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«Il Caravaggio errante»: a Siracusa una giornata per fare il punto sul «Seppellimento di santa Lucia»

Il «Seppellimento di santa Lucia» di Caravaggio

Siracusa. La questione non si chiude con un «no», punto e basta. Dopo il parere negativo della Soprintendenza al prestito de’ «Il seppellimento di Santa Lucia» al G7 di Taormina, non si spengono i riflettori su un dipinto che è stato oggetto negli anni di attenzioni troppo discontinue. E dire che si tratta di un capolavoro dell’ultimo Caravaggio.
A tenerli accesi è proprio «Il Giornale dell’Arte». Dopo aver accolto la dichiarazione del restauratore Franco Fazzio che ha ricordato la segnalazione che fece ben dodici anni fa di una macchia sospetta sul retro della tela, rilevata in occasione della campagna di indagini diagnostiche condotte dal Centro per il Restauro di Palermo, abbiamo ritenuto, infatti, che non fosse più rinviabile un momento di confronto e di divulgazione col fine di tenere alta la sorveglianza sullo stato conservativo del dipinto. Immediata la risposta di Lorenzo Guzzardi, direttore della Galleria regionale di Palazzo Bellomo, dove il quadro, di proprietà del Fec, era stato a lungo esposto (dal 1983 al 2006), il quale ha organizzato una conferenza, dal titolo suggestivo «Il Caravaggio errante» (sottotitolo: «Storie di conservazione e fruizione del seppellimento di S. Lucia di Caravaggio»), per il 18 maggio prossimo, in occasione della Giornata Internazionale dei Musei promossa dall’Icom. Un argomento che veste a pennello il tema dell’edizione di quest’anno: «Musei e storie controverse. Raccontare l’indicibile nei musei». Per Guzzardi «il momento di confronto può essere l’occasione per fare il punto non solo sulla salvaguardia, ma anche sulla valorizzazione del dipinto caravaggesco». Da sempre, infatti, la sua collocazione ha visto contrapposti i fautori delle musealizzazione, che lo vorrebbero ricondurre al Bellomo, e quanti ne sostengono, invece, una ricollocazione nel luogo originario, nella chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, nel quartiere della Borgata, per la quale fu realizzato nel 1608 dal Merisi in fuga da Malta.
Qui, nel 2014, la Soprintendenza, sotto la direzione dell’architetto Aldo Spataro, aveva portato a termine il restauro del catino absidale, intervento che sarebbe dovuto servire a stabilire le linee guida di un altro da estendere all’intero monumento. Ancora oggi non lo si è fatto. Sussistono, dunque, le condizioni per riportare il dipinto nella chiesa, che vi aveva fatto ritorno per un breve periodo? Era il 2006, infatti, quando si colse l’occasione del riallestimento del Bellomo per restituirlo all’altare maggiore della chiesa, ma per rimanervi solo cinque anni ed essere, quindi, nuovamente sposato, per ragioni conservative, nell’altra chiesa di Santa Lucia, quella alla Badia, in Ortigia. È qui che tutt’ora si trova, anche se oggi come allora la chiesa non sembra offrire, a parere dei tecnici, migliori condizioni ambientali. Con l’aggiunta di un’ulteriore criticità sotto il profilo conservativo, per l’incomprensibile «palinsesto» dovuto al fatto che il dipinto occulta la «legittima» pala d’altare, il «Martirio di santa Lucia» di Deodato Guinaccia, allievo dell’altro Caravaggio, Polidoro. Una soluzione che doveva essere temporanea e, invece, di anni ne sono passati ben sei.
E, allora, se è vero che non siano garantite condizioni termo igrometriche ottimali, non è proprio il caso di chiedersi a che punto sia quella «macchia», secondo Fazzio, di origine biologica? Più in generale, alla luce di quanto detto, è possibile affermare che l’opera presenti ancora oggi «un discreto stato conservativo» come sostenne il restauratore insieme a Maria Spanò che illustrando le indagini eseguite dai laboratori di Chimica, Fisica, Biologia e Microbiologia del Crprp, offriva «un quadro clinico non disperante»? Di «condizioni conservative accettabili» scriveva anche Maurizio Marini nel catalogo della mostra del Caravaggio a Trapani tra il 2007 e il 2008. Oppure sussiste l’opportunità di avviare nuove indagini che accertino lo stato conservativo del dipinto, in particolare per quella macchia sospetta?

Altra questione è, poi, quella della dubbia qualità estetica dell’attuale soluzione espositiva, che stacca con violenza il dipinto «scuro» dalle abbacinanti scialbature estese, con perverso «horror pleni», su ogni modanatura. Ragioni conservative, ma non solo, dunque, sono quelle su cui ci confronteremo insieme con l’altro storico dell’arte Paolo Giansiracusa (Accademia delle Belle Arti di Catania), a Fazzio, a Guido Meli, già direttore del Crpr all’epoca delle ultime indagini diagnostiche sul dipinto, all’attuale direttore del Centro, Stefano Biondo, e all’avvocato di Legambiente Corrado Giuliano.

di Silvia Mazza, edizione online, 11 maggio 2017


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