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Raffaello inflessibile organizzatore e controllore delle sue Stanze

Antonio Paolucci recensisce Christoph Luitpold Frommel

La Sala di Costantino in Vaticano

«Raffaello mi ha condotto alla storia dell’arte a Roma e alla Hertziana». Così scrive, in introduzione al suo volume Christoph Luitpold Frommel, questo tedesco di Heidelberg che è stato per più di venti anni direttore della Biblioteca Hertziana di Roma e professore a Bonn, a Princeton, a Berkeley. Guidato dalla passione per il Rinascimento italiano che ha attraversato, ai nostri giorni, la grande storiografia germanica e anglosassone, Raffaello è stata la stella polare dei suoi studi e ora, a più di ottant’anni, Frommel ci consegna quello che «verso il tramonto della vita ho sentito in me fino dalla giovinezza».

Bisogna riconoscere che momento migliore per fare uscire una monografia sulle Stanze non si poteva immaginare. Perché negli ultimi anni quei dipinti sono stati interessati da una vasta campagna di restauri, condotta dai tecnici dei Musei Vaticani, che li ha portati a uno stato «molto vicino all’originale», come riconosce lo stesso Frommel. Così che oggi la superba antologia fotografica a coloriche accompagna il libro ci permette di guardare il Raffaello delle Stanze come mai, in un’opera a stampa, lo avevamo visto prima.

C’è stata un’epoca, durata fin quasi agli inizi dello scorso secolo, in cui si veniva ai Musei Vaticani per il Raffaello delle Stanze e delle Logge, non per Michelangelo giudicato troppo estremo, troppo drammatico, troppo tutto. Oggi i gusti del pubblico sono mutati come sa bene chi, come me, in quasi dieci anni di direzione dei Musei Vaticani, ha potuto studiare da vicino le reazioni e i comportamenti dei visitatori. Oggi è il Michelangelo sistino l’attrazione fatale, l’oggetto del desiderio. Il pubblico scivola di fronte agli affreschi delle Stanze, agli affreschi che affascinarono Annibale Carracci e Guido Reni, Poussin e David, Ingres e Canova, senza rimanerne stupito e coinvolto più che tanto. È l’idea di bellezza, di armonia, di ordine, di splendore che Raffaello incarna e che oggi appare lontana dalla sensibilità dei nostri contemporanei. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano, conviene quindi chiuderlo subito.

Ci sono, nelle vicende delle arti, date fatali, spartiacque, intorno alle quali la storia gira sul suo asse e dopo nulla sarà più come prima. Una di queste date è il 1508. Quell’anno Giulio II della Rovere, un papa che sembrava amare la politica, la diplomazia e la guerra più di quanto non amasse l’arte, chiama di fronte a sé due artisti. Uno è un giovane uomo di trentatré anni, Michelangelo Buonarroti, e a lui chiede di dipingere la volta della Sistina, l’altro è un ragazzo di venticinque anni, Raffaello da Urbino, celebre tuttavia per i successi guadagnati a Firenze e considerato da molti lo stupore del secolo. A quest’ultimo chiede di dipingere ad affresco gli ambienti del suo appartamento privato nei Palazzi Apostolici, ambienti destinati a diventare le Stanze più famose del mondo. Ha inizio così  un’impresa che attraversa la vita di Raffaello per dodici anni, fino alla morte avvenuta a Roma il 6 aprile 1520.

Frommel entra nella questione delle Stanze con la sapienza e la lucidità del grande storico, dello studioso che sa tenere insieme i dati documentari e stilistici collegandoli a quelli del contesto politico, culturale, religioso. Sfilano nel suo libro i grandi papi del Rinascimento, Giulio II della Rovere, Leone X e Clemente VII Medici e, con loro, teologi come Egidio da Viterbo e Giorgio Benigno, mistici come Amadeo da Silva autore della Apocalypsis nova, intellettuali come Tommaso Inghirami e Bernardo Dovizi da Bibbiena, personaggi della società e della politica come Alfonso Petrucci e Federico Gonzaga.

