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Un posto fuori mano

La copertina del volume di Tiziana Plebani

Il Vega è un luogo tecnologico bizzarro, sospeso tra Venezia, da cui si arriva in dieci minuti con il treno, scendendo alla fantomatica stazione di Porto Marghera, oppure con il bus. In quel punto in cui la Laguna tende alla terraferma, e pesano le memorie industriali, come sempre assai pesanti, di un posto dove per l’inquinamento negli anni Settanta anche ad agosto c’era la nebbia, colpisce una presenza artistica. Si tratta di una grande mano, enorme, ma anche nascosta, sospesa com’è tra il parcheggio e il muro che nasconde il traffico della tangenziale. Si tratta di un’opera dello scultore cileno Mario Irarrázabal, arrivata a Venezia nella celebrata e discussa quarantaseiesima Biennale curata da Jean Clair e dedicata con gesto polemico alla figurazione.
L’autore aveva donato l’opera alla città e poi qualcuno (come sempre nascosto nelle pieghe della burocrazia e quindi in definitiva invisibile), aveva deciso per la improbabile collocazione. Tiziana Plebani racconta questa vicenda con piglio lieve partendo da un episodio autobiografico. Ricostruisce la sua ricerca per comprendere quella misteriosa presenza, il contatto con l’autore che giunge dal Cile, pronto ad adirarsi alla notizia del destino della sua creazione, salvo poi ricredersi quando scopre che nel frattempo la comunità bangladeshi ne ha fatto un proprio idolo, o una icona di riferimento. Un posto dove stare incrocia quindi autobiografia, fiction, cronaca per raccontare l’imprevedibile posto dell’arte nel quotidiano.


Un posto dove stare, di Tiziana Plebani, 170 pp., La Toletta, Venezia 2016, € 15,00

di Luca Scarlini, edizione online, 15 maggio 2017


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