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La tutela e la gestione dei parchi

Cambia la legge, scoppiano le proteste

Un disegno di legge modifica il benemerito testo del 1991. Il relatore in Senato difende le nuove norme, ma associazioni e singoli opinionisti contestano. Ecco quali sono, e perché, i punti più discussi

Pino loricato nel Parco Nazionale del Pollino. Foto di Saverio De Marco. Fonte Italia Nostra

Roma. «I parchi e le riserve nazionali o regionali, nonché i territori di protezione esterna dei parchi» sono «aree tutelate per legge». Così il Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, varato nel 2004 dall’allora ministro Giuliano Urbani, e aggiornato da Rutelli-Settis nel 2008, all’articolo 142 sancisce che, dal Gran Paradiso ai parchi d’Abruzzo e del Pollino, questi paesaggi delimitati dall’uomo appartengono al patrimonio culturale alla stregua di monumenti, siti archeologici e via dicendo. Protegge i parchi la meritoria Legge 394 del 1991. Ma, a detta degli esperti, va aggiornata.

Tutti i nodi in Commissione
Un disegno di legge che la modificherebbe è in Commissione Ambiente al Senato: salvo slittamenti arriva in aula a metà luglio ed è preceduto da una selva di critiche provenienti dal fronte ambientalista. Riassumendo, i nodi più contestati sono: la governance, cioè come nominare il presidente e il direttore; l’ingresso nei Consigli d’amministrazione degli agricoltori mentre più associazioni denunciano che il personale scientifico, già ridotto negli anni passati, viene nei fatti marginalizzato o del tutto estromesso; le royalties che gli enti-parco potranno incassare da impianti impattanti; l’ammettere la caccia per un abbattimento selettivo contro specie animali propagatesi troppo.
In prima fila nel dibattito, Italia Nostra affida la parola alla sua responsabile del settore, nonché presidente della sezione Lazio, Ebe Giacometti: «La nuova legge finisce per identificare i parchi nazionali e regionali con le attività delle comunità montane oggi soppresse, ne comprime una vocazione “alta” in osservazioni tecnicistiche che vanno incontro a problematiche reali ma non risollevano le aree protette». E specifica: «L’ingresso della realtà agricola apre il varco a interessi economici precisi a discapito della rappresentanza scientifica. E le royalties sono un’arma a doppio taglio: se un parco ha meno risorse per sopravvivere deve concedere pezzi di autorità sulla tutela». Come valutate la «caccia selettiva»? «A livello scientifico, risponde Ebe Giacometti, oggi si sostiene che la contraccezione chimica nei pastoni può essere molto più funzionale perché più li uccidi più questi animali tendono a prolificare».

Quali i vantaggi del ddl?
Difende il nuovo testo il relatore in Commissione Ambiente a Palazzo Madama, il senatore Massimo Caleo (Pd, di Sarzana, La Spezia): «Quello delle royalties è un falso problema: si vogliono compensi soltanto da impianti già esistenti e funzionanti, non se ne autorizza nessuno nuovo. Cave o elettrodotti che già feriscono il territorio devono royalties ai Comuni. Perché non darle anche all’ente parco affinché finanzi servizi per la biodiversità o per sistemi ecosostenibili»? Ma perché autorizzare le carabine? «La Legge 394/91 non le vieta così esplicitamente, qui invece si dice in modo forte che dentro le aree protette non si caccia. Già oggi vengono catturati e abbattuti migliaia di ungulati, principalmente cinghiali, che danneggiano la biodiversità, utilizzando sistemi non cruenti come trappole e recinzioni. L’abbattimento selettivo potrà essere deciso solo da un’analisi puntuale dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (l’Ispra, legata al Ministero dell’Ambiente, Ndr) e con selettori addestrati e gestiti dall’ente parco: c’è la massima tutela». Più associazioni temono anche gli agricoltori nei Cda: «Con la 394 il settore agricolo è diventato uno degli alleati più forti perché nelle aree protette si sperimentano colture biologiche e biodinamiche. Si parla di un’agricoltura compatibile con l’ambiente». Altro tema contestato: chi governa l’ente. «Sì, in passato spesso ci sono state persone incompetenti o paracadutate dalla politica, ammette Caleo; i commissariamenti sono stati un aspetto negativo della 394 perché non dà tempi certi a Regione e Stato per decidere chi nominare. Con questa riforma senza un accordo tra Stato e Regione il Ministero dell’Ambiente nomina una persona dal profilo adeguato per capacità gestionali, amministrative e istituzionali. Il direttore, equiparato a un dirigente pubblico, sarà scelto attraverso una selezione a evidenza pubblica. A queste due figure si chiedono più competenze. Ora un anacronistico albo dei direttori ammette anche non laureati, noi poniamo la laurea magistrale come requisito minimo».

Royalties no, ma la caccia sì
Carlo Alberto Graziani, giurista, direttore dal 1993 al 2004 dei Monti sibillini tra Marche e Umbria, si occupa sempre di parchi e critica più punti del ddl. Ad esempio sugli agricoltori: «Il testo non dice che devono esserci solo rappresentanti di un’agricoltura pulita, esiste anche quella non pulita. E poi anche pescatori, cacciatori, operatori turistici vorranno esserci». Né concorda sui criteri di nomina prefigurati: «Si richiede un professionista ma non una conoscenza della tutela ambientale. Quanto al direttore, sarà un esperto di scienze naturali o economiche? Chiunque abbia avuto una minima esperienza potrà diventarlo». Sulle royalties riconosce a Caleo il merito di aver bloccato una prima ipotesi che includeva infrastrutture future, tuttavia, appunta, «così si legittimano gli impianti impattanti. E un ente parco non lotterà per chiuderli altrimenti non riceve le royalties. Un bacino idroelettrico non si può chiudere, eventuali trivellazioni sì». Approva invece la lotta armata alla fauna quando eccede: «Nei monti Sibillini con i cacciatori abbiamo fatto un abbattimento selettivo. Sono diventati alleati del parco e l’Ispra può decidere».
Infine una voce storica sui beni culturali, il presidente del Comitato per la bellezza Vittorio Emiliani è molto vivace nel contestare il nuovo testo: «La legge del 1991 ha dato buoni risultati, questa è più permissiva». Il giornalista vede l’elemento più allarmante nel colore dei soldi: «È grave formalizzare gli impianti esistenti. Come risorse basterebbe girare una parte delle entrate fiscali. Lo Stato ha i soldi: per la Federparchi nel 2012 ha ricavato dalle tasse dai parchi 300 milioni e ne ha dati appena 63 milioni. Questa legge introduce una visione economicistica e lobbystica e allenta i vincoli. La radice malata è volere trarne profitto».

di Stefano Miliani, da Il Giornale dell'Arte numero 366, luglio 2016


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