Entriamo con Frommel nel vasto mondo degli artisti che hanno preceduto e accompagnato il genio dell’Urbinate (dai maestri del Palazzo Ducale di Urbino, al Leonardo della Adorazione dei Magi, a Fra’ Bartolomeo, al Michelangelo fiorentino e sistino) lo seguiamo all’interno della sua bottega (l’ultima grande bottega del Rinascimento) immaginando un maestro che non soltanto (qui come nelle Logge) mette a disposizione schizzi, disegni, cartoni, ma interviene, consiglia, rettifica, dialogando con colleghi di poco più giovani (Giovan Francesco Penni, Giulio Romano) con la facilità inventiva, con la meravigliosa capacità di persuasione e di seduzione che tutti gli riconoscevano.

Il fatto è che l’Urbinate, ancorché oberato da innumerevoli impegni e sollecitato da incombenze sempre più prestigiose non perde mai di vista la sua bottega. Giorgio Vasari lo scrive con molta chiarezza: «Non restava però con tutto questo di seguire l’ordine che egli aveva cominciato delle camere del Papa, e delle sale; nelle quali del continuo teneva delle genti che con i disegni suoi medesimi gli tiravano inanzi l’opera ed egli continuamente rivedendo ogni cosa, suppliva a tutti quegli artisti migliori ch’egli più poteva ad un peso così fatto».

Abbiamo detto dei restauri che hanno interessato le Stanze di Raffaello. L’ultimo, ancora in corso, riguarda la Sala detta di Costantino. È un ambiente molto ampio, particolarmente adatto a cerimonie di alto prestigio quali ricevimenti protocollari, banchetti, nomine cardinalizie. È il luogo nel quale il romano pontefice incontrava il mondo esterno: ambasciatori, potestà secolari, autorità politiche. Chi entra nella Sala di Costantino vede, dispiegato sulle pareti in affreschi che simulano arazzi, il trionfo nella storia della Chiesa Cattolica. Costantino, l’imperatore cristiano, guidato dalla premonizione della croce, sconfigge il nemico Massenzio, viene battezzato da papa Silvestro, dona Roma al Pontefice. Leone X affidò l’incarico a Raffaello che incominciò a progettare il suo intervento, dice Paolo Giovio biografo e amico personale dell’artista, nella primavera dell’anno 1519. Per Raffaello la Sala di Costantino è l’occasione a lungo attesa.

Può ora confrontarsi con la grande storia governata dalla Provvidenza; «si sente poeta epico e vede come Omero e Virgilio nei trionfi e nelle sconfitte degli eroi le conseguenze della volontà divina», scrive Frommel. Nella primavera del 1520 la morte di Raffaello interrompe il progetto non ancora iniziato. Egli avrebbe voluto che l’esecuzione delle pitture fosse ad olio, come si può capire dalle figure allegoriche della Iustitia e della Comitas, le prime a essere eseguite, recuperate e studiate in occasione del restauro in corso (cfr. n. 379, ott. ’17, p. 38). Poi le pitture murali, affidate agli allievi, continuarono nella più veloce e pratica tecnica dell’affresco. Gli affreschi della Sala di Costantino (conclusi nel 1525) sono stati dipinti da Giulio Romano, da Giovan Francesco Penni e da uno stuolo di collaboratori di cui solo in parte si conoscono i nomi. Giorgio Vasari, nella Vita di Giulio Romano, cita Bartolomeo da Castiglioni, Benedetto Pagni da Pescia, Raffaellino del Colle ma dobbiamo pensare che una squadra ancora più numerosa affollasse i ponteggi.

Era all’opera l’organizzazione di cantiere, perfettamente strutturata e coordinata, che Raffaello aveva sperimentato nelle Stanze e nelle Logge e poteva ora trasmettere ai suoi allievi. Dominus dell’impresa è stato Giulio Romano. Si può dire, con Frommel, che «Giulio in fin dei conti rimane estraneo al mondo spirituale che era così essenziale per Raffaello», ma è anche giusto riconoscere che è stato lui e nessun altro a «dare il tono» alla bottega del grande maestro consegnandone l’eredità agli affreschi della Loggia della Farnesina e a quelli di Palazzo Te a Mantova.

Raffaello. Le Stanze, di Christoph Luitpold Frommel, 280 pp., ill. col. e b/n, Jaca Book, Milano 2017, € 130,00

Antonio Paolucci, da Il Giornale dell'Arte numero 381, dicembre 2017


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