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Vernissage


Rivoli, un principe nel Castello

Vent’anni fa moriva Marco Rivetti, sostenitore e poi presidente del primo museo italiano d’arte contemporanea. Una giornata di studi riesplora la complessa figura di un precursore, come imprenditore e come collezionista

Frank O. Gehry, The Gft  Fish, 1985-86

Rivoli (Torino). Vent’anni fa, il 14 luglio, Marco Rivetti lasciava per sempre le sue passioni: la sua azienda, anzitutto, il Gft (Gruppo Finanziario Tessile), che diede struttura industriale al mondo della moda sostenendo il lavoro, tra gli altri, di Armani, Valentino, Ungaro e Calvin Klein; e l’arte, quella antica e quella contemporanea, quest’ultima individuata sia in veste di collezionista sia di produttore e mecenate, intrecciando la strategia d’avanguardia della sua azienda alla vita di artisti del calibro di Mario Merz, Giulio Paolini, Gilberto Zorio, Haim Steinbach, Giovanni Anselmo, Marco Gastini e di Emilio Vedova, il primo a «folgorarlo».

Un legame, quello tra Rivetti e il contemporaneo, contrassegnato anche da momenti spettacolari, come la sponsorizzazione nel 1984 di una performance di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen, «Il Corso del Coltello», il cui simbolo resterà il gigantesco coltello svizzero multiuso in navigazione sulle acque veneziane. Inevitabile, per un imprenditore torinese giovane e illuminato, sensibile alle sorti dell’arte contemporanea quando questa era ancora un oggetto misterioso e «fastidioso», settore di nicchia per pochi danarosi stravaganti, il suo sostegno alla conversione del Castello di Rivoli in primo museo d’arte contemporanea in Italia. Il Gft, all’apice del successo (35 società controllate, di cui 20 all’estero, 18 fabbriche, 8mila addetti, 8 miliardi di capi prodotti, punti vendita in 70 Paesi), la cui sede torinese era stata disegnata da Aldo Rossi, ne divenne socio e lui, nel 1988 (e sino al 1993) presidente del Consiglio di amministrazione, nel periodo del passaggio dalla direzione di Rudi Fuchs a quella di Ida Gianelli. A quest’ultima, in una conversazione pubblicata sul catalogo di una mostra che nel 1996 il Castello dedicò al «Collezionismo a Torino» spiegava che «il maggior fascino dell’arte contemporanea è dato dalla possibilità di partecipare alla vita dell’opera con l’artista che l’ha creata». Di qui, forse, una delle sue idee che non trovarono compimento, la trasformazione in studi per artisti di un complesso militare nei pressi della Manica Lunga del Castello. Subì, come presidente, anche alcune accuse, come quella di voler interferire sulle mostre: «Perché ero un collezionista, spiegò nella stessa intervista. Mi sono sempre chiesto se fosse possibile essere presidente di un museo e collezionista allo stesso tempo. Ma piuttosto che smettere di collezionare ho preferito sottopormi a critiche».

Restò sempre un collezionista sui generis: la costituzione, nel 1987, del Fondo Rivetti per l’Arte, mirato all’acquisizione di una sede dove esporre opere della collezione di famiglia (con la sorella e i cugini)  e ingrandirla, ma anche alla collaborazione con altri enti pubblici nell’organizzazione di mostre, era una sorta di prototipo per una tipologia oggi assai diffusa, quella delle Fondazioni private sostenute da collezionisti.
Negli anni Novanta, però, iniziava il suo tramonto di imprenditore: le royalty sempre più alte richieste dagli stilisti e i crescenti costi del lavoro minarono la solidità di un’azienda che aveva ampiamente contributo a diffondere l’Italian Style negli Stati Uniti. Contemporaneamente rallentava il suo impegno di collezionista. Subiva il «trauma» del contemporaneo e per questo non aveva opere nella casa in cui viveva: «L’arte contemporanea mi crea dei problemi, l’arte antica no, anzi mi distende. L’arte contemporanea, quando mi piace, mi mette in discussione, mi provoca emozioni fino all’autocritica e non voglio essere turbato troppo a casa mia».

Uomo lontano anni luce dal glamour e dal culto dell’apparire che oggi domina il mondo dell’arte contemporanea, nella mostra prima citata scelse di essere rappresentato da un’unica opera, un’argentea, silente, piccola marina di Hiroshi Sugimoto, che definì una sorta di autoritratto e che, in effetti, ben rappresentava il suo spirito di collezionista contemplativo. Morì a soli 52 anni, dopo una lunga malattia. Il 7 luglio, dalle 15 alle 19,30, il Castello di Rivoli, con una giornata di studi («Arte e Impresa. Omaggio a Marco Rivetti») organizzata in collaborazione con la Fondazione Marco Rivetti, omaggia uno dei protagonisti della sua storia. Previsti gli interventi, tra gli altri, di Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli e della Gam, Torino; Germano Celant, storico dell’arte e curatore; Michelangelo Pistoletto, artista; Giuseppe Berta, storico dell’industria Università Bocconi, Milano; Anna Martina, già responsabile della comunicazione Gruppo Gft; Carlo Rivetti, imprenditore.

di Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 366, luglio 2016


  • Marco Rivetti accanto a un’opera di Emilio Vedova, l’artista  che per primo lo «folgorò»

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