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Musei


Brescia

Patrimonio sì, mostrismo no

Massimo Minini traccia il bilancio, di successo, della Fondazione Brescia Musei da lui presieduta: «È una restituzione»

Massimo Minini davanti a un’opera di Robert Barry nel 2013. Foto di Renato Corsini

Brescia. Dopo aver attraversato vicende travagliate, la Fondazione Brescia Musei ha messo a segno nel 2016 una radicale inversione di rotta, con risultati lusinghieri: i visitatori dei suoi musei (Museo di Santa Giulia, Pinacoteca Tosio Martinengo, Brixia-Parco archeologico di Brescia romana, Museo delle Armi «Luigi Marzoli» e loro mostre temporanee) sono aumentati del 20% circa rispetto al 2015, e negli ultimi tre anni sono addirittura triplicati.
Nel 2016, 202.400 persone (oltre 85mila solo in Santa Giulia) hanno visitato musei e mostre della fondazione, portandola così, come ha dichiarato il presidente Massimo Minini, in «quel “club dei grandi musei” fatto di pochi istituti in Italia: solo 50 su 4.500 superano infatti i 200mila visitatori». A tale successo si è aggiunto, a fine 2016, il Premio Avicom (di Icom), ricevuto per il multimediale «Brixia Time Machine», prodotto insieme al Comune di Brescia.
Massimo Minini, lei è uno dei galleristi di arte contemporanea più influenti d’Italia (e non solo). Che cosa l’ha indotta, nel 2014, ad assumere un incarico oneroso e spinoso come la presidenza della Fondazione Brescia Musei, dopo un periodo di commissariamento?
Gli inglesi lo chiamano «give back»: è una condizione mentale per cui il soggetto sente di dover restituire alla collettività parte di quanto avuto. Inoltre mi è sembrato che un impegno pubblico potesse completare il mio percorso e arricchire anche me: in pratica un doppio scambio dare-avere, e al tempo stesso un tentativo di saldare politica e società civile. La Fondazione commissariata? Benissimo! Bisognava tirarla fuori dalle secche. Prima delle elezioni il futuro sindaco mi chiese se avrei voluto dare una mano: non potevo certo rifiutare, dopo essermi lamentato per anni della politica culturale cittadina. Diciamo che l’era Goldin ha presentato un serio problema: la politica culturale di una città come Brescia era dettata da un’organizzazione commerciale che non lasciava libertà d’azione su nulla, nemmeno su cataloghi, biglietti, bar, ristorante, know how… Infatti, quando Linea d’Ombra ha levato le tende, sul campo era rimasto il nulla! Come ho già avuto occasione di dire, Goldin non lascia tracce, nemmeno le impronte digitali.
Quali furono i contraccolpi all’uscita, a inizio 2016, di due importanti soci della Fondazione, la Camera di Commercio e la Fondazione Cab?
La Fondazione Brescia Musei esiste da diverso tempo, prima come società per azioni, poi come fondazione di servizi, ma di fatto esautorata dalla delega in bianco a Linea d’Ombra. Quando l’amministrazione passa dal centrosinistra al centrodestra, Andrea Brunello, con Artematica, sostituisce Goldin. Peggio che mai: con lui ci sono addirittura denunce e processi. Con le nuove elezioni, torna il centrosinistra, la Fondazione cambia pelle e statuto e diventa una «fondazione di valorizzazione dei beni culturali». Due enti fondatori, intanto, si ritirano: peccato per la loro immagine. Del resto non davano più contributi da anni, dunque le loro dimissioni sono state, diciamo, gravi ma non irreparabili. La loro defezione determina malumori e voti contrari. Il Cda viene sciolto e solo il direttore Luigi Di Corato e io veniamo confermati. Sono nominati sei nuovi membri e nuovo è anche lo statuto: tutto nuovo e non facile. Con due dati positivi: la collaborazione piena tra Comune e fondazione, e l’operato del direttore, impegnato, come il Cda, più che in una fondazione in una... rifondazione. Molti però, in città, rimpiangono i «bei tempi», quando c’erano le file in strada per gli impressionisti. Noi abbiamo idee diverse e ci proponiamo di lavorare sul patrimonio, per arricchirlo.
Qual è il suo bilancio, finora?
Oltre all’incremento dei visitatori, mi soddisfa il fatto che con il nuovo Cda, determinato e operativo, si siano prese in breve tempo molte importanti decisioni, in primis occuparci dei finanziamenti e dar vita a poche azioni ma spettacolari, che creino immagine. Abbiamo deciso di puntare non sul «mostrismo» ma sul patrimonio: nessuna ansia da prestazione. E nessun impressionista, perché vogliamo mostre di qualità, non solo di «numeri».
Progetti per il 2017?
In questi mesi le opere della pinacoteca viaggiano in Polonia, Finlandia, Olanda come nostre ambasciatrici ed entro il 2017 riapriremo la Pinacoteca Tosio Martinengo, rinnovata. In giardino ci sarà un ristorante accessibile dall’esterno, spero aperto giorno e notte: un vero ristorante, possibilmente (in prospettiva) stellato, perché in città non ce ne sono. C’è poi il Castello da sistemare, enorme complesso fortificato per il quale abbiamo grandi progetti. E, non essendoci un museo di arte moderna, l’arte di oggi sarà gestita indipendentemente. Ero stato chiamato a presiedere la fondazione proprio per le mie relazioni nel mondo dell’arte internazionale, ma è stata sollevata la questione del conflitto d’interessi tra la mia professione e il ruolo istituzionale. Io intendo affrontarla, in modo che non sia d’ostacolo all’azione della fondazione. Avremo anche un nuovo deposito climatizzato, ampio e sorvegliato, che libererà spazi nei musei, per ospitare nuove collezioni. Stiamo applicandoci alla ricerca di fondi privati, puntando sulla produttività bresciana, la quarta per volume in Italia. Ora abbiamo una struttura che funziona, un team che pensa (e il premio recente lo dimostra): stiamo cercando un equilibrio tra le esigenze dell’essere e quelle dell’apparire.

di Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 372, febbraio 2017


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