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Addio a Mauro Staccioli, scultore antiretorico

Sue grandi sculture di anelli, aste e mezze lune in luoghi pubblici e con materiali poveri

Lo scultore Mauro Staccioli

Milano. Se n’è andato a 80 anni  nella notte fra il 31 dicembre e il 1° gennaio Mauro Staccioli, lo scultore che ha firmato il grande anello che i romani vedono davanti alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e l’analogo Anello di San Martino con veduta sui campi e le colline nella Val di Cecina, presso Volterra. Era nato nella cittadina toscana nel 1937 e attraverso il gioco dei vuoti, delle curve e delle linee rette si misurava con gli spazi aperti, la terra, la campagna, le prospettive naturali, i bordi di una città o di un paese. È morto a Milano, dove viveva dagli anni Settanta, nello studio. I funerali saranno celebrati a Volterra mercoledì 3 gennaio in forma pubblica e con rito civile. La salma sarà esposta nella Sala del Maggior Consiglio del Palazzo dei Priori dalle 13.30 alle 15, dopo di che partirà il corteo funebre per il cimitero della cittadina affacciata su quelle terre brulle alle quali era rimasto sempre intimamente legato. Tanto è vero che il paesaggio, magari plasmato dall’uomo, quello urbano, era per lui un motivo di confronto, una memoria, una suggestione. Staccioli non amava la retorica né dilungarsi in troppe chiacchiere intorno all’arte. Lavorava anche con le proprie mani, disegnava molto.

Dai folti capelli bianchi con barba bianca nell’età più matura, Staccioli viene ricordato anche per una sua opera alla Biennale d’arte di Venezia che fece scalpore: eresse un muro in cemento e laterizi impenetrabile nel vialetto che porta al Padiglione italiano ai Giardini, esemplificava la distanza tra il visitatore e l’arte stessa e lo riprese Alberto Sordi nel film "Vacanze intelligenti", là dove inserì l’episodio della moglie alla Biennale scambiata per un’opera d’arte mentre cerca riposo su una sedia, il tutto mutuato da un’azione di Gino De Dominicis alla Biennale del 1972. Sua anche la scultura che ha affiancato il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato dalla sua inaugurazione nel 1988 e che restituisce efficacemente una dimensione del suo lavoro: confrontarsi con le leggi della fisica attraverso l’equilibrio, sottile eppure calcolato grammo per grammo, su cui poggiava l’opera in cemento a forma di falce di luna.

Con i suoi tondi, le aste, le mezzelune, Staccioli ha esposto e lavorato in molti paesi. A San Casciano Val di Pesa a sud di Firenze si è cimentato anche con una delle infinite rotatorie, luogo rischiosissimo per un artista e di norma occupato da opere orripilanti, erigendo tre aste come fossero lance incrociate. Questo per dire che non escludeva dal proprio orizzonte luoghi «popolari» e non per questo voleva cedere all’effetto della monumentalità dalla quale rifuggiva. Ed è lungo questa linea di pensiero che amava usare cemento e ferro in quanto materiali poveri, industriali, senza l’aura, o presunta tale, del marmo e del bronzo.

Link: 
Archivio Mauro Staccioli
www.maurostaccioli.org

Stefano Miliani, edizione online, 2 gennaio 2018


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