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Addio Spagnulo, scultore di terra e di fuoco

Giuseppe Spagnulo nel suo studio. Foto © Claudio Abate

Milano. Il 15 giugno una polmonite ha stroncato Giuseppe Spagnulo, scultore. Nato nel 1936 a Grottaglie in Puglia, cresciuto nell’officina ceramica di famiglia e poi all’Istituto d’Arte di Faenza, dove incontra Nanni Valentini e Carlo Zauli, nel 1959 si trasferì a Milano, dove, oltre a frequentare l’Accademia di Brera, lavorò per Lucio Fontana e Arnaldo Pomodoro.

La terra, oltre al metallo, sono gli elementi tra i quali si sviluppa la sua ricerca, prima vicina al materismo di retaggio informale e poi via via sviluppatasi in ambito modulare e geometrico, una versione «calda», con bene impressi i segni della lavorazione, del Minimalismo e del Concettualismo.

Tra le prime mostre personali, quelle del 1969 alla Galleria Gian Ferrari e alla Galleria Martano di Torino. Del ’72, in una fase immediatamente successiva alla compenetrazione tra la sua produzione artistica e l’impegno politico a sinistra (amava lavorare alla sue opere nelle officine, a contatto con gli operai), è l’invito alla Biennale di Venezia. Intanto inizia la realizzazione di opere all’aperto a Gibellina (1974), a Villa Celle presso Pistoia per la Collezione Gori (1988), a Venezia per la Peggy Guggenheim Collection (2005).

Tra le retrospettive, quelle del 1994 alla Kunsthaus di Zurigo e del 1997 a Palazzo Reale a Milano, mentre del 2014 è la personale dedicatagli dalla Galleria dello Scudo di Verona e incentrata sulle ceramiche. Molto amato dal collezionismo tedesco, negli anni Novanta aveva assunto la cattedra di scultura all’Accademia di Belle Arti di Stoccarda.

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