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Mostre


Forlì

Lo stile Déco non esiste

Per il curatore Valerio Terraroli è un «gusto» che spazia dal 1919 al 1929

Demetre Chiparus, Danzatori con abiti orientali e cembali, 1920-30, bronzo e marmi, collezione privata

Forlì. Il fenomeno dell’Art Déco in Italia è nuovamente al centro di una grande mostra, «Art Déco. Gli anni ruggenti in Italia», che apre i battenti l’11 febbraio ai Musei San Domenico di Forlì (fino al 18 giugno). Sono esposte circa 350 opere tra arredi, ceramiche, vetri, metalli lavorati, tessuti, bronzi, stucchi, creazioni di alta oreficeria, argenti e abiti, oltre a dipinti e sculture, realizzate principalmente in Italia (pochi, infatti, gli esempi stranieri) tra il 1919 e il 1929. Intento del curatore Valerio Terraroli, che si è avvalso della collaborazione di Stefania Cretella e Claudia Casali e della direzione generale di Gianfranco Brunelli, è dimostrare, come già individuato pioneristicamente da Rossana Bossaglia negli anni Settanta, che gli estremi cronologici dell’Art Déco in Italia sono più vicini di quanto ritenuto da studi e mostre precedenti le quali, per quanto lodevolissime e importanti, hanno perduto di vista che «un conto è la temperie creativa e la sensibilità estetica degli anni Venti, anche in un’Italia che vive l’esordio e l’affermarsi del fascismo, un altro è il radicalmente mutato clima degli anni Trenta, tra crisi economiche e crolli dei mercati, il consolidarsi delle dittature, l’autarchia, l’affermarsi di nuovi valori ideologici ed estetici», come puntualizza Terraroli nel suo saggio in catalogo (SilvanaEditoriale).

Filiazione della mostra «La forza della modernità. Arti in Italia 1920-1950», curata dallo stesso Terraroli a Lucca nel 2013, quella di Forlì ne costituisce un approfondimento, concentrandosi sugli anni Venti: «Vuole, infatti, dimostrare che il gusto Déco, perché di gusto si dovrebbe parlare, non di stile, precisa Terraroli da noi intervistato, vive in Italia una stagione estremamente ridotta che, con i dovuti margini, va dall’immediato dopoguerra, quindi il 1919, alla grande crisi economica del 1929, mentre in altri Paesi, come la Francia, ha una durata più lunga o, come avviene in America, inizia praticamente quando qui sta finendo, una sorta di passaggio del testimone». Un altro elemento fondante dell’esposizione è dimostrare che il punto di partenza del Déco sono stati il Secessionismo austrotedesco, le novità linguistiche del Futurismo e delle avanguardie russe, non l’Art Nouveau, di cui respinge i moduli intendendone, tuttavia, salvaguardare i valori decorativi per tradurli in valori di prestigio e commerciali. L’itinerario, che si snoda cronologicamente attraverso sezioni tematiche, vuole raccontare con esempi emblematici e con suggerimenti interpretativi, per l’Italia di quel decennio, la fitta trama di relazioni tra le arti «pure» e le arti «decorative», anche se, come sottolinea Terraroli, «sarebbe anche il tempo di superare definitivamente tali distinzioni. Infatti, a livello accademico sembra che non ci sia differenza ma tutt’oggi, nella cultura italiana, c’è ancora una grossa resistenza a organizzare, ad esempio, una mostra di soli oggetti. Viene considerata noiosa. Indubbiamente allestirla è difficile, noi abbiamo creato percorsi nei quali le arti decorative sono completate, nel dialogo espositivo, da quelle figurative. La mostra si apre, infatti, con due opere apparentemente diverse e lontane, volutamente inserite come viatico in questa esposizione: l’elegantissima tempera “Notte d’estate”, dipinta dal trentino Luigi Bonazza nel 1928, e il “Busto di giovane donna con scialle”, terraglia modellata da Gigi Supino e decorata a smalto su progetto di Gio Ponti del 1923».
Quindi, dopo una gallerie di sculture, con opere di Ivan Meštrović, Arturo Martini, Libero Andreotti, Adolfo Wildt e Attilio Selva, seguono le salette dedicate alle biennali di Monza, «grande, imprescindibile vetrina di quanto siano in grado di offrire i laboratori, le scuole d’arte, le industrie artistiche e gli artisti italiani», al Vittoriale degli Italiani, le cui opere «rappresentano magistralmente la declinazione dannunziana del gusto Déco, nelle quali lusso, materiali pregiati, atmosfere esotiche, ed erotiche, attualizzano tutto il bagaglio iconografico del Simbolismo», la sala dedicata all’esotismo, che ospita anche il «Corteo orientale» in maiolica di Francesco Nonni e Anselmo Bucci, alcuni mobili, «pochissimi, per evitare l’effetto “negozio d’antiquariato”», l’Isotta Fraschini di D’Annunzio e, a seguire, le elegantissime urne di Ponti su un grande tavolo di Portaluppi, ritratti femminili di Bocchi, Cavaglieri, Bonazza e Alberto Martini, la sala «Animalier», con alcuni bronzi di Sirio Tofanari mai visti prima, la sala dei nudi femminili, con dipinti di Chini, Marussig e i piatti da parata della serie «Le mie donne» di Ponti, fino al classicismo che si diluisce nei primi anni Trenta, con esempi di Andlovitz e Fontana Arte. Il percorso si chiude con una spettacolare Wunderkammer che riunisce 40 pezzi di straordinaria bellezza e alta oreficeria di Alfredo Ravasco.

di Carla Cerutti, da Il Giornale dell'Arte numero 372, febbraio 2017


  • Baccio Maria Bacci, «Ritratto di Matteo Marangoni», 1919, olio su tela, Genova, Wolfsoniana-Fondazione Regionale per la Cultura
  • «La conversazione classica» (1925)  di Gio Ponti, Sesto Fiorentino, Museo  Richard-Ginori della Manifattura di Doccia
  • Felice Casorati, «Raja», 1924-25, tempera su tavola, collezione privata

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