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Sul monitoraggio dei Bronzi di Riace Museo Archeologico e Soprintendenza si rimpallano le responsabilità

Test Enea su basi antisismiche con copie dei Bronzi. Foto ing. Gerardo De Canio, responsabile laboratorio terremoti artificiali, Enea

Reggio Calabria. Affaire Bronzi di Riace, la faccenda invece che dipanarsi si complica. Dopo che ci siamo chiesti se i tecnici Iscr a fine ottobre scorso stessero proprio tentando di ripristinare il sistema di monitoraggio interno alle statue, è spuntato a darne conferma il verbale dell’intervento («Quello che non ho»). Le cose, però, non sono andate come si sperava: per il bronzo B si parla di impianto non funzionante, per il bronzo A di un funzionamento parziale. Nel documento, inoltre, il direttore del museo Carmelo Malacrino parla di «attrezzature (…) consegnate alla soprintendenza nell’ottobre 2014», mentre il tecnico della ditta romana incaricata dichiara che «sono stati riportati e posizionati gli acquisitori (centraline) finora rimasti in consegna alla ditta da parte della soprintendenza». Altro che solo disattivate, da anni le centraline non si trovavano più all’interno del museo in riva allo Stretto, ma presso la ditta a Roma. Quello che emerge è anche un rimpallo di responsabilità tra museo e soprintendenza, dopo la riforma Franceschini una sorta di divorziati in casa che condividono lo stesso Palazzo Piacentini. Prima, infatti, il soprintendente per i Beni archeologici della Calabria era anche direttore del Museo Archeologico Nazionale in base a un accordo del 1942 tra Stato e Comune, al quale in parte appartengono le collezioni (una curiosità: l’attuale direttore ha dimora dentro il palazzo perché in origine il museo civico confluito nel 1954 nella collezione statale aveva un custode che vi risiedeva; quando fu poi costruito l’attuale edificio, sul suolo comunale concesso appositamente, fu previsto che il soprintendente fosse nominato custode e avesse l’alloggio al suo interno; infine con il recente «sdoppiamento» soprintendente/direttore, «custode» è diventato il secondo).

Anche il sistema antisismico delle basi va controllato. Il Comitato scientifico non riunito da mesi
Ma non è tutto. Anche le basi antisismiche progettate dall’Enea presentano qualche problema: nel verbale si parla di «sfarinamento» di alcune sfere del sistema di scorrimento e si consiglia di segnalare la questione all’Enea che le ha progettate. Vengono, dunque, di nuovo demandate alla casualità (se i tecnici erano «ai piedi» dei Bronzi è stato per la nostra inchiesta!) misure che dovrebbero rientrare in una corretta conservazione programmata, specialmente in una regione ad elevata sismicità. Adesso a chiedere chiarimenti (ancora su «Quello che non ho»), è pure Marisa Cagliostro del Comitato scientifico, tenuto all’oscuro di tutto anche se, insieme agli altri organi collegiali previsti per i musei dotati di autonomia speciale, come quello di Reggio Calabria, gli spetterebbe pure di «verificare le pratiche di conservazione» («Decreto Musei», art. 9, c. 2, l. c). L’ultima volta che è stato convocato risale a parecchi mesi fa. Dobbiamo, quindi, pensare che anche per tutte le altre attività il direttore non abbia consultato il Comitato? Dov’è andato a finire il sistema di «contrappesi» previsti dalla riforma Franceschini per evitare un’interpretazione autoreferenziale dell’autonomia, che finisca in un assolo del direttore? Nuovi interrogativi che si aggiungono a quelli iniziali. Perché, se è certo ora che il sistema di monitoraggio non funziona, resta da capire perché lo si disattivò quattro anni fa e su quali basi Malacrino poteva affermare nel dicembre 2015 che «le statue sono sottoposte a continui controlli» (cfr. n. 375, mag. ’17, p. 21).

