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Musei

L’italiana dei musei di Francia

Beatrice Avanzi è direttrice della programmazione di Culturespaces

Beatrice Avanzi. Foto di Luana De Micco

Per 10 anni, dal 2002 al 2012, ha curato le mostre del Mart di Rovereto, facendosi le ossa al fianco di Gabriella Belli. Poi, Guy Cogeval, ex visionario direttore del Musée d’Orsay, l’ha chiamata a Parigi. Ora, da settembre, Beatrice Avanzi è direttrice della programmazione culturale e delle mostre di Culturespaces, che in 25 anni si è imposto come primo operatore culturale privato in Francia.

Una nuova pagina si apre per la veronese, esperta di storia dell’arte italiana dell’Otto e Novecento, piena di talento e di tenacia. Siamo andati a incontrarla negli uffici eleganti del boulevard Haussmann, di fronte al Musée Jacquemart-André, e poco distante dal Musée Maillol, i due musei parigini (380mila visitatori in media all’anno per il primo, 260mila per il secondo) di cui adesso si occupa insieme a un terzo sito, l’Hôtel de Caumont Centre d’Art (350mila visitatori), una dimora del Settecento ad Aix-en-Provence che Culturespaces ha acquistato e aperto alle visite nel 2015.

La nuova direttrice dovrà assicurare la produzione di sei mostre all’anno, due per museo, «garantendone il contenuto scientifico ma tentando anche di fiutare le esigenze del pubblico e rispondere alle sue aspettive».

Dottoressa Avanzi, che cos’è Culturespaces?
È una realtà in qualche modo unica in Francia, che gestisce il patrimonio in modo diversificato. Ha in concessione la gestione, dalla biglietteria alla programmazione di eventi, di monumenti storici diversi, dal Teatro antico di Orange alla Villa Ephrussi de Rothschild a Saint-Jean-Cap-Ferrat. Produce mostre tradizionali, ma è anche aperta all’esperienza digitale, di cui è pioniera, con le Carrières de Lumière, a Les Baux-de-Provence, e presto con un nuovo centro d’arte digitale che aprirà a Parigi in primavera.

Che cos’è l’Atelier des Lumières?

Aprirà in un’ex fonderia con pareti alte 10 metri e proporrà mostre immersive sulla base della tecnologia Amiex, che mescola immagini ad altissima definizione e musica. Si parte in aprile con Klimt e Schiele e l’obiettivo sono 400mila visitatori il primo anno. Per il presidente di Culturespaces,
Bruno Monnier, il digitale è il futuro della mostra d’arte. Può attirare un pubblico giovane ed essere un’alternativa quando una mostra tradizionale non è possibile, per via dei costi eccessivi delle assicurazioni, per esempio, o per prestiti complicati da ottenere. Io, da storica dell’arte, spero che queste mostre daranno anche voglia alle persone di entrare nei musei tradizionali.

Il Musée Maillol ha riaperto nel settembre 2016 dopo lavori di restauro e riallestimento e dopo un periodo difficile, con forte calo di visitatori. Come lo ha trovato?

Prima il percorso era un po’ confuso. Nei nuovi spazi riorganizzati e messi a norma è possibile ormai pensare progetti espositivi ambiziosi. Ho trovato un museo che sta ancora cercando la sua identità. Ritengo che la sua vocazione sia il primo Novecento e il mio desiderio è di dargli un’identità forte in questo senso.

Ha progetti per il Maillol?

Stiamo lavorando su due progetti a cui tengo molto. Uno per presentare una parte della collezione del Guggenheim di New York nel 2019; l’altro, che mi sta particolarmente a cuore, è una mostra su Giorgio de Chirico, con un taglio diverso però dalla monografica del Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris del 2009.

Che cosa prevede invece per il Jacquemart-André?

Sono felicissima di annunciare la prima mostra mai realizzata a Parigi su Caravaggio nell’autunno 2018. Quando sono arrivata a Culturespaces c’erano grosse difficoltà, soprattutto per i prestiti. Mi ci sono dedicata subito con passione, anche perché il progetto, curato da Francesca Cappelletti, ha una base scientifica seria e una bella narrativa. Spesso il nome di Caravaggio è usato come pretesto per esporre i caravaggeschi. Questa invece sarà una vera mostra su Caravaggio, centrata sugli anni romani fino alla fuga a Napoli. Devo dire che i musei italiani sono stati prestatori generosi. Presenteremo una decina di loro opere, come «Giuditta e Oloferne» di Palazzo Barberini a Roma, per la prima volta a Parigi, «La Cena in Emmaus» di Brera, facendo un’eccezione alla lista delle «opere inamovibili», e il «San Girolamo» della Galleria Borghese. Stiamo aspettando la risposta dell’Ermitage per il «Suonatore di Liuto» che è attualmente in restauro.

Che cos’altro mette in cantiere per il Jacquemart-André?

La casa museo vive in equilibrio tra l’antico, per la sua collezione d’arte italiana primitiva e rinascimentale, e l’Ottocento-Impressionismo, perché era l’epoca dei coniugi Jacquemart-André. Nel 2018 abbiamo due mostre, su Mary Cassatt e Vilhelm Hammershøi e cominciamo a lavorare a progetti su Botticelli e Bellini.

E sul «giovane» Hôtel de Caumont?

Il centro d’arte comincia ad avere il suo pubblico regolare che ama mostre tradizionali, su grandi artisti o periodi, ma non è pronto a progetti troppo rivoluzionari. Ora ospita una mostra su Botero, fino a marzo. Io sto lavorando a una mostra su Miró, in collaborazione con la Fondazione Mapfre di Madrid.

Che cosa conserva degli anni trascorsi al Mart di Rovereto?

Tutto quello che so di questo mestiere l’ho imparato lì, con Gabriella Belli, a cui sono molto riconoscente. Ho visto nascere da zero un museo, grazie alla forza di volontà di una donna, che è diventato una delle prime realtà per l’arte moderna e contemporanea in Italia. È stata una scuola essenziale.

Che cosa l’ha portata a Parigi?

Al Mart avevamo lavorato con Guy Cogeval, all’epoca direttore del Musée des Beaux-Arts di Montreal. Quando poi è stato nominato alla direzione del Musée d’Orsay, Cogeval mi ha chiesto di raggiungere il suo staff, che voleva più internazionale e dinamico. Era un’occasione imperdibile. Con lui ho curato 6 mostre in 5 anni.

Che cosa pensa delle due realtà, italiana e francese?

Sono molto diverse. Il rigore professionale dei musei statali francesi ha i suoi pro e i suoi contro. C’è una forte specializzazione e un curatore ha molti vincoli. In quanto specialista di pittura, potermi occupare di Wildt all’Orangerie («Adolfo Wildt 1868-1931, ultimo simbolista», 2015; Ndr) è stata una battaglia! Una posizione talvolta troppo rigida secondo me, ma che permette reali approfondimenti. In Italia si può spaziare di più. Nella professione si riflettono le due mentalità, quella italiana più estroversa, e quella cartesiana, tipicamente francese. Qui a Culturespaces, forse perché è una realtà privata, ritrovo la libertà e il dinamismo che un po’ mi erano mancati.

Pensa di tornare in Italia?

Lo desidero tanto anche se la realtà al momento è difficile, forse per la pesante burocrazia e i mancati finanziamenti. Con la riforma Franceschini, i nuovi direttori stanno realizzando grandi operazioni di marketing ma alla fine manca loro la «sostanza», un vero lavoro di squadra, anche se le competenze esistono, ma non vengono valorizzate.

CULTURESPACES

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 381, dicembre 2017


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