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Addio a Lea Mattarella. Il ricordo di «Il Giornale dell'Arte»

Lea Mattarella

Riproponiamo l'intervista a Lea Mattarella, prematuramente scomparsa il 1° gennaio,  pubblicata nell'aprile 2012 su «Vedere a Roma» (periodico free press di «Il Giornale dell'Arte»). Docente di Storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti, Lea Mattarella è stata anche giornalista (di «Repubblica» e prima di «La Stampa») e curatrice di mostre, con una grande passione per la letteratura.

Chi sono i suoi maestri?
Gli scrittori che amo: Musil, Proust Yourcenar. Poi Marisa Volpi, che riempiva le sue lezioni di Storia dell’arte all’università di riferimenti alla letteratura. Per non parlare della grande Lorenza Trucchi.

Lei è curatrice, con Montse Aguer, della mostra «Dalí. Un artista, un genio»aperta fino al 1° luglio al Complesso del Vittoriano. Dalí fu genio della pittura e genio dell’autopromozione: la sua opera d’arte più importante non è stato lui stesso?

Lui avrebbe detto di sì. Basti pensare che ha titolato il secondo volume della sua autobiografia Diario di un genio. Nel primo volume, La mia via segreta, mischiò realtà e fantasia. Diciamo che si è inventato la sua vita per renderla un’opera d’arte.

Fu più persona o personaggio?

Personaggio. La persona in lui non la afferri mai. Per preparare questa mostra ho studiato due anni la sua arte e la sua vita, e posso assicurare che la sua persona è una continua metamorfosi, è come quelle figure molli che abitano i suoi quadri.

Che rapporti ebbe con l’Italia?

Molti, e la mostra li scandaglia tutti. Dal suo amore per la tradizione pittorica italiana e i suo sogno,  anzi la certezza, di essere il nuovo Raffaello, ai suoi numerosi viaggi in Italia, a partire dal ’35, ai lavori di scene e costumi realizzati per Visconti nel «Rosalinda o Come vi piace» di Shakespeare del ’48 all’Eliseo, al progetto di realizzare con Anna Magnani un film su una donna paranoica innamorata di una carriola. Fellini accarezzo l’idea di fare un film sulla vita di Dalí, ma non trovò con la moglie Gala l’accordo sull’attore deputato ad interpretare il ruolo. A Bomarzo Dalí venne folgorato dallo scoperta di sculture del Cinquecento in pieno spirito daliniano. E, nel ’61, per non passare inosservato, si presentò alla Biennale del cinema di Venezia brandendo una pistola giocattolo. È tutto documentato in mostra.

Una mostra monografica di Marco Tirelli aperta a Macro Testaccio fino al 13 maggio reca in catalogo un suo testo. Le rarefazioni astratte di Tirelli e la gravida figurazione surrealista di Dalí sono l’alfa e l’omega del suo gusto?

Diciamo che sono due aspetti del mio mestiere. Dalí rappresenta il mio lato di storica dell’arte, Tirelli quello di critico militante. Negli artisti contemporanei cerco il mondo di Tirelli, la bizzarria di Dalí mi interessa se storicizzata.

Che differenza c’è tra scrittura critica e scrittura giornalistica?

Chi scrive dovrebbe essere in grado di fare entrambe le cose, e sarebbe bello che non ci fosse molta differenza. Io devo molto ai giornali. Mi hanno insegnato la chiarezza, perché se devi «tradurre» una cosa per un lettore che non ha la tua formazione, questa deve essere chiarissima innanzitutto a te. Poi la stessa chiarezza io mi sforzo di portarla nei testi critici, perché io voglio essere capita. Quando uno non è chiaro è perché non ha chiaro che cosa vuole dire.

Cosa pensa della figura del «curator»? Alcuni di essi si vantano di non essere storici dell’arte
.
Questi tipi di “curator” sono un grosso problema per l’arte, perché se non conosci il passato non capisci il presente. Il tuo giudizio è quindi insicuro, e non ti rimane che seguire le mode e il mercato.

Le parole sono il suo mestiere, parole che mette al servizio dell’immagine. Chi vince, la parola o l’immagine?

Io uso le parole per far vedere l’immagine, quindi spero che vinca l’immagine. Ma nella mia vita hanno la stessa importanza: non potrei vivere senza l’arte e neanche senza la narrativa.

Sempre più spesso in articoli, comunicati stampa o anche saggi in catalogo affiorano errori di grammatica e confusioni semantiche. Che cosa sta succedendo alle parole usate al servizio del pensiero sull’arte?

Spesso è la fretta che si mette nel lavoro per farlo apparire un evento, che induce all’errore. Per me si dovrebbe scrivere di meno e leggere di più, anche perché leggere è meraviglioso e chi lo fa si fa un regalo. La responsabile suprema degli errori è infatti per me la televisione, il vero Male dei nostri giorni. La mia si è rotta da mesi e non ho intenzione di ripararla.

Che cosa pensa dell’abuso degli anglismi («site specific» il più gettonato), spesso adottati da chi parla male l’inglese?

E sempre il problema dell’insicurezza. Se sei sicuro di quello che stai dicendo, sarai padrone nel parlare di un’opera realizzata appositamente per il luogo che la ospita.

A partire dal 1993 ha insegnato nelle Accademie di Belle Arti di Palermo, di Macerata, L’Aquila, Milano, Torino, Napoli. Che rapporto ha con gli studenti?

Gli studenti sono la nostra energia. Ti fanno capire che quello che fai è reale. Una grande gioia poi è vederli, dopo anni, artisti che ottengono ottimi risultati, come avvenuto per i miei ex studenti Luca Pozzi, Giuseppe Stampone, Tamara Ferioli e Guglielmo Castelli, che ho anche recentemente presentato in una personale alla Galleria Il Segno.

Si è chiusa a gennaio la mostra al Complesso del Vittoriano che ha curato con Miriam Mafai, «Le donne che hanno fatto l’Italia», mostra per la quale si è occupata delle donne nell’arte. Quello delle donne artiste è un filone di ricerca che le sta a cuore da molto tempo
.
Mi interessa molto l’approccio della donna all’arte. Quando mi incanto su un lavoro spesso scopro che è fatto da una lei.

Esiste una specificità dell’arte al femminile?

Sì, ma non è linguistica. È una tendenza all’autobiografia. È ciò che distingue ad esempio Marisa da Mario Merz, o Antonietta Raphaël da Mario Mafai. Le loro tre figlie sono stati il soggetto quasi unico dell’arte della Raphaël, mentre per Mafai sono state un soggetto fra i tanti.

Il Macro fatica a diventare fondazione. Che segno è?

Negativo. È vero che i musei dovrebbero essere un bene pubblico, ma dato che non riescono a sopravvivere, l’istituto della fondazione, che facilita l’entrata di privati, diventa il male minore.

Del MaXXi che cosa pensa?

È un posto bellissimo, che spero non venga rovinato da una programmazione sbagliata o affidata solo alla moda.

Il museo romano che ama di più?

La Gnam.

Nella sua carriera ha fatto molte interviste. Che cosa prova ad essere intervistata?

Provo imbarazzo e mi chiedo: ma a qualcuno interesserà quello che dico?

Guglielmo Gigliotti, edizione online, 2 gennaio 2018


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