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Venezia

Il mistero di Mister Hirst

Top secret sulla monumentale mostra che occuperà i due spazi della Fondazione Pinault

«Treasures from the Wreck of the Unbelievable» (Tesori dal relitto dell’incredibile»)  di Damien Hirst  Foto Christoph Gerigk © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved/Dacs,London/Ars,NY

Venezia. La strategia di creare aspettative contribuisce a decretare il successo di una mostra come nel lancio sul mercato di nuovi prodotti commerciali? Lo sapremo dal 9 aprile, quando a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana, le due sedi espositive veneziane della Fondazione François Pinault, sarà svelato il mistero di «Treasures from the Wreck of the Unbelievable» (Tesori dal relitto dell’incredibile) nuovo progetto del già Young British Artist Damien Hirst visitabile fino al 3 dicembre. La comunicazione della mostra di questi ultimi mesi ha proposto solo pochi teaser e alcune immagini.
Mentre vige una consegna del silenzio che sfida il mito contemporaneo della trasparenza, tentiamo un’intervista impossibile ma non immaginaria alla curatrice indipendente e consulente d’arte contemporanea Elena Geuna. Per Pinault a Venezia, la Geuna si è già occupata, con Guy Tosatto, delle mostre monografiche dedicate a Rudolf Stingel (2013) e Sigmar Polke (2016).
In quale tipologia rientra la mostra di Damien Hirst a Venezia? È un’antologica che include opere già presenti nella collezione Pinault o si basa esclusivamente su un nuovo progetto che caratterizza e accomuna tutti i lavori esposti?
«Treasures from the Wreck of the Unbelievable» è un progetto straordinario e completamente inedito, a cui l’artista sta lavorando da molti anni. La mostra coinvolge per la prima volta entrambi i musei della Pinault Collection, Punta della Dogana e Palazzo Grassi, ed è stata un’esperienza unica lavorare con Hirst a un progetto di tale levatura.
Qual è la logica curatoriale che ha guidato l’utilizzo dei due spazi?
La sfida curatoriale di questa mostra è stata far dialogare una varietà di opere per dimensioni e materiali in spazi così diversi tra loro. Le ampie navate a filo d’acqua di Punta della Dogana consentono la presentazione di opere di grandi dimensioni, mentre le sale a Palazzo Grassi, ultimo palazzo patrizio costruito sul Canal Grande, stimolano un’atmosfera più raccolta; l’artista e io abbiamo quindi cercato di rispettare la vocazione dei due luoghi.
Le anticipazioni della mostra hanno avuto un andamento narrativo, affidato anche a riprese video: un aspetto presente anche in mostra o si è trattato solo di un mezzo per preparare il pubblico a ciò che vedrà a Venezia?
Abbiamo scelto di utilizzare dei brevi teaser per suscitare in modo inconsueto l’interesse del pubblico e avvicinarlo gradualmente alla scoperta della mostra. Le scene che appaiono nei video acquisteranno un significato preciso una volta vista la mostra, come tasselli di un puzzle che solo ricomposti renderanno alla fine la visione d’insieme.
Il relitto di una nave carica di opere d’arte che appare nelle scene da lei citate è una metafora che racchiude molti degli elementi della ricerca di Hirst: l’immersione nell’acqua, il collezionismo,  il concetto di «tesoro», quindi di preziosità dei materiali. E poi il reperto incrostato e corroso dal tempo, il memento mori come unica condizione attraverso cui si può fare e guardare l’arte.
Ciò che mi ha sempre affascinato di Damien Hirst è il suo essere al contempo un artista straordinario e un attento collezionista, come si vede nelle recenti mostre nel suo museo Newport Street Gallery. Temi cari all’artista, come il memento mori, sono sia fonte di ispirazione per la sua ricerca artistica sia un fil rouge che attraversa la sua collezione. Nel 2013, quando abbiamo esposto parte di «Murderme», la collezione privata di Hirst, alla Pinacoteca Agnelli di Torino, un’intera sala della mostra era stata dedicata proprio al tema del memento mori.
Questo progetto sembra delineare anche una dimensione mitologica di Hirst, già tratteggiata in esperienze come quella con il fotografo inglese Rankin («Myths, Monsters and Legends», 2012), almeno a giudicare dalle presenze di una realtà subacquea abitata da creature quali gli ippocampi, per esempio, metà cavalli e metà pesci. È così?
Molteplici sono le collaborazioni con artisti suoi amici, come quella del 2012 con Rankin. Il mito è sicuramente un soggetto che ha sempre interessato molto l’artista, negli anni ha creato ad esempio varie opere raffiguranti cavalli alati e unicorni.
Hirst ha progressivamente attraversato e assunto su di sé tutti i ruoli del sistema dell’arte: artista, curatore, produttore, collezionista. Che cosa vuol dire, in base al rapporto da lei instaurato con l’artista su questo specifico progetto, essere la curatrice di una mostra di Damien Hirst?
Avere l’opportunità di lavorare a questo ambizioso progetto è stata una straordinaria esperienza di condivisione e lavoro d’équipe. È stata anche un’occasione di crescita professionale, ho imparato tantissimo dal confronto con un artista che è anche curatore fin dal 1988, quando aveva concepito e curato «Freeze», la mostra che lanciò gli Young British Artists, sviluppando insieme idee e pensieri.

di Anna Costantini, da Il Giornale dell'Arte numero 374, aprile 2017


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