinverginate da passaggi in asta e spesso non più richieste da nessuno, semplicemente perché i proprietari sono stati tutti fatti fuori a suo tempo.

Hermann Goering, fuggito da Parigi alla fine del 1944, si rifugiò a Carinhall e preparò un progetto per salvare le sue raccolte: nel febbraio del 1945 le caricò su vari treni per portarle verso sud. La fuga precipitosa ha risvolti degni veramente di alcuni suoi antenati che facevano di mestiere gli invasori barbari. Le grandi sculture che aveva rubato in Francia vennero buttate nel lago del castello dove saranno recuperate solo dopo la caduta del muro di Berlino; il castello fu da lui stesso minato e fatto saltare in aria. Mentre i russi arrivavano, otto suoi treni vennero depredati dai tedeschi stessi che fecero sparire molte opere d’arte, altri convogli furono distrutti da bombardamenti. Di molte opere si persero le tracce: il catalogo oggi pubblicato, con tutte le foto della collezione, potrà forse permettere il ritrovamento di qualche pezzo. Finalmente la resa dei conti. Hiltler desiderava che Goering diventasse suo successore ma una feroce lotta fra Goering e Martin Bormann fu fatale a entrambi. Quando Goering stava per essere arrestato e fucilato dai suoi a Berchtesgaden, giunse la notizia del suicidio del Führer. L’8 maggio 1945 Goering si consegna agli americani presentandosi come diretto successore di Hitler e quindi capo di Stato. Il generale americano Eisenhower lo fa arrestare come un comune criminale. Al processo di Norimberga viene condannato a morte per impiccagione, ma si suicida il 15 ottobre 1946 con il cianuro. Il suo cadavere venne fotografato e mostrato ai giornalisti; poi le ceneri furono sparse in un fiumiciattolo locale. Scomparve così l’uomo che voleva eternarsi con l’arte, costruendo attraverso le sue raccolte un monumento a se stesso. Dante nell’Inferno, incontra Alberigo da Faenza, assassino dei suoi famigliari, che gli risulta ancor vivo, e apprende con orrore che tra i viventi il suo corpo era abitato da un demonio. La sua anima, infatti, era stata precipitata all’Inferno nel momento stesso in cui si era macchiata dei suoi delitti. Forse in Goering, come in molti altri suoi colleghi, il demonio si era installato ben prima della loro morte: mascherato con l’ambizione nobilitante di apparire come collezionista d’arte. 1.376 dipinti, 250 sculture, 168 arazzi: questi i numeri delle opere d’arte del Catalogo Goering, conservato negli archivi del Quai d’Orsay di Parigi. Il manoscritto-documento era stato dimenticato per lungo tempo negli Archivi diplomatici del Ministero degli Esteri francese, ma il ministro Laurent Fabius, appartenente a una famiglia di ebrei mercanti d’arte, ne ha voluto per la prima volta l’integrale pubblicazione, testimonianza delle rapine perpetrate e di una storia che non finiremo mai di rimeditare. Il documento, ritrovato da Rose Valland (non è chiaro com’era finito nelle sue mani), è significativo anche per capire l’estetica nazista. Goering dapprima collezionò soprattutto autori tedeschi: su tutti Lucas Cranach (ne aveva 54); riteneva infatti che l’arte tedesca fosse la migliore in quanto arte della «razza eletta». Era però interessato anche agli olandesi e fiamminghi del Seicento, ritenuti da lui comunque pittori tedeschi. Voleva a tutti i costi un Vermeer, ma recuperò una patacca realizzata dal falsario Han van Meegeren. Fra i Cranach collezionati alcuni erano assai belli come il «Giudizio di Paride» oggi a Basilea (Kunstmuseum) o il «Piramo e Tisbe» (Staatsgalerie, Bamberga), molti erano lavori di scuola e bottega. Invaghitosi di un ritratto d’uomo di Memling, nella collezione del principe Corsini a Firenze, volle assolutamente averlo e Mussolini obbligò il principe a venderglielo; in seguito il quadro sarà considerato dalla critica una copia antica. I quadri italiani e francesi erano anch’essi numerosi. Fra di essi la «Leda con il cigno» allora ritenuta di Leonardo (oggi nel Museumslandschaft Hessen di Kassel), numerosi Canaletto (di due vi sono le immagini nella Fototeca Zeri), un Tintoretto e poi una miriade di quadri di medio livello o di scuola, compresi molti altri palesemente falsi. La moglie di Goering apprezzava l’arte degenerata e in camera da letto si mise un Gauguin e due Van Gogh. A Carinhall vi erano molti impressionisti e opere di Boldini e Renoir: in sostanza vi erano rappresentate tutte le scuole pittoriche europee, alla faccia delle distinzioni razziali. Nel Catalogo le opere sono presentate con foto, autore, descrizione, modo e tempo dell’«acquisto». In 407 pagine sovente di impervia lettura scorre tutta la collezione del gerarca nazista. Molte attribuzioni di allora appaiono certamente errate e non più accettabili. Compaiono quadri moderni di gusto assolutamente scadente, come «Europa e il toro» di Werner Peiner, del 1937, che era a capo del letto del maresciallo (oggi nelle Bayerische Staatsgemäldesammlungen). Peiner era tra i pittori preferiti di Goering; la protagonista dell’opera Europa è una scipita bionda ariana nuda che aspetta pazientemente di congiungersi con un grosso bovino che avanza verso di lei per generare la nuova razza perfetta. Spulciando il Catalogo Goering si trova di tutto, anche quadri piemontesi: due Spanzotti, oggi alla Sabauda di Torino, comprati da Contini a Firenze; un raro dipinto di primo Cinquecento dell’alessandrino Giovanni Mazone (Massone) proveniente da Bellini a Firenze (oggi al Museo Nazionale di Belgrado); un trittico di Defendente Ferrari non fotografato, ma riferibile grazie alla descrizione a quello che si trova oggi alla Galleria Sabauda. Queste opere (e molte altre) furono recuperate da Rodolfo Siviero dopo la guerra e appaiono nel «Elenco delle opere d’arte italiana recuperate in Germania e giacenti presso il collecting point di Monaco di Baviera» (www.fold3.com).

