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Berlino: rap, juice bar e kung fu lesbo

La Biennale si pone una domanda: l’arte è davvero in grado di descrivere le contraddizioni contemporanee?

Speculative Ambience, 2016 Video Still Produziert von / Produced by Iconoclast Courtesy Berlin Biennale für zeitgenössische Kunst / for Contemporary Art

Berlino. Felicità come prodotto interno lordo, nazioni come brand, persone come incarnazioni di dati digitali: sono questi, a detta del collettivo newyorchese DIS (Lauren Boyle, Solomon Chase, Marco Roso e David Toro), i paradossi del XXI secolo. Paradossi attorno a cui ruota la nona edizione della Biennale di Berlino, aperta dal 4 giugno al 18 settembre, la cui curatela quest’anno è stata affidata dal direttore Gabriele Horn ai quattro artisti-curatori. Una Biennale diffusa, comprensiva di una sessantina di artisti e gruppi (nessun italiano), sparsa in diverse sedi cittadine (Akademie der Künste, Esmt European School of Management and Technology, Collezione Feuerle e Kw Institute for Contemporary Art), tra cui figurano anche una barca per tour acquatici sulla Sprea (una piattaforma mobile di eventi e performance) e il sito web della rassegna, contenitore virtuale di contributi artistici. Abbiamo intervistato i quattro componenti di DIS.

Obiettivo della IX Biennale di Berlino è «materializzare i paradossi che popolano il nostro mondo»: in che modo?
La Biennale di Berlino per noi rappresenta un modo di sviluppare temi che abbiamo trattato e continuiamo a trattare su «DIS Magazine». Uno di essi è il frastornante flusso di informazioni al quale siamo sottoposti quotidianamente. La nostra strategia oscilla tra rappresentazione e simulazione. L’epoca in cui viviamo è caratterizzata da ideologie in conflitto, ideologie che si manifestano nell’estetica contemporanea, in cui singole immagini, prodotti od opere d’arte abitano posizioni contraddittorie. Molti degli artisti presenti in questa Biennale hanno emulato esperienze familiari, o si sono serviti di formati commerciali o d’intrattenimento come materiale grezzo, portandoli a esiti inaspettati. Per fare qualche esempio: il juice bar geopolitico di Debora Delmar; il video musicale «Homeland», girato da Halil Altindere con il rapper siriano Abo Hajar; la blockchain di Simon Denny; il kung fu film lesbo di Wu Tsang; la fantascientifica startup postcapitalistica di Christopher Kulendran Thomas; o il bagno pubblico-centro informazioni di Shawn Maximo.
Si tratta di una Biennale delocalizzata, dispersa in varie sedi nella città di Berlino. Qual è stato il principio nella scelta delle singole sedi?
Gli edifici di Pariser Platz, uno dei fulcri urbani della Biennale, sono stati ricostruiti nel dopoguerra con facciate in stile tradizionale e interni ipermoderni, come la DZ Bank di Frank Gehry accanto all’Akademie der Künste. Ci affascina particolarmente quest’attenzione verso la facciata di un edificio e quest’estetica del potere berlinese, che prevede l’impiego architettonico di vetri specchianti, come nel caso della Paul-Löbe-Haus. Abbiamo preso in considerazione un certo numero di spazi connotati con un certo valore simbolico, come l’aeroporto adiacente a Schönefeld ancora in costruzione o la struttura temporanea dello Humboldt-Box, costruito per pubblicizzare e informare il pubblico riguardo l’edificazione del nuovo Berlin Palace Humboldt Forum. Quest’anno la Biennale di Berlino dura più del solito. È stato complicato ottenere gli spazi per tre mesi. A dirla tutta, preferiremmo fossero occupati dai rifugiati! Abbiamo considerato anche diversi edifici di proprietà statale, molti dei quali sono stati poi privatizzati. La ex ambasciata degli Usa, ad esempio, è stata comprata non molto tempo fa. Abbiamo visitato molti edifici della ex Ddr, ora abbandonati: alcuni si stanno letteralmente disfacendo; molti non hanno acqua corrente o elettricità. Siamo persino andati nell’ufficio di un ex dentista: sul corridoio erano rimaste delle macchie di sangue. Questa ricerca ci ha permesso di vedere Berlino con altri occhi!
La premessa del vostro progetto curatoriale è l’incapacità delle istituzioni, inclusa la Biennale stessa, di rappresentare con efficacia la contemporaneità. La realtà digitale costituisce forse un’alternativa che consente di descrivere adeguatamente le contraddizioni contemporanee. In questo senso che ruolo ricopre il sito web della Biennale?
Il nostro approccio curatoriale è volutamente ambiguo. Abbiamo sempre pensato a DIS come a uno spazio in cui idee e sistemi di valori non siano analizzati o criticati apertamente, ma ri-presentati in modo accentuato. Vogliamo suscitare nel nostro pubblico una risposta viscerale. Vorremmo che nello spettatore comune, non solo tra gli addetti ai lavori, un certo approccio critico si sviluppasse come reazione inevitabile. Anche il sito della IX Biennale di Berlino costituisce una delle sedi della rassegna. Lo abbiamo costruito come una piattaforma aggiuntiva, distinta dalla mostra. Ci saranno artisti i cui lavori non saranno inclusi nella mostra fisica, ma che saranno rappresentati sul sito e sui poster, e persino sulla copertina del catalogo. In questo senso, è una mostra irregolare e sbilanciata. Vorremmo che le persone «visitassero» la Biennale anche se non si troveranno fisicamente a Berlino. Ovviamente, per chi non sarà in città, si tratterà di un’esperienza completamente diversa.
La vostra è una pratica curatoriale innovativa, che spazia da mostre museali tradizionali a progetti in spazi non convenzionali, come le piattaforme online. Che relazione c’è tra questa Biennale di Berlino e le vostre precedenti esperienze curatoriali?
La Biennale è una mostra vera e propria, in un luogo fisico. In passato abbiamo sempre cercato di creare esperienze «In-Real-Life» in relazione a eventi specifici. Abbiamo pensato alla Biennale allo stesso modo: come a un evento di tre mesi che ha luogo in uno spazio fisico, attorno a cui abbiamo cercato di creare le giuste vibrazioni. Abbiamo optato sia per spazi tradizionali sia per spazi non convenzionali. Abbiamo voluto coinvolgere sia persone che non hanno nulla a che fare con il mondo dell’arte sia persone che ne sono parte integrante.

di Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 365, giugno 2016


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