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Premiare, cioè scegliere

La spettacolare giravolta di Damien Hirst a Venezia, ovvero la sua rinascita, gli vale l’Oscar della redazione di «Il Giornale dell’Arte». Nell’anno del Leonardo venduto a New York tra i lotti di arte contemporanea, i linguaggi di oggi e di ieri ottengono il «pari merito» tra le mostre, mentre lo Zeitz Mocaa di Città del Capo batte la portaerei del Louvre Abu Dhabi e, tra i libri, Guercino supera in volata Raffaello

Damien Hirst fotografato davanti a un suo «Kaleidoscope painting» alla Tate Modern in occasione della retrospettiva che il museo londinese gli ha dedicato nel 2012 © Billie Scheepers

Siamo così sicuri che arte antica e arte contemporanea «pari siano», che tutta l’arte è stata contemporanea ecc.? Forse non più: la redazione di «Il Giornale dell’Arte» si è guardata negli occhi e, nel momento in cui si è trattato di indicare quale sia stata la mostra più bella del 2017, ha dovuto cedere a una salomonica soluzione: «Il Cinquecento a Firenze. “Maniera moderna” e Controriforma», in corso sino al 21 gennaio a Palazzo Strozzi è avvincente e preziosa quanto «The Boat is Leaking. The Captain Lied», sfiziosissima mostra à trois vista la scorsa estate alla Fondazione Prada di Venezia. Non perché una valga l’altra, ma perché appartengono a due epoche e a due culture ben più lontane dei 400 e più anni che le separano: indicandone una, si sarebbe fatto torto all’altra, proprio perché imparagonabili, tanto sono diversi i canoni formali e i metri di valutazione.

In attesa dei giudizi dei nostri «grandi elettori», gli addetti ai lavori che in questi giorni stanno compilando le loro pagelle per la tradizionale inchiesta «Il meglio e il peggio» dell’anno appena trascorso (i risultati saranno pubblicati nel numero di gennaio), la redazione di «Il Giornale dell’Arte» si è limitata al «meglio» e ha dichiarato le proprie preferenze conferendo nell'ultimo numero dell’anno i suoi Oscar a quattro categorie.

Per quanto riguarda il libro, una preoccupante latitanza della saggistica legata all’arte contemporanea (con rarissime eccezioni) ha decretato la vittoria di un Old Master, Guercino, nella monografia dedicatagli da Nicholas Turner. Guercino artista dell’anno? Eh no, non esageriamo. Il nostro Leone d’oro è Damien Hirst. Sarebbe stato più chic premiare un suo o meglio una sua collega mediorientale o islandese, purché snobisticamente di nicchia, ma è stato impossibile resistere all’uomo che, dopo lo squalo sotto formaldeide e il teschio tempestato di diamanti, ha realizzato il suo vero capolavoro (o ennesimo sberleffo?), una spettacolare giravolta ovvero la sua rinascita. Come l’astronauta Ripley in «Alien», Damien non può morire, a costo di clonarsi e rimescolare citazionismo e Kitsch, genio imprenditoriale e fuffa, azzardo e talento puro: né una Documenta insopportabilmente politica né una Biennale di Venezia sin troppo soft e bon ton potevano vantare un simile fenomeno, che in quanto tale è ben conscio di quale baraccone sia tanta arte d’oggi.

In un 2017 pieno di eventi kolossal si colloca perfettamente a proprio agio il Louvre di Abu Dhabi, aperto all’insegna di una montagna di dollari e di una mole altrettanto cospicua e un po’ stucchevole di irenismo culturale tra Occidente e Mondo arabo. Anche noi pensiamo che il nero sia, paradossalmente, il colore della speranza: non parliamo del petrolio ma dell’Africa che, a Città del Capo, si è dotata di uno straordinario museo, lo Zeitz Mocaa, che narrerà la storia e il divenire di un’arte che vuole smarcarsi da griffe etno o, peggio, dal colonialismo estetico.

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di Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 381, dicembre 2017


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