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A Washington apre il discusso Museo della Bibbia

Istituito dal miliardario Steven Green ha una superficie di poco inferiore a quella dei Musei Vaticani

La Genesi della Bibbia di Gutenberg incisa nelle porte bronzee d’ingresso al Museum of the Bible di Washington

Washington. Il Museum of the Bible apre il 17 novembre in un ex magazzino presso il National Mall. Sulla som- mità del gigante di mattoni sorge una lunga struttura in vetro che ricorda il rotolo della Torah, mentre il testo della Genesi è inciso sulle porte bronzee dell’ingresso, alte più di 12 metri. L’edificio, che si estende per quasi 40mila metri quadrati su otto piani, è poco più piccolo dei Musei Vaticani. Costato 500 milioni di dollari  finanziati da privati, il museo ha come mission la narrazione della storia della Bibbia; non riceve sovvenzioni governative e non farà pagare il biglietto di ingresso (ma è «consigliata» una donazione di 15 dollari).
Il suo mecenate e presidente è il miliardario Steven Green, fondatore evangelico della catena di hobbistica e oggettistica Hobby Lobby, che pare abbia acquistato nel corso degli ultimi dieci anni circa 40mila manufatti legati alla Bibbia, tra cui, illegalmente, migliaia dal Medio Oriente (cfr. n. 378, set. ’17, p. 6). Green è anche una potenza in campo politico. Nel 2014 la Hobby Lobby ha riportato un’importante vittoria davanti alla Corte Suprema che l’ha esentata, sulla base di ragioni religiose, dal pagare ai suoi dipendenti i costi per la contraccezione previsti dall’Affordable Care Act, promosso dall’amministrazione Obama. All’epoca, il Dipartimento della Giustizia americano aveva indagato la Hobby Lobby per l’importazione di antichi frammenti cuneiformi dalla Mesopotamia e di manufatti di origine irachena illecita- mente etichettati come campioni di piastrelle turche, valutati 300 dollari. La società è giunta a un accordo a lu- glio, acconsentendo a rinunciare a migliaia di oggetti e a pagare una multa di 3 milioni di dollari. I legali di Green dichiararono che il loro assistito era nuovo al collezionismo e non era a conoscenza delle leggi sull’importazione statunitense; i critici hanno parlato di punizione simbolica.
Più di recente, il presidente del museo Cary Summers ha voluto separare l’istituzione dal proselitismo evangelico di Green, descrivendo il museo come «non settario» e «un grande ombrello», slogan improbabili per un museo che in passato richiedeva «attestati di fede» da parte dei dipendenti. «Il museo abbraccerà diverse fedi che riconoscono la Bibbia come testo sacro», ha spiegato Summers, promettendo una «varietà culturale e teologica». L’allestimento del museo ospita figure che non condividono la politica conservatrice della Hobby Lobby, come Desmond Tutu e Dorothy Day, la fondatrice di sinistra del Catholic Worker Movement. «Il nostro obiettivo è invogliare le persone a leggere la Bibbia per la stessa ragione che li spinge a leggere Shakespeare: per il loro bene», afferma Gordon Campbell, studioso del Rinascimento e tra i consulenti internazionali del museo.
Nel frattempo l’istituzione ha assoldato uno stimato avvocato d’arte, Thomas Kline, della Cultural Heritage Partners, per passare al vaglio le sue acquisizioni e condurre ricerche sulla loro provenienza. «Il nostro desiderio non è avere una grande collezione o fare acquisizioni indiscriminate», ha sottolineato Summers, prendendo nuovamente le distanze dall’approccio di Green. Alla conferenza stampa dello scorso ottobre, Summers e il direttore delle collezioni del museo David Trobisch, hanno invece parlato dei Rotoli del mar Morto, della storia della Torah e di falsi. Se lo studio è uno dei tratti caratteristici del nuovo museo, lo è anche l’immersione in ambienti disneyani. La galleria del terzo piano, «Il mondo di Gesù di Nazareth», ricrea un villaggio in pietra della Galilea, con tanto di sinagoga, piante, il belato delle pecore e guide volontarie «in stile con l’ambiente». Il kitsch ricco di atmosfera ricorda quello dei parchi a tema religioso e storico disseminati in tutti gli Stati Uniti. Ma a parte il 25% circa di americani che si de niscono cristiani evangelici, il museo si rivolge anche a un pubblico più secolare. «La Bibbia è un oggetto culturale che dovrebbe essere riportato nella sfera pubblica», afferma Trobisch. Lo studioso del Nuovo Testamento ha dichiarato che la separazione tra Stato e Chiesa degli Stati Uniti «ha portato a una situazione strana in cui si trovano persone molto colte che in tutta la loro vita non hanno mai avuto la possibilità di imparare nulla di serio sulla Bibbia. Tutto quello che sanno lo hanno imparato dalle loro comunità religiose». Il Museum of the Bible si trova di fronte a una sfida: al di là dello slogan «C’è qualcosa per tutti», condiviso da tutte le istituzioni di una città strapiena di musei, riuscirà ad attirare i visitatori una volta che sarà passata la novità? Trobisch annuncia che il museo ha già in programma sedi a Londra e Berlino.

di David D’Arcy, da Il Giornale dell'Arte numero 380, novembre 2017


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