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Editoriali


Salvatores Mundi

Il «Salvator Mundi» attribuito a Leonardo andrà all'asta il 15 novembre a New York

Il Leonardo che il 15 novembre la Sotheby’s metterà all’asta viene da alcuni salutato come il riscatto dell’arte antica tornata a esercitare la sua superiorità su quella contemporanea, che torna ad averne bisogno per attrarre pubblico e compratori. Negli ultimi dieci anni è avvenuto esattamente il contrario. Ma ora, vuoi per carenza di opere importanti vuoi per una certa stanchezza determinata da un’offerta eccessiva, gli Old Master riassumono il ruolo di «Salvatores Mundi». L’arte contemporanea corre ai ripari. Iwan e Manuela Wirth, padroni della Hauser & Wirth, per citare un colosso galleristico, da tempo si sono resi conto dell’inversione di tendenza. Sono stati tra i primi a fare incetta di esclusive su artisti scomparsi, anche non di primissima grandezza e a puntare sulla riscoperta di buoni, per quanto epigonici, interpreti del messaggio modernista: Phyllida Barlow, l’attempata scultrice che quest’anno ha rappresentato la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia, l’hanno «fabbricata» loro. Se i contemporanei hanno il fiato corto, meglio chiedere rinforzi al passato prossimo, che spesso, ai compratori e al pubblico ignoranti di storia (la maggioranza) appare portatore di idee più fresche. Non basta. Per contrastare la rimonta dell’antico, quella cosa per cui a un certo punto ci si chiede perché Thomas Houseago costi più di un discreto seicentesco, occorre attaccare il settore nel suo terreno, o meglio sul parametro che ne determina il valore, ovvero la storia. Come fare lo ha dimostrato Damien Hirst quest’estate alla Fondazione Pinault di Venezia. Dovendo rilanciare le sue quotazioni, ha concepito una mostra in cui abolisce il concetto di tempo, collocando una statua di Mickey Mouse (la Pop art) tra i possibili reperti archeologici rivenuti in un’antica nave naufragata. H&W hanno platealmente copiato Hirst allestendo a Frieze uno stand intitolato «Bronze Age, c. 3.500 BC, AD 2017». Affidandone la cura a un professore di Cambridge, vi hanno collocato reperti museali e sculture della Bourgeois, oggetti antichi acquistati online e Martin Creed. Il tutto non a Frieze Masters, ma in una fiera d’arte contemporanea come dovrebbe essere Frieze London. L’«abolizione» del tempo e la formulazione della sua circolarità sono concetti antichi, e non a caso li ha fatti propri l’ultracitazionista postmodernismo. Ovviamente H&W lasciano trapelare una motivazione filologica: nel centenario dell’orinatoio di Duchamp, il loro stand sarebbe una riflessione su quanto il contesto (in questo caso un museo immaginario costruito in una prestigiosa fiera) conferisca valore e aura alle cose più insignificanti, anche a una comunissima moneta antica.

In realtà il messaggio al collezionista d’arte contemporanea sembra molto più esplicito: caro acquirente, ricordati che certe cose vecchie le puoi trovare anche su internet e magari sono false. L’autenticità del presente è invece presentata come inconfutabile e la galleria se ne fa garante, come lo è del suo altissimo prezzo. Nel frattempo la storia dell’arte sta alla finestra. Tanto, per molti top artist di oggi probabilmente ha già fissato un appuntamento, e non tra 5mila anni, su eBay.

di Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 380, novembre 2017


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