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Icom Italia festeggia 70 anni e giudica la riforma Franceschini

Se non mettiamo da parte la politica non abbiamo più speranza

Secondo la presidente di Icom Italia Tiziana Maffei «il vero nodo è il reclutamento nell’organizzazione dei musei, volontario ma non basato sulle competenze». Il progetto «Adotta un museo»: se ti aiuti, gli altri musei ti aiutano

Tiziana Maffei è la presidente di Icom Italia

Roma. Architetto, dal 2016 Tiziana Maffei guida Icom Italia, che ha aperto a maggio le celebrazioni per i suoi 70 anni. L’International Council of Museums, organizzazione non governativa e senza fini di lucro fondata a Parigi nel 1946 e sei mesi dopo in Italia, «nasce con l’idea di utilizzare i musei come strumento di coesione e costruzione di una visione culturale congiunta a livello mondiale». Riunisce oggi 20mila istituti e 35mila professionisti. Il Comitato nazionale è la principale associazione professionale di settore in Italia, ramificata in coordinamenti regionali e commissioni tematiche.
Architetto Maffei, come nasce e si sviluppa Icom Italia?
Nasce sotto l’egida del nostro Ministero della Pubblica Istruzione, che allora svolgeva le funzioni dell’attuale Mibact; i suoi primi presidenti furono Ranuccio Bianchi Bandinelli, Guglielmo De Angelis d’Ossat e Bruno Molajoli. Fino agli anni Settanta in Italia e a livello internazionale c’è stata una sostanziale coincidenza tra gli organi istituzionali che si occupavano dei musei, i comitati nazionali e la stessa Icom internazionale, tanto che il cofondatore e secondo presidente, Georges Salles, era anche il direttore dei musei francesi. Solo in seguito cambia, si dà una nuova organizzazione e si apre a professionalità diverse e a istituti non solo statali. Con Franco Russoli e lo spostamento a Milano c’è una forte apertura del museo alla comunità, sul filo di una museografia d’avanguardia: basti pensare a Franco Albini e a Carlo Scarpa. Cambia la stessa definizione di museo, non più semplice raccolta ed esposizione di beni, fino ad arrivare all’attuale, molto più dinamica, di istituto permanente al servizio dello sviluppo della società, con funzioni che vanno dalla ricerca alla comunicazione alla mediazione, anche con scopi di studio e di diletto.
Come festeggiate i 70 anni?
Con una rilettura del ruolo dei musei nella nostra società. Icom Italia nel 2016 con il tema dei musei e paesaggi culturali, del rapporto tra collezioni e contesti territoriali, è riuscito a ottenere una riconoscibilità internazionale della nostra museologia come non accadeva da oltre trent’anni. Cioè da quando la cultura è diventata una riserva indiana, per addetti ai lavori, mentre il territorio veniva distrutto dalla speculazione. La riforma Franceschini ha acquisito in toto la definizione Icom di museo, anche se a livello di legge vale il Codice Urbani del 2004, che ancora non cita la funzione di ricerca e la finalità di diletto. I nostri prossimi appuntamenti vanno in questa direzione: vogliamo rileggere le tappe migliori del nostro passato, per esempio la III Conferenza generale del 1953 dedicata alla museografia. Prenderemo spunto dai temi trattati per rileggere la contemporaneità, a Milano in ottobre, a Genova a inizio 2018 e a Napoli sulla museografia archeologica.
Il Premio Icom, triennale, anche quest’anno premierà il museo più attrattivo e aperto al pubblico.

