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Antiquari

Gianluca Berardi

I sommersi salvati: l’800 alla riscossa

A Roma un antiquario «nato» come storico dell’arte ha rilanciato artisti dimenticati o «da ricostruire», da Michetti a Sartorio: «Comprare e vendere un quadro è facile, ma il mercato deve anche fare del bene ad artisti del passato»

Gianluca Berardi e Sabrina Spinazzè accanto alla scultura «Ritmi» (1921 ca)  di Attilio Selva alla Biennale Internazionale  di Antiquariato di Firenze del 2017

Roma. Torna alla mente il dipinto di Antonello da Messina «San Girolamo nello studio» quando si varca la soglia della galleria di Gianluca Berardi, che egli stesso definisce piuttosto uno «studio», per ragioni diverse. Situata nel cuore barocco della capitale, all’inizio di corso Rinascimento, la galleria è quasi di fronte al complesso borrominiano di Sant’Ivo alla Sapienza, adiacente alla maestosa Chiesa di Sant’Andrea della Valle e ha alle spalle l’hortus conclusus che è piazza Navona. Caratterizzata da un’ampia vetrina su strada, all’interno lo spazio, non grande ma luminoso e sobrio nel suo arredamento, ha qualcosa di limpido forse perché costituito unicamente da statue e da quadri, qualcuno appoggiato a terra, in attesa di essere sistemato. Sulla sinistra un tavolo con sopra un computer, alla parete una libreria.

Spesso sono allestite mostre di artisti, preferibilmente oggi poco noti, invece superstar nell’Ottocento, come Hermann Corrodi. Inoltre bisogna ricordare le mostre di Giulio Aristide Sartorio, che inaugurò la galleria nel 2013, e quella di Francesco Paolo Michetti nel 2016, quando in questo locale fu esposto il grande olio «La processione del Corpus Domini a Chieti», uno dei dipinti più rivoluzionari del secondo Ottocento italiano. Insomma, Berardi non subisce la seduzione di quel mondo barocco che circonda la galleria, in cui la natura è uno spettacolo prorompente, che rende visibile l’invisibile, ma forse è proprio quel mondo a generare la sua passione per un’estetica di matrice simbolista fin de siècle, improntata a un forte antinaturalismo, anzi a una natura come luogo di forze misteriose, che stravolgono la realtà. Nel tempo Berardi ha ampliato l’orizzonte dei suoi interessi, spaziando tra l’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento.

La galleria, che dirige insieme a un socio, il cugino Pasquale Berardi, fu aperta nel 1973 dal padre Gianfranco nello stesso locale. In considerazione del suo interesse per quell’arte che nei primi decenni del Novecento guarda all’antico, fino al 13 gennaio presenta la mostra «Roma nell’Ottocento. Antiche memorie nella città eterna e nella sua campagna», in cui le rovine maestose del passato e la natura quasi primordiale intorno alla capitale sono interpretate da pittori come lo svizzero Franz Knebel, l’olandese Carel Max Quaedvlieg, il tedesco Carl Wuttke, l’inglese Arthur John Strutt, il francese Jean Joseph Xavier Bidauld, il danese Frederik Christian Lund e il polacco Henryk Cieszcowski e, tra gli italiani, Pio Joris. Abbiamo rivolto alcune domande a Gianluca Berardi.

I suoi interessi professionali riguardano un arco temporale che va dall’Ottocento agli anni Trenta del Novecento, ma allora si sente più un antiquario o un gallerista?
Un antiquario, certamente. Sento lo spirito dell’antiquario in me, nel senso dell’amore per la nostra storia e la nostra cultura, anche perché sono figlio del mestiere.

Come si è avviato su questa strada?
Sono uno studioso di pittura italiana dell’Ottocento. All’Università La Sapienza di Roma mi laureai molto presto, scelsi come relatore Marisa Volpi Orlandini, con la quale individuai una tesi sul pittore partenopeo Edoardo Dalbono, il primo maestro di Francesco Paolo Michetti, legato da amicizia a Mariano Fortuny e ammirato da Gabriele D’Annunzio. Fu naturale proseguire quel cammino che avevo incominciato: incentrai su Fortuny la tesi della specializzazione. Così si venne a definire un forte nucleo nei miei interessi, al quale si è aggiunto un approfondimento su Giulio Aristide Sartorio. Ecco svelata la mia doppia natura di antiquario e storico dell’arte.

Come ha coltivato nel tempo le sue ricerche?
Intanto ho in corso una collaborazione con il Museo del Prado per la retrospettiva su Mariano Fortuny (aperta fino al 18 marzo, Ndr), per cui ho da poco terminato di scrivere un saggio per il catalogo, focalizzato sul maestro spagnolo e la pittura coeva italiana. Inoltre ho all’attivo studi pubblicati su cataloghi e riviste internazionali.

