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Mostre


L’occhio di Hockney

Alla Tate Britain la sua apoteosi

Londra. La Tate Britain ospita, sino al 29 maggio, la più vasta retrospettiva sinora dedicata a David Hockney (1937). Organizzata con il Centre Pompidou di Parigi e il Met di New York in occasione dell’ottantesimo compleanno dell’artista più popolare del Regno Unito, la mostra riunisce i suoi lavori più significativi, dai primi «Love Painting» (1960-61) alle opere realizzate dopo il suo ritorno in California nel 2013. Abbiamo intervistato Helen Little, curatrice della retrospettiva con Chris Stephens e Andrew Wilson.
Quali sono le ragioni di questa grande retrospettiva di David Hockney?
Hockney è attualmente concentrato su quello che sta producendo nel suo studio. Mentre si avvicina al suo ottantesimo compleanno, la sua vita e la sua arte appaiono ringiovanite come mai prima. Non potrei pensare a un momento migliore per ospitare una retrospettiva del suo lavoro che, per la prima volta, fornisce una panoramica su tutti i versanti della sua produzione (pittura, disegno, grafica, fotografia e video) e consente di vedere come ogni fase del suo lavoro abbia influenzato la successiva.
Com’è strutturata la mostra?
È la retrospettiva più ampia mai dedicata a David Hockney e una delle più grandi nella storia della Tate Britain. Ci sono voluti anni per organizzarla, non solo per l’iter richiesto dai prestiti delle opere (oltre 150 da tutto il mondo). La premessa curatoriale è quella per cui, al di là della popolarità dell’artista, un serio interrogativo estetico attraversa tutta la sua opera e guida l’artista nell’esame della natura della percezione visiva e dell’esplorazione dei piaceri e dei problemi derivanti dalla traduzione del mondo e dello spazio in immagini bidimensionali.
La mostra include lavori da collezioni private raramente mostrati in pubblico. Può fare qualche esempio?
Il doppio ritratto «Christopher Isherwood and Don Bachardy» (1968), allestito in una sala che riunisce i maggiori doppi ritratti di Hockney. La mostra presenta anche molti disegni degli anni Sessanta e Settanta, anch’essi in prestito da collezioni private e raramente esposti, come «Peter» (1966).
Ci sono anche gli esperimenti con il disegno digitale e il cinema.
L’uso da parte di Hockney di tecniche sia tradizionali sia innovative è una costante nei suoi sessant’anni di carriera. Prima di impiegare l’app Brushes sul suo iPad, con cui ha risolto il problema della luce mutevole e del cambiamento delle stagioni nel paesaggio dello Yorkshire, ha realizzato lavori con tecnologie oggi obsolete, come macchine per fax o programmi di disegno per il primo computer Apple. Usando nuove tecniche per testare se stesso, l’artista ci costringe a considerare ciò che è tradizionale in modo innovativo e contemporaneo. Il rifiuto di Hockney a conformarsi alle regole dell’arte è stato uno stimolo continuo. La sua sfida nei confronti della maniera occidentale di rappresentare il mondo, dimostrata dal suo impiego della prospettiva a punto unico, così come la scelta di ripudiare il concetto di verità fotografica, hanno dato forma a un’esperienza visiva unica e sempre attuale.

di Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 373 , marzo 2017


  • La curatrice Helen Little. Foto Samuel Drake for Tate Photography
  •  David Hockney, Model with Unfinished Self-Portrait, 1977, olio su tela © David Hockney
  • David Hockney, «Canvas Study of the Grand Canyon», 1998, olio su 9 tele  © David Hockney Photo Credit: Richard Schmidt
  • David Hockney, Domestic Scene, Los Angeles 1963, olio su tela © David Hockney

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