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Archeologia


Spartaco e gli altri. All'Ara Pacis schiavi e padroni nell'antica Roma

Frammento di mosaico figurato, Parigi, Musée du Louvre, Département des Antiquitès greques, étrusques et romaines Photo© RMN-Gran Palais (musée du Louvre)/Hervé Lewandowski

Roma. «Spartaco. Schiavi e padroni a Roma», inaugurata oggi al Museo dell’Ara Pacis (fino 17 settembre), propone uno stimolante affondo tematico, con installazioni audio e video immersive per ricostruire suoni voci e ambientazioni di allora, su uno degli aspetti basilari del mondo romano, specie dal punto di vista sociale ed economico, ma anche giuridico. Si parla del più grande sistema schiavistico che la storia abbia mai visto svilupparsi in una società che per oltre quattro secoli, ricorda l’archeologo Fabrizio Pesando, «fondò il proprio sistema produttivo essenzialmente sul lavoro degli schiavi e l’elemento servile costituì quasi il 30% della popolazione totale dell’Italia all’epoca della massima espansione dell’Impero».
Lo schiavo era a disposizione assoluta del proprio padrone, una merce produttiva: di norma veniva a tal punto vessato di lavoro in campi, fabbriche e cave da cercar spesso di fuggire malgrado le terribili punizioni previste alla sua cattura. Andava molto meglio a chi svolgeva funzioni domestiche o amministrava beni del suo padrone, poi c’era sempre la speranza di venir liberati dallo stesso dominus, di diventare liberti e persino cittadini romani. Non solo l’economia si avvaleva in modo massiccio di loro, per la produzione e anche per la gestione, ma anche il teatro e altre forme di svago e incontro, come le terme. Si tratta quindi di una realtà complessa, sfaccettata, di cui rimangono molte testimonianze storiche, letterarie e artistiche. A partire dallo schiavo forse più universalmente noto, il gladiatore tracio Spartaco, la sua fuga e ribellione nel 73 a.C., la creazione di un esercito di 70mila uomini, la sconfitta a opera del futuro triumviro Marco Licinio Crasso, incaricato dal Senato di reprimere la rivolta.

La mostra, ideata e curata da Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini e Lucia Spagnuolo, presenta circa 250 reperti in prestito da tutta Italia e da alcuni grandi musei esteri, i Vaticani, il Louvre, e poi da Mosca, Madrid e Colonia, divisi in 11 sezioni: vincitori e vinti, Spartaco, il mercato degli schiavi, le varie tipologie di schiavi (domestici, agricoli, le donne e il loro sfruttamento sessuale, i bambini), i mestieri che praticavano (prostitute, gladiatori, aurighi, attori, ma anche medici e chirurghi per chi era di maggiore cultura e abilità), lo sfruttamento in cave e miniere, la manumissio che li rendeva liberi, il loro rapporto con i culti.
Il legame col dominus poteva avere molti risvolti, anche sentimentali come rivela il celebre lussuoso bracciale d’oro serpentiforme di Moregine, porto di Pompei sul fiume Sarno, con la scritta dominus ancillae suae, il padrone alla sua schiava (in mostra l’intero corredo). La mostra è perfettamente riuscita nell’equilibrare e mixare reperti antichi, tecnologia digitale, dipinti ottocenteschi (tra cui l’Atleta trionfante di Francesco Hayez dell’Accademia di San Luca) e dieci belle fotografie a tema degli anni Cinquanta e Sessanta sulla piaga della new slavery, che conta ancora oggi circa 21 milioni di individui.
Tra i più importanti pezzi esposti figurano senz’altro il mosaico cartaginese con gli schiavi che preparano un banchetto del Louvre, che presta anche tre piccoli splendidi bronzi e una statua di giovane schiavo nero in bigio morato, varie pitture murali di Pompei dal Mann di Napoli, da cui arrivano anche altri capolavori come la cosiddettaVenere in bikini e il Gruppo della bollitura del maiale. Catalogo De Luca Editori d’Arte.

di Federico Castelli Gattinara, edizione online, 30 marzo 2017


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