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Torino

Artissima swing e funkadelic

La direttrice Ilaria Bonacossa: «Dobbiamo mantenere la nostra vocazione di fiera non allineata. Milano cresce? Per noi può essere un vantaggio»

Ilaria Bonacossa. Foto © Silvia Pastore

Torino. 206 gallerie provenienti da 31 Paesi (il 62% quelle straniere) porteranno 2mila opere di 700 artisti nei 20mila metri quadrati dell’Oval Lingotto dal 3 al 5 novembre. Questi i primi numeri della 24ma edizione di Artissima (inaugurazione su invito giovedì 2 novembre), la prima diretta da Ilaria Bonacossa, che ha un contratto di tre anni più due per un’eventuale proroga. Sette sono anche le sezioni della fiera; quattro si devono al lavoro del comitato di selezione (composto da Isabella Bortolozzi, Paola Capata, Guido Costa, Martin McGeown, Gregor Podnar e Jocelyn Wolff) e sono le canoniche Main Section (con 95 gallerie di cui 46 estere), New Entries (13 gallerie di cui 5 italiane), Dialogue (33 gallerie di cui 26 straniere) ed Edition & Publishing (con dieci gallerie e librerie). Tre, invece, le sezioni curate: Present Future, con 20 artisti emergenti presentati da 23 gallerie (17 le straniere), Back to the Future, con 27 talenti «dimenticati» attivi negli anni Ottanta proposti da 29 gallerie (12 le italiane), e Disegni. Sei i premi in palio (per un totale di 40mila euro), tre riservati a singole sezioni: Premio Illy Present Future e Premio Sardi Back to the Future e Refresh Premio Irinox (Disegni); gli altri tre, invece, estendono il proprio sguardo all’intera fiera: Ogr Award (nuovo premio della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea Crt finalizzato all’acquisizione di un’opera da aggiungere alla propria collezione destinata alle nuove Ogr), Campari Art Prize (migliore artista under 35) e Premio Fondazione Ettore Fico (miglior giovane artista). Ulteriori novità riguardano il progetto di allestimento, ispirato alla pianta della Torino Barocca fatta di vie parallele e grandi piazze (a cura di studio Vudafieri Saverino Partners di Milano), e l’inedita piattaforma digitale artissima.art, che sostituirà il catalogo cartaceo.
La Bonacossa ha scelto di mantenere l’attenzione concentrata esclusivamente sugli spazi dell’Oval. Per arricchire la fiera ha pensato, però, a due progetti speciali, che celebrano i 50 anni dell’Arte povera rievocando la «Swinging Torino» del 1967, ovvero lo spirito in cui nacque la corrente artistica che ha fatto della città sabauda la capitale italiana del contemporaneo. Il Deposito d’Arte Italiana Presente è uno spazio con opere di artisti italiani datate dal 1994 (anno della nascita di Artissima) a oggi, prestate da musei piemontesi e gallerie presenti in fiera: è ispirato all’omonimo spazio voluto dal gallerista Gian Enzo Sperone quando nel 1967 convinse colleghi e collezionisti a collocare le proprie opere in un’ex fabbrica cittadina, un’esperienza durata solo un paio d’anni ma in grado di influenzare Harald Szeemann e la successiva predilezione delle gallerie newyorkesi per gli spazi industriali. Infine uno spazio ispirato alla storica discoteca Piper di Torino (la prima in cui le donne ballavano tutte insieme senza aspettare che fosse l’uomo a invitarle), un’estemporanea sala da ballo dove tra arredamenti e sonorità rielaborati si potrà assistere a lezioni gratuite di artisti come Seb Patane.
Ilaria Bonacossa, faccia finta di non essere ancora la direttrice. Quali considera i punti forti e i punti deboli di Artissima?
