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MAMbo, obiettivo identità

Chi è Lorenzo Balbi, direttore del museo bolognese

Lorenzo Balbi, direttore del MAMbo

Lorenzo Balbi, 35 anni, da alcuni mesi è il direttore artistico del MAMbo-Galleria d’arte moderna di Bologna e responsabile dell’area moderna-contemporanea dell’Istituzione pubblica Bologna Musei che comprende anche la responsabilità del Museo Morandi, ora posizionato proprio all’ex Forno del Pane-MAMbo, Villa delle Rose, prima sede della Galleria bolognese, Casa Morandi di via Fondazza, Residenza per artisti Sandra Natali e Museo per la Memoria di Ustica (realizzato da Christian Boltanski). Il suo incarico dura fino al 30 settembre 2021. Dopo che cosa farà? «Non lo so proprio, risponde il giovane direttore che esordì all’inizio degli anni Duemila alla casa editrice Umberto Allemandi, nelle redazioni di “Il Giornale dell’Arte” e “Il Giornale dell’Architettura”, perché Bologna e il lavoro mi piacciono e la famiglia si è trasferita con me. Certo all’estero la flessibilità è una dote molto apprezzata». E fino a oggi Balbi flessibile lo è stato, sia per gli studi che per l’attività professionale.

«A fare il mediatore culturale, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, ho imparato tantissimo sul pubblico delle mostre. Ora al MAMbo occorre dare un’identità ai vari spazi e sul Museo Morandi sto preparando un progetto, ma non mi pronuncerò fino a che non saranno escluse eventuali vicende giudiziarie»

Dottor Balbi, ci racconta formazione e primi anni di lavoro?
La laurea triennale l’ho presa a Ca’ Foscari a Venezia in Conservazione dei beni culturali, poi sono tornato a Torino per la specialistica e la tesi con Francesco Poli. Ricordo che allora Arte contemporanea non c’era all’Università, tanto che il corso di Poli era mascherato in Arte e comunicazione. Mi arrangiai, studiai e poi iniziai presto a lavorare alla Allemandi e con Patrizia Sandretto Re Rebaudengo.

Quale ruolo ha rivestito nei suoi dieci anni in Fondazione?

Un po’ tutti, partendo dal ruolo molto importante di mediatore culturale: davo informazioni nelle sale secondo un approccio metodologico studiato sotto la guida di Giorgina Bertolino. Fare da tramite tra opere, magari complicate, e pubblico è utile perché si impara a conoscere i visitatori, come in Francia iniziarono a sperimentare al Palais de Tokyo. Successivamente ho fatto l’allestitore, il registar che è un ruolo complicato e molto centrale alla Sandretto e successivamente sono stato assistente di Ilaria Bonacossa. Infine ho lavorato con Irene Calderoni che mi ha dato strumenti metodologici e organizzativi impeccabili e negli ultimi tempi, sono stato docente al corso di curatela «Campo», ho seguito la collezione all’estero e il progetto di Residenza per curatori stranieri, che mi hanno permesso di girare l’Italia e il mondo negli studi degli artisti.

La Fondazione Sandretto è una sorta di «culla» per futuri direttori. Perché secondo lei?

È una scuola molto utile, soprattutto perché si imparano metodologie sulla gestione dell’arte contemporanea a contatto con una collezione straordinaria. È vero: Ilaria Bonacossa oggi è a capo di Artissima, Francesco Bonami è stato qui un punto di riferimento per vent’anni, Filippo Maggia c’è ancora, Francesco Manacorda è oggi alla Tate Liverpool.

Veniamo a MAMbo e Istituzione Bologna Musei.

L’Istituzione, un organismo pubblico oggi diretto ad interim da Francesca Bruni, ha prima di tutto uno straordinario Dipartimento educativo che lo scorso anno, nei vari musei, ha accolto 4.250 classi di ogni ordine e grado. Impossibile sapere se i semi che piantiamo oggi saranno domani piante robuste attente all’arte, ma è molto importante. Poi l’Istituzione ha 5 capi area, perché possano essere un po’ liberi dall’amministrazione vera e propria: oltre a me ci sono Massimo Medica per l’area antica, Paola Giovetti per l’archeologico, Otello Sangiorgi per storia e memoria, Maura Gradi per il patrimonio industriale e Jenny Servino per la musica. Ricordo come un momento emotivamente stressante quando decisi di provare il concorso pubblico per questo ruolo e quando lo comunicai a Patrizia Sandretto, visto che volevo mettermi in gioco dopo dieci anni. Lei si dispiacque, e naturalmente anche io.

Al centro della sua giornata c’è il MAMbo.

Qui è fondamentale definire l’identità degli spazi interni e degli altri spazi collegati che si rifletterà sulla proposta espositiva che stiamo mettendo in campo. La grande sala delle ciminiere sarà dedicata alla nuova scena artistica nazionale e internazionale, con l’esposizione di opere sperimentali e anche nuovi media. A giugno e dicembre di ogni anno, a partire dal 2018, realizzeremo due mostre. Il mio calendario però parte il 7 dicembre, nello spazio Project Room che indagherà la scena territoriale: apriamo con una esposizione dedicata al critico Roberto Daolio a partire dalla donazione delle sue opere.

Collezione permanente e Museo Morandi saranno intrecciati?

Sul Museo Morandi sto lavorando e aspetto a esprimermi, ma sono entusiasta di lavorare su questo padre dell’arte del ’900 che inevitabilmente, se le opere resteranno qui, sarà alle origini della collezione permanente.

Usciamo dall’ex Forno del Pane.

C’è Casa Morandi, che dovrà essere collegata al Museo Morandi e ospitare non tanto aspetti biografici del pittore quanto temi artistici specifici. A Villa delle Rose, che amo moltissimo, ci sarà spazio per progetti internazionali coprodotti: iniziamo a gennaio con una mostra su 21 artisti russi contemporanei, poi la rassegna andrà a Baku in Azerbaigian. Casa Natali è vicino alla Villa e ne sarà collegata mentre il Museo di Ustica vive di vita propria e quest’anno è stato al centro delle cronache. Occorrerà però fare di più per la comunicazione, ma siamo fortunati a essere a Bologna, dove la scena è intensa grazie anche ai collezionisti privati.

MAMBO

di Stefano Luppi, da Il Giornale dell'Arte numero 381, dicembre 2017


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