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Cinquecento, le rotte italo-iberiche della scultura

Diego de Siloé, «San Girolamo» (particolare), Burgos, Cattedrale, Cappella del conestabile

La storia dell’arte si fa con le opere. Un assunto scontato, ma che occorre ribadire perché spesso viene disatteso, soprattutto dagli addetti ai lavori. Roberto Longhi parlava di «critica accostante», ossia un riavvicinamento degli studi al manufatto artistico. Un ritorno alle origini, al ruolo principe dell’opera intesa come «documento primario», come centro di un complesso sistema di rapporti storici e sociali. Questo mondo di relazioni, spesso problematiche, costituisce la quintessenza del volume Napoli e la Spagna nel Cinquecento. Le opere, gli artisti, la storiografia, a cura di Letizia Gaeta (Università del Salento), dedicato ad Adele Condorelli.

Il testo, che raccoglie per buona parte i contributi presentati in occasione del convegno napoletano (Palazzo Zevallos Stigliano, 11 marzo 2016), cerca di scandagliare le «rotte mediterranee» della scultura nella Napoli di primo Cinquecento. Scambi e connessioni italo-iberiche, dunque, il mare come una vera e propria rete internet ante litteram, che collegava culture e luoghi diversi. E su queste strade (non virtuali) dovettero muoversi anche gli scultori spagnoli Bartolomé Ordóñez e Diego de Siloé, i «doi spagnuoli» ricordati dall’umanista partenopeo Niccolò Summonte in una famosa lettera sugli artisti attivi a Napoli, datata 1524, inviata al collezionista e letterato veneziano Marcantonio Michiel.

Summonte, tra le cose notevoli della città, ricordava che: «in la ecclesia di San Ioanne al Carbonaria, nella cappella cominciata per lo signor Galeazzo Caracciolo e ora seguita per lo signor Colantonio, suo figliolo, di opera dorica, è una cona marmorea con li tre magi, Nostro Signor, Nostra Donna e altre figure, fatte per doi spagnuoli, Diego e Bartolomeo Ordogno: cosa assai bona».

Dieci studiosi (Letizia Gaeta; Luciano Migliaccio, Università di San Paolo del Brasile; Maria José Redondo Cantera, Università di Valladolid; Manuel García Luque, Università di Granada; Joan Bosch Ballbona, Università di Girona-Icrpc; Mariano Carbonell Buades, Università Autonoma di Barcellona; Donato Salvatore, Università di Salerno; Stefano De Mieri, Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli; Vicente Lleó Cañal, Università di Siviglia; Rosa Romano, Soprintendenza Abap per il Comune di Napoli, Palazzo Reale), con approcci metodologici diversi, tracciano, attraverso (restituendo nuove opere al catalogo dei due scultori) la rete di tali rapporti culturali nati in quel particolare periodo, con l’obiettivo di ricostituire e restituire al lettore tali segmenti di cultura figurativa.

Un’indagine capillare, fatta di confronti e nuove attribuzioni di opere, restituisce la trama di tale tessuto culturale di primo Cinquecento, che conduce a rimettere in discussione le calme acque del dato già acquisito sull’attività dei due scultori iberici. Questo, spiega la curatrice, «non significa negare il valore di certi studi, che conservano il ruolo di baluardi metodologici, bensì porsi da un’angolazione diversa e scalfire qualche inezia percettiva».

Napoli e la Spagna nel Cinquecento. Le opere, gli artisti, la storiografia, a cura di Letizia Gaeta, 196 pp., Mario Congedo Editore, Galatina 2017, € 38,00

Massimiliano Cesari, edizione online, 8 gennaio 2018


  • La copertina del volume

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