Le risposte del direttore Malacrino

Tenendosi a debita distanza da una testata specialistica come «Il Giornale dell’Arte», che ha lanciato l’inchiesta che ci è pure valsa la citazione nell’ultimo libro di Falco Quilici, Tutt'attorno la Sicilia: Un'avventura di mare (Utet), Malacrino per il suo monologo sceglie «La Gazzetta del Sud» (28 nov. ’17). Parla di sistema di monitoraggio che non sarebbe entrato in funzione, anche se a contraddirlo è la stessa denominazione del verbale del 30 ottobre scorso, «Verbale di intervento per il completamento della messa in funzione dell'impianto di monitoraggio dei Bronzi di Riace». L’impianto, come scrivevamo, fu, infatti, attivato per l’inaugurazione della nuova Sala Bronzi (21 dicembre 2013). Parla, poi, di «situazione ereditata dal passato», ma l’ispettore inviato dal Mibact lo indica come responsabile degli impianti «almeno dal 29 aprile del 2016», anche se lui tiene a sottolineare che «gli atti dimostrano tutta la mia attività a partire dal 9 febbraio 2017»: proprio il giorno dopo aver ricevuto la nostra prima mail con la richiesta di chiarimenti. Lo precisa proprio il direttore, anche poco oltre che «da febbraio il mio impegno si è subito concentrato su due aspetti (…) acquisire la documentazione (…) sollecitare la ditta». Sarà, forse, la conferma che i tentativi che si stanno facendo oggi per ripristinare il sistema di monitoraggio dei Bronzi si devono alla nostra inchiesta? E, poi, tralasciando l’interpretazione del boom di visitatori, da leggere ben diversamente, dato che si mettono a confronto il 2013, anno in cui il museo era ancora chiuso e il 2016, nel cui aprile si segnala il picco per la riapertura, ci rassicura che lo stato di conservazione dei Bronzi sia buono: d’altra parte, difficilmente ci saremmo attesi in tre anni fenomeni di degrado tali da essere rilevati a un semplice esame visivo, come quello fatto da Roberto Ciabattoni dell’Iscr. L’impianto di monitoraggio è un sistema di conservazione passiva (segnala le variazioni dei parametri), non attiva. Ottima, infine, la decisione di inviare tutti gli atti in Procura per stabilire la verità, dato che è lui stesso a profilare ipotesi di reato, quando parla di «impianto pagato nel 2014 (…) non si può pagare a una ditta un lavoro che non è stato completato». Sicuramente gli attori da coinvolgere saranno anche altri. E per rintracciarli vale, forse, la pena tornare indietro di qualche anno.