La fiera è molto cresciuta, si è affermata oltre gli addetti ai lavori. Facendo questo forse aveva perso un po’ della sua identità sperimentale, legata all’arte contemporanea e non moderna. Del resto la sede, l’Oval, costa molto per cui non si possono selezionare poche gallerie, ma inevitabilmente si diventa un Armory Show, una grande fiera. La misura, però, non è necessariamente il problema. L’obiettivo è avere quelle che saranno le grandi gallerie tra dieci anni, non quelle che sono le grandi gallerie adesso. Se la partita la giochiamo così, il mondo dell’arte capisce. Se la fiera è allestita bene, il team è efficiente, gli spazi sono belli e puliti, il ristorante è bello, il bar funzionante, una fiera piace. Il grande pubblico viene perché c’è un grande evento a Torino e perché vedere una fiera di arte contemporanea per chi non ne sa niente è divertente. Il team è molto forte e la macchina è ben rodata e quindi per il grande pubblico funziona.
E allora qual è il problema?
Artissima aveva perso un po’ questo suo essere «funkadelic», cioè una fiera in cui trovi delle cose da comprare che tra 10 anni non te le potrai più permettere.
Non pensa che sia il sistema delle fiere a mostrare un po’ di stanchezza?
Il sistema delle fiere non è in crisi; caso mai è all’apice della sua curva, ma è messo in discussione perché tale è il suo successo che sta mettendo in crisi le gallerie.
Senza le gallerie però le fiere non esisterebbero.
Chiudono gallerie importanti. Laura Bartlett, per dirne una, che è venuta ad Artissima tante volte, che aveva una rosa di artisti perfetta ed è persona competente, chiude perché per mantenere il suo livello e tenersi quegli artisti deve finanziare le loro mostre nei musei e fare le fiere.
Quindi?
Quindi se non si ha un finanziatore, col flusso di cassa di una galleria che fa ricerca non ce la si fa.
E le gallerie giovani?
Questo tipo di galleria esisterà sempre. Parliamo di persone giovani che hanno una visione, o se vuole un progetto, che aprono una galleria e per 10 anni crescono con i loro artisti, non hanno molto personale, viaggiano tutto l’anno e dormono poco... Quel modello regge ancora nel mercato perché gli artisti di quelle gallerie non devono fare le grandi mostre nei musei. Il problema è quando si tratta di fare il salto e diventare una galleria internazionale «established». Perché in questa dimensione funzionano o le gallerie multinazionali oppure quelle che hanno un finanziatore o un collezionista che compra il 30% delle opere esposte ogni anno e garantisce un flusso di cassa costante. Lo dico perché il sistema dell’arte è diventato professionale a tutti gli effetti, ha delle cifre da capogiro, ma il sistema di pagamento dei collezionisti è rimasto quello degli anni Settanta: il collezionista compra e poi magari dopo un anno e mezzo il gallerista aspetta ancora il saldo... Eppure nessuno oserebbe uscire da un negozio di Prada senza pagare. Non lo farebbe neanche Paris Hilton! Invece nel mondo dell’arte più importante sei, più fai i tuoi comodi. Quindi il sistema è in qualche modo sotto pressione.
Riesce a immaginare un modello alternativo alla fiera?
I gallery weekend sono un modello interessante, ma a New York, non in una città come Torino. Oppure le piccole fiere boutique, che trovo intelligenti e interessanti. Ma in una città come Torino che su Artissima muove un indotto, se io faccio l’equivalente di una fiera come Independent (e avremmo i mezzi, la sede e le competenze per farlo) nel mondo dell’arte forse ho una crescita, ma a livello di indotto per la città scompaio. In questo momento, visto che la fiera ha ancora il marchio di Città e Regione, non si può pensare solo a dove Artissima si posiziona nel mondo dell’arte contemporanea, perché il muovere dei grandi numeri in Italia è ancora importante.
Come definirebbe Artissima?
La fiera non allineata. Frieze ha due sedi, Basilea tre e forse saranno quattro perché vuole acquisire anche Shanghai: stanno prendendo forma questi grandi poli mondiali. È vero che da una parte il loro vip program può contattare chiunque nel mondo, ma dall’altra si perde di specificità. È come Barnes & Noble rispetto alla libreria dell’angolo dove tu andavi e il libraio ti consigliava un libro perché ti fidavi di lui. Artissima per varie ragioni può ancora mantenere questa sua identità. E anche il fatto che abbia sede in una città che non è una capitale di nessun tipo rappresenta un valore aggiunto perché venire a Torino diventa un’esperienza culturale. Per queste ragioni ho pensato a una fiera che si legasse alla storia di Torino, alle specificità della città. Non verrà soltanto il collezionista americano, ma anche quello milanese che scopre l’Arte povera, o uno storico locale della città, come il Piper.
