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Musei


Eike Schmidt, perché dopo gli Uffizi andrà al Kunsthistorisches di Vienna

Eike Schmidt

Firenze. La figura del direttore di museo e i suoi movimenti sono divenuti  ormai un polo di attrattiva notevole nella nostra società. Non finivano certo sulle prime pagine dei giornali anni fa, mentre ora anche il cittadino medio si interessa a che cosa avviene nelle alte sfere dei beni culturali, essendo il bene culturale un'entità molto glamour sulla quale tutti han qualcosa da dire.
In questo scenario si inserisce anche la comunicazione del futuro incarico di Eike Schmidt, attuale direttore degli Uffizi, alla direzione,  dal 2019, del Kunsthistorisches Museum di Vienna (dove sostituirà Sabine Haag, Ndr)

Molte polemiche sull'abbandono di un incarico in virtù del quale Schmidt ha messo in moto diversi progetti tra cui quello riguardante il Corridoio Vasariano, chiuso da oltre un anno per realizzare un percorso unico che colleghi Uffizi e Palazzo Vecchio a Palazzo Pitti, come ai tempi dei granduchi, svuotandolo quindi degli autoritratti; oppure la diversa collocazione delle opere nel museo con revisione di certi percorsi, tendendo a riunire i capolavori, per una visita più rapida e indolore a certi turisti entusiasti ma frettolosi. Progetti che hanno richiesto investimenti notevoli e interruzione di ricavato di biglietti (quelli del Vasariano) e che ora ci si chiede se avranno seguito oppure se, con un nuovo direttore, non si ricomincerà da capo con altri indirizzi progettuali, a meno che le direttive non vengano date dal Ministero senza tanti margini di scelta.

A chi gli chiede il perché della sua decisione, Schmidt confessa tra le ragioni l'amarezza per il ricorso al Tar contro le nomine di cinque direttori, che avrebbe inevitabilmente coinvolto, qualora il tribunale si pronunciasse a sfavore il 26 ottobre prossimo, anche quelli già nominati in altre sedi, tra i quali lui medesimo.
Qui va chiarito tuttavia, o meglio ribadito, che la colpa del ricorso non è certo dell'Italia che non vuole i direttori stranieri, come molta stampa ha diffuso e come è stato subito cavalcato da coloro che vogliono o credono di esser cosmopoliti, ma del decreto legge 165 del 2001, che stabilisce che le cariche dirigenziali dello Stato, quindi anche quelle dei megadirettori (chiamati a svolgere, per uno stipendio ben più alto, gli stessi compiti dei loro malpagati predecessori), siano ricoperte da cittadini di nazionalità italiana. Decreto del quale Franceschini non si è ricordato quando è stata approvata la legge 106 del luglio 2014, che riguardava appunto le nomine dei nuovi direttori. La cosa singolare è che quel decreto risale al secondo governo di Giuliano Amato, il cui sottosegretario alla presidenza del Consiglio, con delega alle riforme, era proprio Dario Franceschini.
Va inoltre sottolineato che una delle critiche alle nomine dei megadirettori riguardavano le modalità di scelta finale: il concorso statale, nazionale, non si era infatti svolto secondo regole di assoluta trasparenza, come richiesto dalla legislazione italiana. La triade degli aspiranti era stata sì selezionata in base ai titoli, ma poi la nomina fatta a porte chiuse, dal ministro stesso. Particolare non da poco. Questa ricerca di adeguarsi al panorama internazionale, magari anche giustamente, lasciando alle spalle lentezze burocratiche e concorsi infiniti, non poteva esser fatta a dispetto delle leggi vigenti e quanto ne è conseguito appare perlomeno ingenuo.

Ricordiamo inoltre che Schmidt è stato oggetto, nel luglio scorso, della congiunta lamentela di una trentina di funzionari suoi dipendenti, i quali ritenevano di aver visto ridotta la propria autonomia e responsabilità. Intervistato da Chiara Dino sul «Corriere fiorentino» del 3 settembre, Schmidt ha commentato, con un pizzico di ironia, di capire bene la delusione dei suddetti di esser tornati a fare i funzionari, quando prima eran chiamati direttori di dipartimento… A parte il fatto che si potrebbe ricordare che tale qualifica o analoga esiste anche nei dipartimenti di musei stranieri, dove lo stesso Schmidt ha lavorato, quindi perché stupirsene tanto? Ma al di là di questo, resta che in Italia, come d’altronde anche in Francia (per fare un esempio estero) proprio l’essere funzionario implica l'attribuzione di «funzioni» inerenti alla propria professionalità! E questo, solo questo, i dipendenti chiedevano. Le Soprintendenze dovevano esser riformate, su questo possiamo esser tutti d’accordo, ma certo di questo passo il cammino sarà lungo e frammentario.

Molto sollecitato dal clima di pettegolezzo che si è diffuso intorno a questa notizia, Antonio Natali ha finora rilasciato rare dichiarazioni, proprio per non esser tacciato di livore riguardo il suo «licenziamento», che certo è stato doloroso ma lo lascia libero di dedicarsi alla ricerca e alla scrittura, avendo a suo tempo rinunciato al ruolo di docente ordinario di storia dell’arte moderna all’Università proprio per dirigere gli Uffizi. Tuttavia, venuto a conoscenza della recentissima dichiarazione (resa nota dal «Corriere fiorentino») dello stesso Schmidt al «Süddeutsche Zeitung» uno dei più importanti quotidiani tedeschi, sull’importanza di porre fine alla direzione di musei come supermarket, dove si tende a guadagnare il più possibile investendo il meno possibile, Natali ricorda di non aver mai seguito questa politica furba e tesa al profitto.
Nei nove anni che lo han visto alla guida degli Uffizi, Natali ha infatti diretto dodici mostre tutte di alto profilo scientifico e di ricerca (dai tesori del granduca alla scultura lignea del Quattrocento, alle prime monografiche su Piero di Cosimo e Gherardo delle Notti) con l’unica concessione della mostra dedicata a Caravaggio in occasione del quarto centenario della morte, tenendo però conto che le collezioni pubbliche fiorentine (in sostanza Uffizi e Pitti) sono al secondo posto al mondo per il più cospicuo nucleo di opere del maestro e di suoi stretti seguaci. Infine, fa notare di non aver mai cercato la promozione inaugurando mostre dedicate a donne pittrici l’8 marzo. E aggiunge, questa volta proprio fuori dai denti: «Uno che va a Lourdes e riceve un miracolo, subito dopo ringrazia la Madonna e non la insulta come ha fatto invece Schmidt con lo Stato italiano, prendendo accordi con un altro museo straniero a metà del suo mandato [gli incarichi dei «superdirettori» sono quadriennali, Ndr]. Mi chiedo cosa succederebbe in un’azienda che scopra che un proprio manager di spicco, assunto da poco, prende già accordi con un’altra azienda!».

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di Laura Lombardi, edizione online, 5 settembre 2017


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