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Spagna, la polizia nel Museo di Lérida per trasferire le 44 opere della discordia

I sarcofagi, le pitture e gli altorilievi, venduti dalle suore a partire dalla fine dell’800, sono tornati al monastero di Sijena

Una delle casse sepolcrali in legno policromo del monastero di Sijena

Lérida e Sijena (Spagna).  «La vendetta dello Stato spagnolo non conosce limiti»: ad affermarlo, con le lacrime agli occhi, è un conservatore del Museu de Lleida (Lérida), che preferisce mantenere l’anonimato (una scelta che non stupisce data la situazione), mentre guarda partire i camion che riporteranno al Monastero di Sijena, in Aragona, le 44 opere, oggetto di una disputa politica e legale che secondo i giuristi costituirà un grave precedente.

Per evitare le proteste dei cittadini, lunedì 11 dicembre la polizia (sia la «guardia civil»  sia i «Mossos d’Esquadra») ha circondato il museo della città catalana fin dalle 3 di notte, in attesa di accompagnare alle 7 in punto i tecnici della Comunità di Aragona incaricati del trasferimento, che i catalani considerano una vera e propria spoliazione. Lo affermano tutti i direttori dei musei della Catalogna in un comunicato in cui denunciano il pericolo per la conservazione delle opere che uno spostamento di questo tipo comporta. Si tratta di sarcofagi, dipinti e rilievi di alabastro, di cui solo sette erano esposte nella collezione permanente del Museu de Lleida: tre casse sepolcrali in legno policromo del XV secolo, acquistate per 8 milioni di pesetas e quattro altorilievi di alabastro.

Tutte le opere, quelle esposte e quelle nei depositi, erano state vendute alla Generalitat della Catalogna tra gli anni Ottanta e Novanta dalle suore costrette ad abbandonare il monastero di Sijena, ormai praticamente in rovina, divorato dall’umidità e da un incendio che gli ha dato il colpo di grazia. Trent’anni dopo quella vendita è stata dichiarata illegale e le opere sono diventate oggetto di una lunga disputa legale che si è in parte conclusa la scorsa estate con una sentenza a favore del Governo aragonese da cui dipende attualmente il monastero. Trattandosi di una sentenza emessa da un tribunale di primo grado, si pensava che le opere non si sarebbero mosse prima che l’iter giudiziario fosse concluso. Invece con la secessione della Catalogna e l’applicazione dell’articolo 155 da parte del Governo di Mariano Rajoy, lo Stato spagnolo ha potuto sospendere l’autonomia della Catalogna, creando uno stato d’eccezione che gli ha permesso di assumere tutte le competenze. Quindi nel caso di Sijena, il Governo di Madrid non ha presentato ricorso alla sentenza del giudice che è diventata operativa con una rapidità inusuale nel sistema giudiziario spagnolo.

La decisione è stata considerata una vendetta politica dai catalani che hanno difeso le loro opere fino all’ultimo, ma il dispositivo messo in piedi dalle forze dell’ordine non solo ha impedito loro l’accesso al museo ma anche alle strade adiacenti. Scortati dalla polizia i tecnici aragonesi sono entrati nel museo e hanno iniziato a imballare le opere senza nessun accorgimento speciale come se si trattasse di un trasloco qualsiasi, mentre all’esterno la polizia antisommossa caricava gli inermi cittadini di Lérida come se fossero pericolosi agitatori.

Il presidente dell’Aragona Javier Lambán ha festeggiato l’arrivo delle opere insieme ai 500 abitanti di Sijena avvisati tramite sms, ma non ha rinunciato a denunciare il loro «deplorevole stato di conservazione», annunciando le opportune azioni legali. Lambán ha assicurato che, nonostante il parere contrario di esperti internazionali, riuscirà anche a riprendersi le pitture murali scampate all'incendio del monastero e conservate nel Museu Nacional d’Art de Catalunya di Barcellona. «L’allestimento di Gae Aulenti rende impossibile il trasferimento, tentare un’operazione di questo tipo significa distruggere le pitture», ha dichiarato Pepe Serra, direttore del Museu Nacional, che come il resto della società catalana ripone tutte le sue speranze nelle elezioni del prossimo 21 dicembre.

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