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Il Museo d'arte orientale di Roma chiude il 31 ottobre e si trasferisce

Basteranno due anni per riaprirlo?

Un'opera delle collezioni del Museo d'Arte Orientale «Giuseppe Tucci» di Roma

Roma. Nell’ottocentesco Palazzo Brancaccio di via Merulana a Roma, tra stucchi dorati e affreschi neobarocchi, fervono i lavori tra casse e imballaggi. Il Museo d’Arte Orientale «Giuseppe Tucci» chiude il 31 ottobre. Si trasferisce all’Eur, negli edifici piacentiniani di piazza Marconi dove hanno sede anche gli altri tre musei che formano il Museo delle Civiltà.
L’accorpamento, creato dal Ministero dei Beni culturali nel settembre del 2016 per razionalizzare il settore dedicato alle culture extraeuropee ma soprattutto per esigenze di risparmio, è composto da quattro musei: Pigorini, Arti e Tradizioni Popolari, Alto Medioevo e, appunto, Museo d’Arte Orientale. Quest’ultimo possiede le collezioni d’arte asiatica più importanti d’Italia frutto di donazioni, eredità, prestiti ma anche acquisti e scavi: arti islamiche, del Vicino e Medio Oriente, del Gandhara pachistano e di Cina, Giappone, Corea, Vietnam, Tibet, Nepal. I lavori per il trasferimento sono iniziati con il primo milione di euro dei 10 previsti dai Grandi Progetti del Mibact per restaurare e allestire i grandi spazi ora vuoti degli edifici dell’Eur. Con quel denaro si stanno sistemando le casse e l’imballaggio di migliaia di reperti preziosi in attesa che vengano spostati all’Eur. Il Museo d’Arte Orientale dovrebbe riaprire tra due anni, entro il 2019, ma i 10 milioni previsti sembrano insufficienti e restano dubbi e incertezze su tempi e qualità del progetto. Le notizie ufficiali parlano di un raddoppio degli spazi espositivi, ma si tratta di una stima approssimata. Il vecchio museo di via Merulana disponeva di circa 2.200 mq, 800 dei quali sono inagibili, chiusi dall’estate del 2016 in seguito a un incendio.
L’intero progetto è stato duramente contestato.
È ancora in corso una raccolta di firme con migliaia di adesioni perché il trasferimento venga fermato. L’opposizione ha motivazioni diverse, tra le quali il timore che una volta chiusi nelle casse e sepolti nei depositi, i tesori del museo restino invisibili per troppi anni.
La polemica riguarda anche la reale possibilità di risparmiare sulla spesa per gli affitti. Le cifre sono controverse: si parla di 400mila euro all’anno per la sede attuale di Palazzo Brancaccio, ma anche all’Eur si pagherà l’affitto, il palazzo interessato appartiene all’Inail, quindi allo Stato. La cifra pattuita non è nota, forse superiore a quella di oggi, ma verrà comunque divisa con altri due musei. Quanto al rischio che le collezioni d’arte orientale restino invisibili troppo a lungo, per evitare questo rischio il progetto del Museo delle Civiltà prevede un rapido allestimento provvisorio di una parte dei reperti esposti nella vecchia sede in spazi a disposizione nel Museo Pigorini. In altre sale del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, a gennaio, dovrebbe aprire una mostra in onore dell’orientalista Giuseppe Tucci, fondatore del Museo, sugli scavi delle missioni archeologiche italiane, sempre con i reperti del Museo d’Arte Orientale, che prevede anche opere che usciranno per la prima volta dai depositi.

C’è anche una importante novità: a lavori ultimati è prevista la resurrezione nel palazzo di piazza Marconi del Museo Africano di via Aldrovandi, creato negli anni Venti come Museo Coloniale e chiuso dal 2011, che diventerà il quinto elemento del Museo delle Civiltà. Informazioni e notizie ufficiali sui lavori in programma, sui progetti che dovrebbero condurre al rilancio del complesso insieme del Museo della Civiltà e sul futuro del Museo d’Arte Orientale arriveranno il primo novembre al Museo Pigorini in un incontro annunciato da Filippo Maria Gambari, direttore dello stesso museo dallo scorso febbraio, uno degli ultimi 10 direttori di grandi musei scelti con il concorso internazionale del Mibact.


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