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Dal consumatore al produttore: Miart espone e propone

La fiera milanese, che apre il 31 marzo, concorre alla creazione di opere

Alessandro Rabottini. Foto: Mark Blowert

Milano. La 22ma edizione di Miart, si apre dal 31 marzo al 2 aprile con due nuove sezioni («On Demand» e «Generations»), oltre 160 gallerie e un nuovo direttore, Alessandro Rabottini, già braccio destro del suo predecessore, Vincenzo de Bellis e dunque coprotagonista del rilancio della fiera.
Alessandro Rabottini, in che modo ha canalizzato la sua esperienza di curatore indipendente nella direzione di una fiera?
In realtà sono diventato indipendente dopo aver assunto il mio ruolo a Miart, avendo lavorato per anni come capocuratore alla GAMeC di Bergamo e come curatore per il Museo Madre di Napoli. Una fiera non è una mostra e tutto quello che si espone nasce dal dialogo con le gallerie e con il loro programma, sono loro le protagoniste della fiera. Posso forse dire di aver portato questa posizione di ascolto e le relazioni costruite negli anni, sia con gli espositori che tornano sia con quelli che hanno scelto Miart per la prima volta.
Quali sono i cambiamenti più significativi rispetto all’edizione del 2016?
Al nuovo corso di Miart ho partecipato sin dall’inizio dell’incarico di De Bellis, prima come coordinatore curatoriale e poi come vicedirettore, per cui è un progetto che sento mio dall’inizio. Più che di cambiamenti parlerei di una nuova fase di consolidamento e di espansione: abbiamo lavorato a precisare i contenuti e gli obiettivi e a comprendere, dalle gallerie e dai curatori di ciascuna sezione, quali sono gli scenari attuali e futuri dell’arte e dei suoi mercati.
Può entrare più nel dettaglio di «On Demand»?
È una sezione trasversale di Miart; vale a dire che le opere esposte sono sparse all’interno degli stand che troviamo nella sezione principale «Established». Nasce dal desiderio di rendere omaggio al rapporto vitale e necessario tra opera, spettatore e collezionista, e comprende lavori che per esistere pienamente devono essere in un qualche modo attivati, opere che cambiano a secondo delle condizioni dello spazio o addirittura opere che esisteranno qualora qualcuno le renda possibili, come progetti non ancora realizzati. Grazie alla collaborazione della casa di produzione Snaporazverein siamo riusciti a creare un premio per questa sezione, i cui 10mila euro costituiranno un sostegno economico a un progetto futuro dell’artista vincitore, sia esso la partecipazione a una mostra, un catalogo o un nuovo lavoro. In questo modo Miart espande il proprio campo d’azione oltre il proprio ambito spaziale e temporale, diventando coproduttore di un progetto futuro e sostenendo la visione di un artista.
Oltre all’aspetto commerciale, qual è il ruolo che dovrebbe ricoprire oggi una fiera d’arte contemporanea?
L’aspetto commerciale e quello culturale devono andare di pari passo. Quello che sta cambiando è il modo in cui affrontiamo entrambe le funzioni, non come separate ma interdipendenti. I progetti espositivi che le gallerie sono invitate a sviluppare, che essi si trovino o meno all’interno di una sezione curata, ambiscono a costruire, attorno alle opere, una prospettiva e un contesto. Proprio perché oggi vediamo molto, abbiamo forse bisogno di comprendere le immagini all’interno del mondo in cui esse nascono. Così le nostre sezioni curate come «Generations» e «Decades» raccontano delle storie, stabiliscono relazioni tra le opere, ci fanno guardare tradizione e presente. Gli oltre 60 curatori e direttori di musei internazionali coinvolti nelle sette giurie dei premi e nelle tre giornate di talk sono una presenza fondamentale tanto per le gallerie, quanto per il pubblico e per le istituzioni presenti in città, poiché portano una prospettiva globale intorno a ciò che accade sia in fiera sia fuori.

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di Federico Florian, da Il Giornale dell'Arte numero 373 , marzo 2017


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