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Mostre


Prato

La città si fa bella dalla cintola in su

Vicende e e iconografia di una reliquia mariana sulla quale la comunità pratese costruì parte della sua ricchezza

«L'Assunzione della Vergine» (1337-39) di Bernardo Daddi, New York, Metropolitan Museum of Art, Robert Lehman Collection

Prato. Al mito fondativo di Prato è dedicata la mostra «Legati da una cintola. L’Assunta di Bernardo Daddi e l’identità di una città», organizzata dal Comune di Prato, in collaborazione con la Diocesi di Prato, al Museo di Palazzo Pretorio. Curata da Andrea De Marchi e da Cristina Gnoni Mavarelli, la mostra, allestita dal 7 settembre al 14 gennaio negli spazi espositivi recuperati dell’ex Monte dei Pegni, racconta il riscatto di Prato che, da diocesi sottoposta a Pistoia proprio grazie alla reliquia portata dalla Terra Santa nel 1141 dal mercante pratese Michele Dagomari, assurge a luogo di pellegrinaggio frequentatissimo.
«La cintola, un drappo di tessuto, di colore verde di 87 cm in lana finissima, broccata in filo d’oro con ai capi due cordicelle per legarla, spiega Cristina Gnoni Mavarelli, era il cingolo col quale gli apostoli legarono il drappo sepolcrale della Madonna. Moltissime opere furono pensate in funzione di quella reliquia nei secoli, e abbiamo voluto ricostruire la forza di questo mito identitario della città, sia dal punto di vista storico artistico, sia da quello iconografico. La sua importanza deriva anche dall’essere una sorta di “prova” dell’Assunzione della Vergine, evento riferito solo nei testi apocrifi: il dogma dell’Assunzione risale infatti solo al 1950».
La cintola appare per la prima volta scolpita nel bassorilievo dell’architrave del Maestro di Cabestany, scultore romanico del Roussillon, che lavorerà poi anche a Prato, in un’iconografia che precede quella più diffusa in cui la Vergine consegna la reliquia a san Tommaso. «Fulcro della mostra, precisa la curatrice, è la ricostruzione, per la prima volta dalla sua dispersione nel Settecento, del monumentale polittico di Bernardo Daddi, commissionato nel 1337-38 e destinato alla cappella del transetto in cui fu collocata la cintola, dopo il tentativo di furto da parte del pistoiese Musciattino nel 1312». Nella doppia predella è narrato il viaggio della cintola, ricevuta in dote da Dagomari, che in Terra Santa si era unito alla fanciulla Maria, ma che in punto di morte donerà la reliquia alla Pieve di Prato (parte custodita nel Museo) e la parallela migrazione del corpo di santo Stefano da Gerusalemme a Roma, perché si riunisse a quello di san Lorenzo (custodita nei Musei Vaticani), e una terminazione con la Madonna assunta che cede la cintola a san Tommaso (conservata al Metropolitan di New York). «Si tratta di una ricostruzione solo parzialmente “fisica”, precisa Cristina Gnoni, perché la macchina di Bernardo era così imponente che la terminazione sarebbe stata a circa quattro metri di altezza: abbiamo preferito far apprezzare più da vicino la finezza esecutiva dell’artista. La scena centrale con la Morte della Vergine è purtroppo dispersa, ma possiamo ricostruirla attraverso opere che ne trassero ispirazione, come quella di Niccolò di Pietro Gerini». La cintola sarà poi trasferita sul finire del Trecento in altra cappella, con le «Storie della Cintola» affrescate da Agnolo Gaddi, la «Madonna col Bambino» di Giovanni Pisano e la cancellata di Maso di Bartolomeo. E quella reliquia condiziona la fisionomia della cattedrale di Santo Stefano e dell’intera piazza, col pulpito di Donatello e Michelozzo destinato non alle prediche ma alla sua ostensione: «In quegli anni il Comune di Prato si impossessa, per così dire, della gestione della cintola, essendosi reso conto di quanto fruttasse alla ricchezza della città; d’altronde per lo stesso motivo anche Firenze volle far proprio quel culto, come si può vedere, oltre che nel grande tabernacolo di Orcagna a Orsammichele, nelle opere esposte a Palazzo Pretorio. Perfino Siena acquista, nel 1358, una reliquia della cintola (ne circolavano ormai varie...) e si può seguire, attraverso opere di Niccolò di ser Sozzo, Sano di Pietro e altri la diversa iconografia scelta, dove la cintola, anziché esser afferrata da san Tommaso, è lasciata cadere dalle mani della Vergine in volo». Un nucleo di cintole profane di età gotica documenta la bellezza e la carica simbolica di quel genere di manufatto. La cintola figura poi in moltissimi dipinti, come nella santa Caterina del polittico pratese di Giovanni da Milano, o nella pala d’altare di Filippo Lippi per il Convento di santa Margherita, in cui la santa ha le fattezze di Lucrezia Buti, la monaca dalla cui unione con Filippo Lippi nascerà Filippino. La mostra, che comprende anche sculture, miniature e straordinari reliquiari di diverse epoche, soprattutto seicenteschi, per l’ostensione (che avviene tuttora) si avvale del contributo di studiosi quali Claudio Cerretelli, Fulvio Cervini, Keith Christiansen, Marco Ciatti, Enrico Colle, Daniela Degl’Innocenti, Andrea De Marchi, Renzo Fantappiè, Cristina Gnoni Mavarelli, Rita Iacopino, Isabella Lapi Ballerini, Antonio Paolucci, Marco Pratesi, Carl Brandon Strehlke e Diana Toccafondi: di quest’ultima è un saggio antropologico, a testimoniare l’ampiezza di ambiti cui la mostra si rivolge.

di Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 378, settembre 2017


  • Bernardo Daddi, Storie della sacra cintola, Prato, Museo di Palazzo Pretorio

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