Come valuta la riforma Franceschini?
Quella che chiamiamo col nome dell’attuale ministro è un tentativo di riforma che ha almeno vent’anni: pensiamo agli atti di indirizzo nel 2000, alle commissioni Montella e Bray, al lavoro fatto nella logica di sussidiarietà e sui requisiti minimi dei musei. Con Franceschini c’è stata un’accelerazione rispetto a quel Codice etico internazionale Icom, la cui ultima versione risale al 2004, riconosciuto da 177 Paesi. Mi dispiace molto che si ragioni della riforma nei soli termini dei 20 più 11 musei, mentre ha introdotto un aspetto davvero importantissimo, il Sistema Museale Nazionale, che garantisce requisiti uniformi in tutto il Paese, anche nelle Regioni a statuto speciale, con un’adesione volontaria di ogni museo al di là del fatto di essere statale, comunale o privato. Finora non è stato così. Abbiamo regioni virtuose come Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, regioni che non hanno mai sentito parlare di requisiti minimi come Molise, Basilicata e Calabria, la Sicilia che se ne è fatti di propri, il Friuli che è in ritardo spaventoso. Finalmente, con il Sistema Museale Nazionale, la riforma crea un’infrastruttura culturale basata sugli istituti, che nel 1947, quando Icom nasce, erano 489, oggi sono circa 5mila. Abbiamo investito tanto, spesso con denaro pubblico, però l’Istat rivela che il 68% non è visitato, ed è gravissimo. È un peccato se salta il Sistema Museale Nazionale, concepito in adesione ai principi internazionali sui beni culturali e i musei.
Ma delle fragilità ci sono...
Qui in Italia siamo ancora legati a una visione di museo che raccoglie oggetti e li espone più o meno ben illuminati e comunicati, invece è molto di più, è ricerca, attività, studio. Almeno ci auguriamo che il museo diventi così anche in Italia, dove siamo rimasti molto indietro. La riforma Franceschini stabilisce gli stessi principi del nostro Codice etico. Quindi certo, ci riconosciamo in questa riforma, anche se ci sono elementi di fragilità, ma sono applicativi.
Cioè?
Sono stati fatti errori tecnici, ma la visione è giusta, positiva, e deve essere salvaguardata. Probabilmente non è stata fatta un’analisi accurata delle risorse umane, della situazione di sedi, archivi, depositi, forse non è stato verificato come la riforma poteva concretizzarsi.
E ora ci si mette anche il Tar.
Ribadisco, la questione dei venti musei e dei loro direttori è relativa rispetto a tutto il Sistema Museale Nazionale che si sta creando. Se ci sono degli errori tecnici, sanzionabili dai giudici, bisogna eliminarli. Dispiace pensare che non siano state fatte valutazione accurate sulle modalità con cui si dovevano selezionare i direttori, per quanto sembra un po’ assurdo distinguere direttori stranieri e non. Sarà il Consiglio di Stato a dirci che cosa è giusto.
L’iter del Sistema Museale Nazionale a che punto è a livello legislativo?
Ancora non è legge, anche perché è molto complesso, ma speriamo che si proceda. Il 29 maggio c’è stata un’audizione con Regioni e musei dove si è condiviso l’intero approccio. Mi sembra che tutti, anche i rappresentanti delle Regioni a statuto speciale, condividano il sistema, i requisiti minimi, l’accredito uguale per tutti. Se ci si ferma anche questa volta, se non si mette una buona volta da parte la politica, non abbiamo più speranza. Si arresterebbe anche il messaggio, fondamentale, che non si può investire sulle strutture senza fare altrettanto su risorse e personale. Si è fatta polemica sui direttori dei grandi musei, ma il vero nodo è il reclutamento nell’organizzazione dei musei, che è falsato, che è volontario ma senza pensare alle competenze.
Ma se non si parte dalla mobilità volontaria esplode tutto.
Sì, ma bisogna avere il coraggio di fare, e in modo rapido, l’aggiornamento professionale. Non è pensabile che ancora, a distanza di due anni, gli istituti debbano approvare il loro statuto, la loro identità di missione, e su quella costruire l’organigramma e capire che cosa possono fare. Molti musei autonomi ne sono ancora privi, mentre uno dei principi base del Codice etico è che il museo individui la propria missione, cioè i servizi che vuole svolgere, la propria attività e pianificazione strategica.
Per il terremoto che cosa ha fatto Icom? Lei è anche responsabile del settore Sicurezza e prevenzione.
Non più, diventando presidente c’è stato un passaggio di consegne, ma seguo il tema da vicino. «Adotta un museo» è un progetto internazionale che, al di là della contingenza dell’ultimo terremoto, si vuol attivare ogni volta che un museo è in difficoltà, facendo in modo che la comunità museale possa essere un elemento di sostegno agli istituti in crisi. Il terremoto in Centro Italia ha chiuso 33 piccoli musei, ne ha danneggiati altri e devastato i territori sotto il profilo del turismo. Adesso la situazione è migliore, molte strutture stanno riaprendo. Ci sono stati danni non enormi alle collezioni, molto gravi al patrimonio diffuso, ma i danni maggiori li hanno subiti gli operatori culturali, società di servizi, cooperative, persone che svolgono attività collaterali alle finalità culturali degli enti pubblici. Abbiamo quindi pensato di strutturare quattro linee di azione: due di tipo fisico (con musei di tutta Italia che aiutano i musei in difficoltà nel recupero sia degli edifici che delle collezioni) e altre due dedicate a sostenere le comunità museali (ad esempio il Museo delle Scienze di Camerino, che ha chiesto un mezzo per fare attività sul territorio, aiutato dall’Orto botanico di Padova), compresa la valorizzazione dei territori affinché i turisti non abbandonino le aree colpite, dove opera una rete di microimprese incardinate al turismo culturale.
C’è anche un grave problema di demotivazione delle comunità, molto depresse. Il museo può essere lo strumento per superare tutto questo, per rilanciare con attività culturali che rendano consapevoli le comunità che vivere in luoghi sismici non significa doverli abbandonare. È il museo come presidio di tutela attiva, come elemento di costruzione del pensiero critico delle persone che vivono lì.

di Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 377, luglio 2017



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