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Restauro

Concerti nel magazzino di Napoleone

Riaperta dopo un lungo recupero la Basilica di San Celso a Milano

La Basilica di San Celso a Milano

La Basilica di San Celso è stata riaperta al pubblico dopo il lungo restauro che ha sanato il gravissimo stato di degrado in cui l’edificio versava: diventato magazzino per i foraggi al tempo di Napoleone, non era mai più stato officiato. Aggredito dall’umidità di risalita e da quella meteorica, che s’infiltrava dalle coperture e dai serramenti, ciò che resta dell’antichissima basilica (le prime tre campate furono sciaguratamente demolite nel 1818, «per dar luce» al contiguo santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso) è stato ora radicalmente recuperato, per trasformarlo in uno spazio per concerti, convegni e attività culturali.

Fu Ambrogio, vescovo di Milano e futuro santo, a decretare la costruzione di un sacello nel luogo dei «Tre Mori» (i tre gelsi, in antico lombardo) in cui nel 395-396 rinvenne i resti dei martiri Nazaro e Celso. E se le spoglie del primo furono traslate nella Basilica Apostolorum (poi intitolata a lui, nell’attuale corso di Porta Romana), quelle di Celso furono ospitate nel sacello eretto lungo l’attuale corso Italia, là dove erano state trovate. Ambrogio fece anche costruire una nicchia con un dipinto della Vergine con il Bambino: l’immagine, subito veneratissima, che dal 1430 fu protetta da una cappelletta voluta da Filippo Maria Visconti, nel 1485 si «animò» miracolosamente durante una messa, facendo cessare la pestilenza che infuriava.

Otto anni dopo, l’architetto Gian Giacomo Quadri detto il Dolcebuono, avviava accanto a San Celso un santuario intitolato a Santa Maria, in onore di quell’immagine miracolosa, ponendo le basi di quella che sarebbe diventata una chiesa maestosa e ricca di tesori d’arte. Il santuario finì così per mettere in ombra la Basilica di San Celso, che già nel 996-997 aveva sostituito il sacello ambrosiano, e presso la quale era presto sorto un monastero benedettino. E fu proprio l’importanza del nuovo santuario a decretare la distruzione delle prime tre campate dell’antica basilica (molto rimaneggiata nel Seicento), di cui restano solo le tracce sul muro di cinta, oltre ad alcuni frammenti marmorei.

Della basilica del X secolo sopravvivono due campate, a tre navate con pilastri a fascio e capitelli zoomorfi, oltre alla bellissima abside, affiancata da pilastri con ricchi capitelli marmorei, mentre nella facciata neoromanica della metà dell’Ottocento fu murato il portale di marmo del XV secolo, con battenti lignei coevi, e nella lunetta fu collocato un affresco del Cerano. A fungere da altare era la sovracassa marmorea con la «fenestella confessionis» che conteneva il sarcofago, del IV secolo, di san Celso, oggi in Santa Maria dei Miracoli, e su un pilastro sopravvive un lacerto d’affresco dell’XI secolo (cui ne fu poi sovrapposto un altro) della Vergine con il Bambino.

L’intervento attuale di restauro conservativo, promosso dagli Oblati, cui il complesso è affidato dal 1942, progettato e diretto dagli architetti Angela Baila e Lorenzo Mazza, si è concluso nel 2017. Preceduto da minuziose indagini bibliografiche e archivistiche sui (rari) documenti che accompagnano San Celso, da rilievi fotografici e geometrici con laser scanner 3D, nonché dall’analisi minuziosa dei materiali e dello stato di conservazione, il restauro (che ha interessato anche il sottotetto, ora percorribile, dove si vede la parte superiore, affrescata, dell’arcone trionfale seicentesco) ha riguardato le coperture e i serramenti; gli intonaci, affrescati e non, risanati da efflorescenze e sovrammissioni e integrati da materiali compatibili; gli elementi lapidei, lignei, metallici e di cotto e le belle murature di mattoni e malta, quest’ultima integrata con malta a base di calce idraulica, cocciopesto, polvere di marmo e altri aggregati dalle diverse granulometrie, per avvicinarsi al massimo all’originale.

E l’aula, sebbene mutilata, ha ritrovato la sua rigorosa eleganza, mentre la nuova efficace (e non invasiva) illuminazione e gli impianti audio e di riscaldamento (non visibili) ne consentono l’utilizzo pubblico, riportando in vita l’antichissima basilica.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 381, dicembre 2017


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