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Editoriali


Hirst: sfida negli abissi

Che sia costata 60 o 100 milioni di dollari, che questa enormità sia stata finanziata dal pool Pinault-Gagosian-Jay Jopling oppure, come sembra, l’artista abbia sborsato di tasca sua, piaccia o non piaccia la megamostra di Damien Hirst a Venezia, una clamorosa rentrée dopo quasi dieci anni di sostanziale assenza dal palcoscenico, è spettacolare. Non tanto per le opere (ormai l’uomo che mise sotto formaldeide uno squalo tigre ci ha abituato a tutto) quanto perché si tratta di un nuovo tuffo con salto mortale, con un coefficiente di difficoltà altissimo: le quotazioni del più talentuoso degli ex Yba erano colate a picco (proprio come la nave naufragata protagonista della mostra) nelle perigliose acque dell’arte contemporanea.
Il primo tuffo risale al 2008, quando Hirst bypassò le sue gallerie mettendo all’asta da Sotheby’s più di 200 opere che ricalcavano tutte le tipologie da lui sino ad allora praticate, incassando 130 milioni di euro. Le conseguenze a medio termine furono però devastanti: il mercato risultò inflazionato da opere di Hirst. Ma soprattutto l’artista non poteva sapere che mentre i collezionisti di tutto il mondo si contendevano i lotti, il crack della Lehman Brothers dava il via a una catastrofica crisi finanziaria mondiale.

Ora il figliol prodigo tornato sotto l’ala di Gagosian, che aveva clamorosamente ripudiato nel 2012, ci riprova. È difficile dire dove finisca uno spregiudicato gioco speculativo e dove inizi quella sfida al sistema che in fondo, ha sempre fatto parte dell’indole e dell’anarcoide, nichilista e neodadaista poetica del cinquantaduenne ex enfant terrible, che, tempestando un teschio di diamanti, aprì nella maniera più plateale possibile la questione (o la contraddizione) prezzo-valore in un’opera d’arte. Di certo è un azzardo e una parte del capolavoro veneziano è stata la capacità di coinvolgervi Pinault, Gagosian e Jay Jopling. È un gioco pericolosissimo, lontano anni luce da quanto si vede, ad esempio, nelle gallerie di Chelsea zeppe di decorativi dipinti degli infiniti neoastrattisti, gli adepti dello zombie formalism, che furoreggiano sulle pareti dei collezionisti. E mentre molti galleristi vanno a caccia di tesori tra i relitti degli anni Sessanta e Settanta all’epoca arenatisi ai margini del successo, Hirst crea ex novo, 20mila leghe sotto i mari della storia, un vascello naufragato (una sorta di autoritratto, viste le sue vicende personali) e una storia da fantarcheologia, con annessi tesori veri o presunti. Nessuno è obbligato a comprarli (a cifre che per le opere di un certo «peso» partono da 500mila euro), così come nessuno lo era all’asta del 2008. Traspare, tra le righe, una sottile (ma neanche tanto) irrisione dell’artista nei confronti dell’arte come investimento  e di chi ci crede. 

Un grande artista o un cialtrone? La passione per il gioco d’azzardo deve averla ereditata da Francis Bacon, da molti indicato come padre putativo di Hirst, che condivide con lui anche il tema della morte. Ma il gioco di Bacon finiva al tavolo verde; quello di Hirst è parte del suo modus operandi. Le opere sono lì, Gagosian le commercializzerà a darà una mano a Hirst a rientrare in gioco. Sono capolavori o ciarpame? Hirst resterà nella storia o affonderà definitivamente e nessuno si darà la pena di recuperarne la carcassa arrugginita? Ai compratori la scelta. Viene in mente, a proposito di azzardo, un aneddoto sullo stesso Francis Bacon. Ne esistono diverse varianti, una delle quali racconta del pittore che, rimasto al verde dopo una puntata fallimentare, non vuole abbandonare il tavolo e chiede a un altro giocatore di prestargli una cifra considerevole. L’altro tentenna, vuole una garanzia. Bacon gli dà le chiavi del suo studio, dicendogli che potrà prendere ciò che vorrà. Al tizio non sembra vero. Ma Bacon lo sfida in un altro giro di vite nell’azzardo: «Ovviamente, precisa, non posso garantirti che nello studio ci siano opere o solo immondizia». Circolano varie versioni, nessuna delle quali sicura, su come finì la storia.

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  • Treasures from the Unbelievable Wreck. Fotografia di Christoph Gerigk © Damien Hirst and Science Ltd.
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