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Opinioni


Brexit, «Abbiamo preferito la via di Hogarth a quella di Turner»

Per Bendor Grosvenor l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea potrebbe costare molto alle arti e al mercato dell’arte

«Oh il roast beef della vecchia Inghilterra» di William Hogarth («La porta di Calais», 1748)

Londra. La Brexit per noi britannici cambia tutto: la nostra politica, l’economia, persino il nostro spirito nazionale. In termini storico artistici, abbiamo preferito la via di Hogarth a quella di Turner. E, sì, anche la nostra arte sarà probabilmente diversa, o quanto meno il modo in cui la organizzeremo, la esporremo e, naturalmente, la venderemo.

Prima di tutto (e mi scuso di essere così utilitarista) è tutta una questione di soldi. Considerato il precipitoso crollo della sterlina e delle borse sembra ragionevole supporre che alle porte vi sia un periodo di incertezza economica o di contraddizioni. Ci vorranno anni di esitazioni per uscire davvero dell’Unione Europea (UE). È probabile che crollino le entrate fiscali e, di conseguenza, le istituzioni artistiche dovranno fare i conti con la penuria di finanziamenti. Sembra anche probabile, con l’opposizione del Partito Laburista nel caos, che un conservatore favorevole alla Brexit diventi il nostro nuovo primo ministro. L’unica precedente esperienza ministeriale di Boris Johnson è stata all’ombra del ministro delle arti nel 2004, e non fu un successo (io ho lavorato per il suo successore).
Il cancelliere dello scacchiere, George Osborne (che aveva messo in guardia dalla Brexit), può non essere stato popolare tra le élite culturali ma valutava genuinamente le arti e, soprattutto negli ultimi tempi, si era allontanato dalla sua linea per proteggere i finanziamenti alle nostre istituzioni. Spariranno tutte quelle vecchie conversazioni che eravamo soliti intrattenere in merito al finanziamento delle arti («strumentale» piuttosto che «intrinseco»), bizzarri ricordi di un passato tollerante.

Il finanziamento delle arti sarà visto come una priorità da un tale Governo (con tutta probabilità decisamente di destra o fautore del libero mercato)? Probabilmente no; considerate le tante altre priorità, sia economiche che diplomatiche, è questo quello che ci attende se facciamo quadrato attorno alla nostra «libertà» nuovamente ritrovata. Le arti non potranno che adeguarsi. Forse sarà bene passare un periodo lontano dalla luce dei riflettori, con una maggiore autonomia, premio di consolazione per i minori finanziamenti. Sopravvivranno i musei a ingresso gratuito? Alcune istituzioni potrebbero essere tentate di introdurre ingressi a pagamento per i visitatori stranieri, attualmente vietati dalle leggi europee. In linea strettamente di principio, la sterlina debole potrebbe comportare qualche vantaggio a breve termine. Il Regno Unito potrebbe diventare più conveniente per i turisti, creando l’opportunità per musei e gallerie di aumentare il numero dei visitatori e le loro entrate. Qualsiasi finanziamento europeo ovviamente scomparirà; ricordate, spenderanno quei mitici 350 milioni di sterline alla settimana per il servizio sanitario. 

La sterlina debole avrà anche un impatto sul mercato dell’arte britannico. All’inizio, l’arte in vendita nel Regno Unito risulterà più economica per i compratori stranieri. Le prossime aste potrebbero avere un inatteso successo. I mercanti d’arte con uno stock potrebbero sentirsi appagati dall’effettivo aumento di valore dei loro beni; l’arte è un buon bene rifugio e si può vendere facilmente in tutto il mondo in diverse valute. Nel lungo termine, i maggiori costi per acquistare opere all’estero livelleranno naturalmente questo vantaggio. E i proprietari di altri Paesi potrebbero dimostrarsi più cauti nel mandare le loro opere in vendita a Londra, solo per essere pagati in sterline che non vanno così bene.

Alcuni mercanti potrebbero augurarsi l’abolizione del Droit de suite e dell’Iva sulle importazioni. Cose non molto probabili, a mio avviso, almeno nel breve periodo. La lobby degli artisti è meno aperta della lobby del mercato dell’arte, quindi il Droit de suite probabilmente rimarrà. Abolire l’Iva sulle importazioni (attualmente al 5% sulle opere importate da fuori UE) aiuterebbe certamente il mercato. Ma dopo la Brexit ogni settore sgomiterà per ottenere concessioni, e temo che i mercanti d’arte resteranno molto indietro nella coda. Ciò detto, i mercanti dovranno spingere quanto più potranno per l’abolizione dell’Iva sulle importazioni, perché se il 5% verrà applicato ora anche sulle opere provenienti dell’UE, il mercato non potrà che subire pesanti contraccolpi, soprattutto le case d’asta londinesi, che contano sulle consegne dall’Europa.

La questione cruciale è che cosa accadrà al mercato interno e, più in generale, al mercato intermedio dell’arte e delle antichità. In base alla mia esperienza, la gente compra arte quando il mondo è un posto florido e stabile, e dopo avere pagato il mutuo, le rette scolastiche e acquistato una seconda auto. Abbiamo un sacco di strada da fare prima di rivedere quei giorni, specie se la posizione preminente di Londra quale centro della finanza globale è minacciata. Dal breve al medio termine, sono pessimista. Dopo di che, chissà?

• Bendor Grosvenor è uno storico dell’arte, mercante d’arte e commentatore televisivo

di Bendor Grosvenor, edizione online, 28 giugno 2016


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