Perché nel 2003, con Teresa Sacchi Lodispoto e Sabrina Spinazzè, ha fondato l’Archivio dell’Ottocento romano?
All’Università tenevo un corso sulla Pittura dell’Ottocento in Italia, che mi ha aperto un mondo pazzesco di autori dimenticati, che mi suscitavano delle emozioni forti, ma non sapevo dove mettere le mani. Ero sempre troppo occupato: il corso, i laureandi, gli studi da pubblicare... A fronte di ciò, ho capito che il mio bisogno di esplorare difficilmente si poteva tradurre in libri, a causa della penuria di fondi economici. Fondi ed energie che riuscii a trovare con la fondazione dell’Archivio e la decisione di proseguire l’attività paterna (nel frattempo avevo lasciato l’Università). Insomma, è relativamente facile comprare e vendere un quadro, è invece difficile riuscire a riscoprire un artista, o meglio farlo riscoprire, finanziando la pubblicazione di cataloghi monografici.

Qual è il lavoro più impegnativo affrontato con l’Archivio?
Il Catalogo generale di Michetti, che uscirà nel 2018. Abbiamo costituito un comitato, del quale fa parte anche Fabio Benzi, curatore di una retrospettiva a Roma nel 1999. Abbiamo ricostruito l’artista da zero per allargare il campo della conoscenza della sua produzione complessa e molto moderna. Il pittore era affossato dai falsi, frainteso, poco apprezzato, se non da un collezionismo e da studiosi di nicchia.

Che cosa significa fare gli interessi di un artista del passato?
Curare i suoi interessi, valorizzarlo seriamente attraverso pubblicazioni a carattere scientifico. Penso che alla fine tutto ti ritorni. Per me è come se con l’artista su cui sto lavorando ci appartenessimo l’un l’altro, si crea un legame indissolubile. Per esempio, un altro artista che mi interessa è il napoletano Achille Vertunni, un’altra stella del firmamento ottocentesco finita oscurata: non vale niente nelle aste e il mio desiderio sarebbe di lavorare su di lui. Devo trovare una ventina di quadri importanti per una sua monografica, che non avrà immediatamente un ritorno commerciale. Nel campo del contemporaneo si lavora su un’arte facilmente riconoscibile pure da un pubblico meno colto, invece con l’arte tra Otto e Novecento necessitano più cultura e più denari.

Che cosa ne pensa di quegli artisti italiani che hanno vissuto una parte della loro attività nell’Ottocento, l’altra nei primi due decenni del secolo ancora prima di arrivare al Ritorno all’ordine?
Il periodo delle Secessioni a cavallo tra i due secoli è denso di fermenti, come, di recente, hanno documentato mostre di notevole impegno. Artisti quasi dimenticati quali Arturo Noci, Renato Tomassi, Fausto Vagnetti o Camillo Innocenti parteciparono al clima della Secessione romana e a loro modo tentarono di essere moderni e innovativi, per questo li considero interessanti e meritevoli di un approfondimento.

Secondo lei c’è interesse in Italia per un pittore come Mariano Fortuny?
I suoi quadri sono quasi assenti dal mercato italiano. Purtroppo l’artista, che necessitava di molto tempo per eseguire un quadro, è morto giovanissimo, ma la sua fama era già scritta in un firmamento di stelle internazionale, per cui è stato molto falsificato. Nove opere su dieci che gli attribuisce il mercato, a mio avviso sono false.

Giulio Aristide Sartorio è invece presente nelle aste con prezzi alti, che cosa ne pensa?
Non sono prezzi troppo alti per Sartorio, un artista di una straordinaria maestria! La verità è che oggi con qualche decina di migliaia di euro si comprano i grandi maestri dell’Otto e del primissimo Novecento. Nonostante le forti oscillazioni del mercato, questi grandi artisti, da Michetti a Sartorio, non si troveranno mai a prezzi stracciati, possono costare un poco di più o un poco di meno. E a mio avviso, una volta riscoperti con studi approfonditi, raggiungeranno il loro effettivo valore di mercato, che avevano quando erano in vita.

Ultimamente si interessa alla scultura, un genere raramente trattato. Ci racconta di questo suo interesse?
All’ultima Biennale dell’Antiquariato di Firenze ho presentato un catalogo su un nucleo di sculture romane dei primi decenni del Novecento che oscillano tra modernità e tradizione. Un gallerista di notevole esperienza, qualche tempo prima, mi aveva chiesto quale fosse la mia linea di ricerca. Mi accorsi che quella domanda non me l’ero mai veramente posta; improvvisamente capii che ero appassionato all’arte ante 1940, perché è caratterizzata da una forte attenzione al saper fare, alla riscoperta del mestiere, ricercato nelle ricette dei maestri antichi. Il focus dei miei interessi è la sapienza tecnica e l’erudizione culturale. Gli scultori che ho presentato a Firenze, tra i quali Eugenio Baroni, Giovanni Prini, Attilio Selva, Alfredo Biagini, ricercano la tradizione con cura eccellente.

Oltre alle Biennali dell’Antiquariato di Roma e di Firenze, intende incrementare la sua presenza nelle fiere?
Ci piacerebbe lavorare all’estero. L’obiettivo è presentare la complessità dell’arte italiana tra Ottocento e Novecento e la sua capacità di produrre un linguaggio dall’appeal internazionale, ma siccome ci piace fare le cose per bene, abbiamo ancora un po’ di strada da fare.

GALLERIA BERARDI

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 381, dicembre 2017


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