Lei sarà il primo direttore di Artissima ad avere la possibilità di organizzare la fiera in una sede diversa rispetto al costoso Oval. A proposito, che cosa prevede il contratto?
Questo è effettivamente l’ultimo anno. Comunque l’affitto costa 600mila euro più quasi 200mila per gli allestimenti.
State pensando a un’altra sede?
Stiamo valutando anche di negoziare delle condizioni e delle alternative.
Tra queste ci sono le Ogr?
Secondo me non ci staremmo, non ci sono i metri quadrati necessari e non sarebbe neanche facile allestire un padiglione temporaneo. E poi, almeno al momento, non c’è parcheggio (anche se si sta pensando a una soluzione) e c’è un solo corridoio di carico-scarico.
La Regione continua a erogare il suo finaziamento alla fiera?
Sì, circa 200mila euro.
Al contrario del Comune...
Siccome lo scorso anno Artissima ha fatto utili, come vuole lo statuto il contributo sarà ritirato. In realtà l’affitto dell’Oval lo paghiamo ampiamente con gli stand. Diciamo che i finanziamenti pubblici garantiscono il lavoro dell’ufficio Artissima. La fiera si mantiene totalmente, poi ha gli sponsor su progetti specifici.
Lei ha lavorato a Torino 10 anni e si è formata alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, con Francesco Bonami, con il quale ha lavorato anche chi l’ha preceduta ad Artissima, Sarah Cosulich Canarutto.
Anche Lorenzo Balbi lavorava in fondazione ed è diventato direttore del Polo dei musei a Bologna.
Una buona e influente scuola, si direbbe...
Io alla Fondazione penso di aver imparato a lavorare. Bonami insegnava a lavorare all’americana, cioè in un modo in cui ognuno ha le sue competenze, cosa rara in una istituzione italiana. Quanto a Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, non ha mai interferito con le scelte curatoriali e anche questo è un fatto raro. Quindi è stato un doppio insegnamento. Poi ho avuto il vantaggio di lavorare in una struttura privata, dove la filiera è molto veloce, però in un posto privato in cui comunque era molto presente il senso degli equilibri economici.
È vero che Torino, anche sotto il profilo culturale, è un po’ col fiato corto? Le gallerie stesse stringono i denti o chiudono.
Sicuramente ci sono stati anni in cui Torino era indiscutibilmente il centro dell’arte italiana. Quando io lavoravo qui era così. A Torino ci sono ottime gallerie, ci sono ancora i grandi collezionisti, ma una massa critica di gallerie si è spostata su Milano, perché va a cercare clienti nella moda, tra gli architetti, tra i professionisti mediamente benestanti, tra i piccoli compratori occasionali, quelle categorie, insomma, che danno a una galleria la linfa per sopravvivere. Ma al di là delle gallerie, io ho l’impressione che questa insistenza sulla cosiddetta cultura di massa, sulle mostre blockbuster, stia uccidendo tutto il sistema culturale italiano, non è solo Torino che ne patisce. Eppure per la cultura italiana è un buon momento, abbiamo ottimi artisti e, soprattutto quelli giovani, viaggiano ed espongono all’estero. Mi dispiace quando alla Biennale di Venezia questo non è visibile, perché nelle gallerie e nei musei europei gli artisti italiani ci sono eccome.
Ha detto: «Speriamo che la gente cominci a capire che Artissima non è Paratissima». È una differenza chiara anche in Regione e in Comune?
