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Mafia e traffici illeciti di opere d'arte, sequestrati i beni di Gianfranco Becchina

Gianfranco Becchina

Trapani. Ne abbiamo parlato tante volte, sempre in resoconti di traffici illeciti e scavi clandestini, restituzioni da parte di privati e musei americani e non solo, processi e rinvii a giudizio. Gianfranco Becchina, oggi 78enne, è un tassello chiave della «big conspiracy» che per decenni ha saccheggiato l’Italia di tanti beni archeologici scavati, esportati e venduti illegalmente all’estero, anche se il mercante d’arte si è sempre dichiarato innocente. Per Becchina le vacche grasse sono durate fino al 2001, quando la festa è finita in un maxisequestro a Basilea, sede della galleria Antike Kunst Palladion che gestiva con la moglie, di circa seimila oggetti tra vasi, affreschi, mosaici, statue e frammenti spesso ancora da restaurare, un archivio di 136 faldoni di documenti e ottomila fotografie di reperti. Dieci anni dopo Rosalba Liso, gup del Tribunale di Roma, decideva il suo rinvio a giudizio per associazione a delinquere e la confisca non solo delle antichità requisite a suo tempo, rientrate in Italia a gennaio 2009, ma anche di quelle ancora in Svizzera e ritratte in foto, materiali quasi tutti italiani provenienti da Sicilia, Campania, Puglia e basso Lazio. Ricordiamo che Becchina è colui che vende al Getty Museum per 10 milioni di dollari un kouros falso, che tratta reperti nuragici per miliardi di lire, che cede al museo di Toledo in Ohio un’eccezionale hydria di Vulci e ancora al Getty il più grande vaso dipinto dal ceramografo pestano Assteas, restituito poi all’Italia.
Ora la Direzione investigativa antimafia di Trapani ha deciso il sequestro dell’intero suo patrimonio (Becchina da tanti anni si era ritirato nella natia Castelvetrano dove produce uno squisito olio verde da esportazione) valutato oltre 10 milioni di euro, compreso il Castello di Bellumvider, uno dei castra exempta (castelli direttamente amministrati dalla corona, Ndr) di Federico II di Svevia diventato poi residenza dei principi di Castelvetrano, Tagliavia e Pignatelli Aragona Cortés.
L’accusa, sostenuta da collaboratori di giustizia ma non soltanto, è di aver trafficato per decenni con un boss mafioso del calibro di Matteo Messina Denaro, finanziandone la latitanza. L’attenzione del quale per l’arte e la gestione della rete legata agli scavi clandestini in Sicilia risalirebbe addirittura al padre Francesco, che secondo alcuni collaboratori di giustizia sarebbe stato dietro il furto dell’Efebo di Selinute nel 1962.

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di Federico Castelli Gattinara, edizione online, 16 novembre 2017


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