Chi procurava i quadri a Hermann Goering? Se eventualmente comprava, pagava pochissimo, ma di solito non aveva bisogno di pagare. Due erano i suoi esperti di fiducia: Walter Andreas Hofer e Bruno Lohse, che spediva in avanguardia in tutta Europa a preparare le strade e a selezionare le opere. Dal 1940 in Francia i tedeschi istituiscono l’Einsatzstab Reichsleiter Rosenberg (Err), sezione speciale destinata al sequestro delle collezioni ebraiche. Goering ci si tuffò e si riservò il diritto di essere il primo predatore di ogni bottino. La sua organizzazione trasportava le opere con treni speciali e il feldmaresciallo che i servizi segreti americani definivano tirchio, gretto, fondamentalmente malvagio e disonesto, comprava famelico tutto quello che incrociava, comprese le croste. Quando nel dicembre del 1943 gli giunsero le casse delle opere trafugate da Montecassino, che comprendevano anche gli straordinari tesori artistici di Capodimonte, le spedì nella miniera di Altaussee, come sua proprietà, probabilmente da usare come arma di ricatto a guerra conclusa. Un piano che le circostanze del dopoguerra impedirono.

Hofer e Lohse, come i demoni delle Malebolge dantesche, quando capirono che l’aria era cambiata  tradirono e si misero subito a collaborare con gli americani segnalando le opere rubate dal loro ex capo, i  nascondigli e la posizione dei convogli con il materiale predato. Il tradimento pagò: Bruno Lohse se la caverà con due anni di carcere e poi tornerà al fare il mercante d’arte a Monaco di Baviera ove morirà nel 2007. Walter Andreas Hofer sarà condannato dal governo francese a dieci anni di carcere che non sconterà, morendo tranquillamente nel 1971 a Monaco dove aveva continuato il suo lavoro di antiquario. Naturalmente non solo questi due personaggi furono complici di Goering nelle spoliazioni artistiche: una rete di antiquari che si estendeva in tutta Europa aiutò Lohse e Hofer, trovando la convenienza di proporsi come fornitori. Fra di essi Hildebrand Gurlitt (a cui di recente sono state dedicati i volumi Hitlers Kunsthändler. Hildebrand Gurlitt 1895-1956. Die Biographie, di Meike Hoffmann e Nicola Kuhn Verlag C. H. Beck, Monaco 2016; e The Munich Art Hoard. Hitlers dealer and his secret legacy, di Catherine Hickley, Thames & Hudson, Londra 2015. Cfr. articolo a lato), ma anche molti francesi, tedeschi, spagnoli, svedesi e italiani, forse non tutti consci del retroterra del loro cliente speciale. Molti nomi di questi  antiquari, ma anche di nobili compiacenti e di mezzani e mezzane, sono riportati in una serie di documenti di fondamentale importanza che sono accessibili liberamente online nell’Art Looting Investigation Unit: Final Report (www.fold3.com/title_759/roberts_commission_protection_of).