La Regione avrebbe voluto fare una navetta che unisse tutte le fiere che si svolgono parallelamente ad Artissima, che facesse tappa anche a Flashback e a The Others. Il fatto che ci siano tutte queste cose a lato di Artissima testimonia un momento di vivacità culturale e turistica e finanziaria, quindi è una cosa buona. Ma visto che il Comune e la Regione possiedono il marchio Artissima, mi sembra strano che vogliano sostenere tutti alla pari. Se Artissima va bene e, come dicevamo prima, fa un sacco di utili, il Comune risparmia i suoi 130mila euro di finanziamento e sono soldi che rientrano nella Fondazione Torino Musei, perché, ripeto, così vuole lo statuto. Se The Others o Flashback o Paratissima vanno benissimo, c’è invece un soggetto privato che a fine anno ha un assegno con i suoi utili. Questa è la differenza. Il Comune ha i conti in dissesto, ma alla fine quei 130mila euro risolvono il bilancio? Non avrebbero potuto, anziché riprenderseli, investire quella cifra in comunicazione culturale della città sul «New York Times», sull’«Herald Tribune», sul «Corriere della Sera»? Perché a livello di comunicazione, per quanto Artissima sia una fiera grande, rispetto ai colossi della moda, spende noccioline. Se si analizza la situazione, ciò che amareggia, invece, è che da un certo punto di vista abbiamo i soldi solo se le cose vanno male. Quanto a Paratissima, a San Salvario era un bellissimo progetto giovane che riqualificava la città. La mia percezione adesso è che Paratissima faccia i soldi sui giovani artisti che pagano i metri quadrati.
Miart sta crescendo. Vi preoccupa?
Miart è molto migliorata, ha tante gallerie a Milano con cui fare sistema, quindi ha questa forza. Torino è la più importante fiera italiana da 25 anni. A Milano hanno lavorato tanto, le parti curate dalla fiera sono belle, però la forza di comunicazione di Miart è più forte della fiera stessa, in virtù della partnership con «Mousse», un po’ come Frieze con l’omonima rivista... Miart ha avuto la forza di rinascere grazie a questa geniale partnership. È ovvio che in questo modo le gallerie vedono la partecipazione alla fiera anche come un mezzo per creare rapporti con una rivista che a livello internazionale è uno stakeholder importante. Però proviamo a vedere le cose al rovescio: con l’alta velocità e 40 minuti di treno Artissima ha tutta Milano da utilizzare. In ogni caso non dobbiamo viverla come una competizione tra campanili. Se un gallerista va a Miart o a Bologna e vende come un pazzo, allora sarà anche più invogliato a partecipare ad Artissima e viceversa. Il problema è che la competizione internazionale è dura, quindi tutti noi fatichiamo a esistere in una piattaforma internazionale.
Perché ha pensato a un settore dedicato al disegno?
Io adoro i disegni perché secondo me è lì che vedi il bluff se un artista non è bravo. Inoltre si possono avere opere a dei costi contenuti anche con dei bei nomi. Mi interessa intercettare un mondo di collezionisti di disegni, che compravano in Italia fino agli Sessanta, quando esistevano le gallerie che appunto avevano disegni e incisioni. Poi queste gallerie sono scomparse e i loro collezionisti comprano all’asta, e quindi acquistano fogli datati fino agli anni Cinquanta, perché all’asta non vanno i disegni più recenti. Le gallerie hanno risposto benissimo, abbiamo 25 stand ma avremmo potuto averne molti di più.
Quali sono le gallerie del cui esordio o ritorno ad Artissima è particolarmente contenta?
Non voglio far torto a nessuno. Posso però dire che Victoria Miro, che ha aperto uno spazio a Venezia, ha preso uno stand molto grande e questa è una bella cosa, è più di un ritorno in fiera, è la volontà delle gallerie di aprire spazi in Italia.
Il suo inizio come direttrice di Artissima sembra molto soft…
Al di là delle novità di cui abbiamo parlato e che mi sembrano piuttosto importanti, ho razionalizzato la pianta della fiera, ogni area di riposo sarà affidata a un designer e io credo che la fiera sarà molto più bella. Avremo anche uno chef donna e ne sono felice, a fronte del predominio maschile in questo settore. Certo, avrei fatto anche più cambiamenti, ma non volevo fare la figura del capo scemo che fa come vuole lui e poi gli crolla tutto addosso.

di Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 379, ottobre 2017


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