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Fotografia


Al Man di Nuoro la prima antologica italiana di Berenice Abbott

Blossom Restaurant, 1935 © Berenice Abbott

Nuoro. Riprende il ciclo che il Man sta dedicando alla Street Photography, e dopo Vivian Maier e Garry Winogrand è la volta di Berenice Abbott. Curata da Anne Morin, «Berenice Abbott. Topografie» è la prima antologica che l’Italia dedica alla fotografa americana, della quale il museo espone fino al 31 maggio ottantadue stampe originali, datate tra la metà degli anni Venti e i primi Sessanta, e suddivise nei tre capitoli «Ritratti», «New York» e «Fotografie scientifiche». Curiosa e volitiva, indipendente e spregiudicata nel seguire le proprie passioni, oltre che dichiaratamente lesbica, la Abbott (1898-1991) nasce a Springfield, in Ohio, e nel 1918 si sposta a New York in una grande casa del Greenwich Village che ospita scrittori, filosofi e anarchici. Mentre segue i corsi di scultura incontra Man Ray e nel 1921 lo segue a Parigi. Qui continua lo studio di arti plastiche, ma la tentazione della fotografia è sempre più forte e nel 1923 finisce col diventare l’assistente dell’amico dadaista È nel suo studio che nascono i primi scatti diretti a personalità come André Gide, Jean Cocteau, James Joyce, Max Ernst; e quando nel 1926 si mette in proprio, tutta l’avanguardia intellettuale che si concentra nella capitale francese poserà per lei, per un obiettivo sensibile e intrusivo, capace di andare in profondità. I ritratti che realizza vengono esposti alla galleria Au Sacre du Printemps, in una mostra che per la Abbott è occasione dell’incontro che segna un’altra svolta, quello con Eugène Atget. Le sue esplorazioni di Parigi la colpiscono così profondamente che alla morte di Atget, avvenuta poco dopo nel 1927, la Abbott, che era già riuscita a convincerlo a farsi ritrarre, acquista una parte consistente del suo archivio. È a questo punto che la città diventa la nuova dimensione con la quale si misurerà per tutto il decennio successivo. Esce dallo studio e torna a New York per guardare la metropoli che cambia dopo la crisi del 1929. È il trionfo della modernità e del dinamismo di un orizzonte in piena trasformazione, con il tessuto urbano che si espande e i grattacieli che crescono, con edifici nuovi che sostituiscono quelli vecchi, con le riprese dall’alto o dal basso, e attraverso le griglie architettoniche, con forti contrasti di luce e ombra, e prospettive che suggeriscono la spinta in avanti mentre si confrontano con le permanenze del passato. Nel 1939 ne nasce quella «Changing New York» che diventa uno dei più celebri libri fotografici del secolo scorso, oltre che imperdibile documento storico. Ma lei non si ferma e l’anno dopo diventa picture editor di «Science Illustrated», dove può esercitare il suo talento per una visione diretta e documentaria, qui applicata alla fotografia scientifica. Il rigore del suo occhio arriverà a produrre immagini di laboratorio che sono paesaggi astratti, composti ancora una volta di armonia e fermento.

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