Sono presenti i nomi dei più importanti antiquari italiani del tempo e, in molti casi, commenti circa la loro posizione nei confronti dei clienti nazisti e le cifre sborsate. I documenti includono inoltre un elenco delle opere d’arte di Goering e un giudizio significativo su di lui. Il feldmaresciallo era nella condizione di avere sempre l’ultima parola sugli acquisti e nella sua collezione prevalevano nudi, ritratti e trittici che erano i suoi temi preferiti. Tuttavia non risultava avere gusto particolare né particolare cultura anche se in pubblico si atteggiava con arroganza a conoscitore esperto. Hofer riusciva di solito a fargli cambiare idea e lo surclassava culturalmente, facendogli comprare ciò che gli proponeva, ma le opere non erano sempre di qualità e, talvolta, nemmeno autentiche. Altre fonti, lettere e documentazioni con inventari, sono negli archivi della Clinton Presidential Library (www.clintonlibrary.gov) dai quali risulta il pesante coinvolgimento nell’esportazione delle opere d’arte di alcuni importanti antiquari italiani che contribuirono al progetto del Museo di Hitler a Linz e di personaggi altolocati della nobiltà europea che fungevano da intermediari. Anche il governo fascista veniva coinvolto e il ministro Bottai più volte dovette favorire l’esportazione illegale (che veniva legalizzata) di opere vincolate al patrimonio nazionale. Dopo la guerra molte opere d’arte ripresero la via di casa, mentre su molte altre si scatenarono dispute legali, anche per iniziativa di Edda, la figlia di Goering. Dei 100mila oggetti rubati in Francia 61.233 sono stati ritrovati e 45.440 sono stati restituiti. Gli oggetti di cui non sono stati individuati i proprietari sono stati portati al Louvre e i più belli vi sono rimasti; nel 1953 il Governo francese fermò le ricerche mettendo in asta quanto avanzato. In Germania, intanto, a Monaco nel punto di raccolta delle opere, molti oggetti rimasero senza proprietà e all’inizio degli anni Sessanta vi erano ancora 285 quadri e disegni, 155 sculture 123 mobili, 41 pezzi di tappezzeria, 425 oggetti di arti decorative. Qualcosa finì ai musei di Monaco, altri pezzi ritenuti minori furono posti in asta nel 1966. Poi su tutto scese, come dice Dreyfus, «un velo pudico» fino al 1995, quando la Commissione Matteoli venne incaricata di cercare nuovamente i discendenti degli ebrei derubati. In questi anni gli eredi di molti di coloro che furono spogliati dei beni e poi uccisi hanno mosso cause a case d’aste e musei per riavere quanto proveniva dalla loro famiglie. Nel volume L’Orologio di Orfeo (cfr. articolo qui sotto) è narrato un esempio di questo genere di vicende, sempre molto amare e difficili da risolvere.
Il castello di Carinhall venne definitivamente raso al suolo durante il periodo della guerra fredda e sulle sue rovine oggi cresce una foresta.



Le catalogue Goering, di Les Archives diplomatiques & Jean-Marc Dreyfus, prefazione di Laurent Fabius, 600  pp., ill., Flammarion, Parigi 2015, € 42,50


L'articolo completo è pubblicato sul numero in edicola di «Il Giornale dell'Arte»

di Arabella Cifani, da Il Giornale dell'Arte numero 363, aprile 2016


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