Le ombre sulla Commissione Franceschini per i Bronzi all’Expo di Milano e le Regionali 2014 in Calabria
A distanza di tre anni, per esempio, ci sarebbe anche da tornare a chiedersi su quali basi il 6 ottobre 2014 si espresse la Commissione voluta dal ministro Dario Franceschini per stabilire la trasportabilità dei Bronzi all’Expo di Milano del 2015. Come si ricorderà, quel parere, espresso in risposta a un quesito già ambiguamente formulato, fu negativo, con la motivazione che non si sarebbe potuto in alcun modo garantire che il trasporto avvenisse «senza pregiudizio alcuno per la loro integrità e conservazione». È chiaro che su questa base, non solo per i Bronzi, ma per qualunque altra opera non si dovrebbe più autorizzare alcun prestito, dato che è impossibile, pur in considerazione dei notevoli progressi tecnologici, escludere eventi imprevedibili, come un incidente col mezzo di trasporto o un atto terroristico o un terremoto.
Per Vittorio Sgarbi che avrebbe voluto i Bronzi all’Expo, quella Commissione fu un bluff. E qualche dubbio sembrano autorizzarlo proprio i fatti che stanno emergendo: su quali basi, dicevamo, si arrivò a esprimere quel parere? Perché, benché nella relazione finale si legga di una Commissione (presieduta da Giuliano Volpe, che pubblica il documento in appendice a Patrimonio al futuro, 2015) «investita di competenza esclusivamente scientifica», di «ampie relazioni tecniche» o che il «confronto» fosse stato «esclusivamente fondato su dati tecnico-scientifici», oggi sappiamo che i commissari, nelle due sedute del 17 settembre e 2 ottobre 2014, non potevano disporre di una parte della documentazione, quella cioè relativa alle condizioni microclimatiche interne alle statue e alla loro situazione meccanica, dal momento che l’impianto di monitoraggio, disattivato dal 22 dicembre 2013, non era in condizione di fornire questi dati. Dei quali, dunque, non potevano disporre nemmeno l’allora soprintendente Simonetta Bonomi né la direttrice dell’Iscr, Gisella Capponi, componenti della Commissione, mentre presentavano il quadro delle condizioni conservative dei Guerrieri. E ancora, nella riunione del 2 ottobre si sono tenute due audizioni: se è vero che il ministro Dario Franceschini avrebbe poi difeso la sua Commissione, parlando di «assoluta e indiscussa competenza dei componenti», come mai sono stati sentiti, per la prima audizione, Mario Micheli, autore del secondo dei tre restauri subiti dai Bronzi, e non com’era più ovvio Paola Donati, responsabile dell’ultimo e quindi delle acquisizioni più recenti; per la seconda, Guy Devreux, conservatore presso i Musei Vaticani, che ha illustrato il caso delle tecniche di trasporto dell’Augusto di Prima Porta, e non lo stesso Ciabattoni che ha progettato il sistema di imbracatura utilizzato per lo spostamento proprio dei due Bronzi durante l’ultimo restauro (2009-2013), in cui ha anche condotto le indagini diagnostiche di cui è responsabile dal 1986? Come se si trattasse, invece, di un fatto secondario e non strettamente connesso al quesito posto dal Ministro, nella relazione della Commissione al «caso del breve spostamento dei Bronzi da Palazzo Campanella al Museo di Reggio Calabria» vi si accenna solo tra parentesi.
Il punto è che quell’imbracatura sarebbe utilizzabile anche per tragitti ben più lunghi, come il suo «prototipo» realizzato sempre da Ciabattoni per il Satiro di Mazara del Vallo, guarda caso proprio per un altro Expo, quello di Aichi del 2005, al quale l’opera arrivò sana e salva.

Insomma, in quell’autunno 2014 ci si espresse sotto il vessillo della scientificità, a patto però di evitare con cura gli specialisti ad hoc e avendo per le mani dati parziali. I Bronzi non dovevano lasciare la Calabria, non si poteva rischiare di infiammare lo spirito protezionista sempre manifestato dai calabresi a ogni tentativo di trasferta delle opere simbolo della Regione. Non in quel momento, in cui, di lì a breve, il 23 novembre, ci sarebbero state le elezioni regionali, vinte da Mario Oliverio del centrosinistra, che dichiarò: «non amo la rottamazione ma ho fatto felice il premier». E il premier, Matteo Renzi aveva già detto il suo No ai Bronzi all’Expo, ancora prima che si esprimesse la Commissione (cfr. n. 347, nov. ’14, p. 10).
A questo punto, dipanare il presente, la faccenda del sistema di monitoraggio, potrebbe essere utile a chiarire anche altre questioni del recente passato. 


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Il commento di Vittorio Sgarbi

«I gravi fatti che stanno emergendo sono la prova di quanto avevo denunciato tre anni fa: la decisione della Commissione Franceschini non è stata tecnica, ma politica, influenzata dalla posizione dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, contrario al trasferimento delle opere. Quella Commissione è stata un’impostura, ne denuncerò i componenti per aver espresso un parere falso e infondato. Mi riferisco, in particolare, al presidente Giuliano Volpe, a Stefano De Caro e al “pentito” Bruno Zanardi, per il quale i due Bronzi erano "trasportabilissimi" e "ben solidi", come confermò anche sul "Corriere della Sera", anche se qualche giorno prima si era allineato al resto della Commissione, con quell’incredibile ribaltamento della sua posizione».


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