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Grassino tra precarietà e mutazione

Paolo Grassino, Nodi, 2015, fusione di alluminio smaltato, 210x72x83 cm

Roma. Ambientato in un rarefatto paesaggio americano, «Una storia vera» di David Lynch racconta di uomo anziano in viaggio con un tagliaerba a motore. All’improvviso, gli attraversa la strada un cervo maestoso, che è colpito da un’auto in corsa; la guidatrice è disperata perché sostiene di investire sempre lo stesso cervo, poi riprende rapidamente la strada, scomparendo all’orizzonte. Quella scena, in qualche modo, sembra rammentare l’enigmatica coppia di cervi («Fiati», 2017), che Paolo Grassino nella personale daAnna Marra fino al 30 giugno, ha collocato nel cortile, a conclusione dell’itinerario espositivo.
A ben pensare anche il lavoro dello scultore torinese, come il road movie lynchiano, esorta a riappropriarci dei tempi di osservazione della realtà, a esperire, con gli impliciti risvolti psichici, lo spazio dell’esistenza e della natura, costituito da storie che partono da lontano. Intitolata «La sostenibile visibilità dell’assenza» e curata da Lorenzo Respi, la mostra presenta un nucleo di sculture e installazioni e alcune carte della serie «Eclisse» (2017). Grassino vive e lavora a Torino, dove è nato nel 1967. Ha tenuto la prima personale alla Gam di Torino (2000), seguita da altre in spazi museali, anche all’estero. Oltre a partecipare alla «Biennale di Mosca (2011) e alla Bienal del fin del Mundo in Argentina (2014), ha preso parte a collettive in tutto il mondo. La sua ricerca verte su quel labile confine tra «naturale e artificiale, tra precarietà e mutazione in cui si dibatte il mondo contemporaneo», anche per questo ha scelto di recuperare il senso della manualità, lavorando materie come la gomma sintetica, il polistirolo, la cera, il legno ma anche tecniche come la fusione in alluminio o il calco in cemento.
La mostra si apre con «Nodi» (2015), due giovani uomini in posizione fieramente eretta ma la testa coperta da un enorme groviglio di tubi flessibili, prosegue sulle pareti della stanza successiva con due file di crani («C.C.R. Roma», 2017), attualizzazione dell’antica iconografia del «memento mori», con cui lo scultore intende sottolineare la precarietà esistenziale di ogni essere vivente. Verso quei crani è rivolto lo sguardo vuoto dei cervi, animale che in certe culture arcaiche e sciamaniche, raffigura il momento di passaggio dalla vita terrena a quella ultraterrena.

di Francesca Romana Morelli, edizione online, 23 giugno 2017


  • Paolo Grassino, C.C.R. Roma, 2017, spugna sintetica su resina

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