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Gerardo Marotta, un filosofo di società

Scomparso a Napoli alle soglie dei novant'anni, il fondatore dell'Istituto Italiano per gli studi filosofici

Gerardo Marotta con i suoi libri

Napoli. L’avvocato Gerardo Marotta, scomparso a Napoli il 26 gennaio,  è stato l’ultimo uomo laico del nostro tempo. Avrebbe compiuto 90 anni il prossimo aprile, quarantacinque dei quali interamente dediti all’impegno civile e morale della filosofia e della cultura umanistica e scientifica. Non un filosofo solitario, come scrive Aldo Masullo ma un filosofo di «società» che, dalla comprensione della storia e della «barbarie» dell’umanità, seconda un’immagine vichiana a lui cara, aveva in animo le prospettive di una rinascita della civiltà. Per questo motivo credeva fermamente nel principio e nella necessità di scuotere, attraverso la formazione, le menti delle giovani generazioni.

Per chi non l’avesse conosciuto, si presentava come un uomo piccolo di statura, molto singolare nell’indossare tutti i mesi dell’anno, oltre all’immancabile cappello, il cappotto, ma dall’apparente, gracile, fisionomia uscivano una forza oratoria insuperabile e un carattere straordinario. Quando ha fondato l’Istituto Italiano per gli studi Filosofici, nel 1975, ricorda il figlio Massimiliano, durante il funerale laico celebrato nella sede dell’Istituto, la famiglia è stata travolta da un vero e proprio terremoto. L’avvocato infatti ha sacrificato l’intera vita professionale, e sentimentale, per la creazione di questo progetto, trovando solidali con lui Enrico Cerulli, Elena Croce, figlia di Benedetto Croce, Pietro Piovani, Giovanni Pugliese Carratelli, fondatori dell’Istituto insieme a Marotta presidente. Nella creazione di questo progetto, «l’avvocato» ha consegnato al destino della città una rinascita morale, un’idea hegeliana dello Stato di diritto in attesa di ricucire il suo debito con la storia attraverso la perdita dei più grandi intellettuali dell’illuminismo europeo che, prendendo parte alla stagione eroica della Rivoluzione Napoletana del 1799, avevano perso la vita, disilludendo le prospettive dei valori di libertà, fratellanza e legalità.

La tenacia e l’impegno profuso nel tessere una trama di legami culturali che hanno ben superato i confini dell’Italia e dell’Europa, accomunano Marotta a un’identità rediviva di uno dei giacobini appartenuti a quella memoria rivoluzionaria che il nostro avvocato amava sempre rievocare.
Sembra una fatalità l’atto in cui il Ministero dei Beni culturali, nel 1983, esercitando il diritto di prelazione dell’antico Palazzo Serra di Cassano, a Monte di Dio, cui si lega la storia del giovane Gennaro Serra morto a ventisei anni durante la Rivoluzione del ’99, decide di assegnare proprio a Marotta la sede definitiva dell’Istituto, originariamente organizzato nell’abitazione privata di viale Calascione.

Noi, di non più giovane generazione, abbiamo assistito con orgoglio, e anche con nostalgia personale, alla realizzazione di un riscatto civile per il Meridione assistendo ai seminari di filosofia, di scienze, di psicologia, di storia dell’arte e di cinema che si sono avvicendati in questi fervidi quarant’anni, seguendo con trepidante attesa il calendario degli incontri.
Solo per segnalare lo spessore delle iniziative nel settore della storia dell’arte, e senza in alcun modo dimenticare il passaggio dei nostri più illustri storici italiani, che hanno tenuto conferenze e cicli seminariali, da Ferdinando Bologna a Giovanni Romano, da Giulio Carlo Argan a Enrico Castelnuovo, la memoria si ferma al ricordo di personalità della cultura straniera, giunte a Napoli e chiamate a condurre lezioni magistrali. Ernst Gombrich, del Warburg Institute di Londra nel 1988 e Francis Haskell, dell’Università di Oxford, ma anche Irving Lavin, dell’Institute for Advanced Study di Princeton, assiduo collaboratore anche in tempi più recenti.

Nel settore delle mostre, oltre a quelle di carattere storico-documentarie itineranti, su «La rivoluzione del 1799», «Federico Cesi», «Gli hegeliani di Napoli» e «Silvio Spaventa», come faremmo a non ricordare la collaborazione offerta dall’Istituto alle Soprintendenze?
Rafforzando un’intesa con l’editore Mazzotta, negli anni Ottanta ebbero luogo una serie di memorabili esposizioni, aperte al pubblico gratuitamente, presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 1986 «George Grosz ed Otto Dix», curata da Serge Sabarsky, e poi «Gustav Klimt ed Egon Schiele». Nel 1987, «Honoré Daumier» curata da André Stoll, cui fece seguito «Da Raffaello a Goya, da Van Gogh a Picasso», curata da Ettore Camesasca e nel 1992 «Il viaggio di Lessing in Italia» a cura di Lea Ritter Santini.

Oltre a sostenere finanziariamente le rassegne di Arte Cinema nell’ambito del Festival Internazionale di film sull’arte contemporanea, per quasi vent’anni, dal 1996 al 2015, la qualità delle iniziative editoriali dell’istituto di Marotta è stata veramente straordinaria. Desidero ricordare, citando solo qualche esempio del nostro settore, il poderoso volume di Maria Simonetta De Marinis su Vincenzo Gemito (1993), l’edizione di Bibliopolis delle Lettere a Pasquale Villari di Domenico Morelli, curata da Anna Villari, in due volumi, tra il 2002 e il 2004.
Senza retorica, la cultura passa per Napoli e chiude, con la morte di Gerardo Marotta, un capitolo della sua storia moderna. Egli credeva fermamente che compito della civiltà fosse affacciare le giovani menti al sapere. Teniamoci stretto questo messaggio.


Intanto, sul futuro della tanto discussa Biblioteca dell’Istituto, composta di trecentomila volumi, chiusi in scatoloni in un deposito della provincia di Napoli, per la quale Marotta si batteva fino allo stremo con i suoi più stretti, militanti, collaboratori si è espresso, durante il commiato funebre, sia il sindaco di Napoli Luigi de Magistris che il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, garantendo che solo i ritardi hanno frenato l’iniziativa della Biblioteca da impiantare  nei locali di piazza Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, acquistati dalla Regione a tale scopo. Si  avvererà  questo sogno?

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