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Mostre


Zurigo

Manifesta è un talent show

Un centinaio di partecipanti e 35 nuove produzioni nate dalla collaborazione tra artisti ed esponenti di altre professioni, dalla cucina alla prostituzione

L’installazione «Lunch Break» di Sharon Lockhart. © Sharon Lockhart, 2003. Courtesy the artist, neugerriemschneider, Berlin and Gladstone Gallery, New York and Brussels

Zurigo (Svizzera). Christian Jankowski, tedesco, classe 1968, è un artista noto ai più per le sue esilaranti performance. Nel ’92, ad esempio, entra in un supermercato armato di arco e freccia per procacciarsi un bottino fatto di succhi e scatole di merendine. Oppure, nel 2009, orchestra una pseudo asta nella sede di Christie’s ad Amsterdam, in cui il battitore offre alla platea i propri abiti, sfilandoseli uno per uno. Ora Jankowski veste i panni di curatore dell’undicesima edizione della biennale itinerante Manifesta, dal titolo «What People Do for Money: Some Joint Ventures», quest’anno ospitata dalla città di Zurigo dall’11 giugno al 18 settembre.
In mostra 35 nuove produzioni, nate dalla collaborazione tra artisti e rappresentanti di varie professioni (tra gli altri, Maurizio Cattelan e un atleta paralimpico, John Arnold, Guillaume Bijl e Jacqueline Meier, che lavora in una toeletta per cani, oppure uno chef stellato, Teresa Margolles, e una prostituta transessuale). La maggior parte delle nuove produzioni è esposta nel complesso Löwenbräukunst-Areal (Migros Museum für Gegenwartskunst, Luma Westbau/Pool e Kunsthalle) e alla  Helmhaus, un edificio un tempo utilizzato come tribunale e mercato, insieme alla «The Historical Exhibition: Sites Under Construction», che riunisce un centinaio di artisti viventi e scomparsi: tra le star, Mel Bochner, Chris Burden, Sophie Calle, Angus Fairhurst, Anna Gaskell, Duane Hanson, Susan Hiller, Andreas Gursky, Sharon Lockhart, Julian Opie, Amalia Pica, Adrian Piper, Thomas Ruff, Ed Ruscha e Rosemarie Trockel. Il celebre Cabaret Voltaire diviene la sede di una gilda accessibile soltanto ad artisti, mentre il centro del Lago di Zurigo è occupato dal Padiglione delle Riflessioni, una piattaforma galleggiante con bar, piscina e maxischermo.

Christian Jankowski, è la prima volta che lei partecipa a una mostra come curatore e che Manifesta ingaggia un artista come curatore...
Si può essere più cose allo stesso tempo. Sia il lavoro dell’artista sia quello del curatore hanno come oggetto il mio più grande amore e interesse, che è l’arte. Non è stato difficile mettersi nei panni del curatore. La mostra si è evoluta naturalmente, proprio come un’opera d’arte.
Il concetto di lavoro e il modo in cui esso definisce le nostre vite è al centro di questa edizione di Manifesta. Nella rassegna lei ha deciso di far collaborare artisti contemporanei e professionisti di diverse categorie: decisione rischiosa, considerato il distacco con cui viene percepita certa arte contemporanea dai lavoratori «comuni», ossia da coloro che non fanno parte del sistema dell’arte.
Non ho pensato fosse una scelta rischiosa. Al contrario, ho pensato fosse divertente e stimolante. E credo che nessun uomo sia un’isola, «artista» o «lavoratore comune». Quella dell’artista è una professione come un’altra, e qualsiasi rappresentante di una qualsiasi professione può percepire con distacco il mestiere di qualcun altro. A Manifesta 11 artisti e professionisti partecipano insieme a un’opera d’arte, e possono portare con sé altre persone in questo viaggio.
Manifesta 11 segna il centenario dalla nascita del Dadaismo, fondato al Cabaret Voltaire di Zurigo, una delle sedi della rassegna. Il Dadaismo fu un movimento radicale, antiborghese; al contrario la sua Manifesta sembra tradire il desiderio di ricollegarsi a un certo spirito borghese, incarnato dalla nozione di lavoro, qui rivalutato come forza creativa.
Per me il Dadaismo fu una risposta all’irrazionalismo della prima guerra mondiale. Nel nostro tempo il nemico dell’arte non è così semplice da identificare. Cerco alleati nella borghesia, nella classe operaia e in qualsiasi altra classe o «specie» esistente.

di Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 365, giugno 2016


  • Christian Jankowski. Foto Livio Baumgartner

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