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Se è più visibile l’arte è più democratica

Presentata a Londra l’alleanza mondiale dei musei per liberalizzare le riproduzioni. Obiettivi: condivisione, libero accesso, creazione di standard

La sala dei calchi italiani del Victoria and Albert Museum di Londra

L’8 dicembre al Victoria and Albert Museum (V&A) di Londra è stata presentata una dichiarazione internazionale sull’archiviazione digitale, la documentazione e, in alcuni casi, la riproduzione di opere d’arte. Si chiama ReACH (Reproduction of Art and Cultural Heritage) e ne sono firmatari il V&A, l’Unesco, la Smithsonian Institution di Washington, l’Ermitage di San Pietroburgo, il Vorderasiatisches Museum di Berlino, il Warburg Institute di Londra, il Museo del Palazzo di Pechino, l’Institute for the Preservation of Global Heritage della Yale University e Factum Arte di Madrid. Ci si aspetta che altri ne seguiranno. Il finanziatore del ReACH è la russa Peri Foundation.

Il progetto ha avuto origine dalla mostra del V&A alla Biennale di Architettura di Venezia del 2016, quando la furia iconoclasta dell’Isis era al suo apice. Intitolata «A World of Fragile Parts», la rassegna illustrava l'utilità delle copie per il patrimonio culturale messo a rischio non solo dalla guerra, ma anche dai cambiamenti climatici, dal turismo o semplicemente dal trascorrere del tempo. La dichiarazione è anche una risposta alle vaste possibilità offerte dalle tecnologie digitali (immagini ad altissima risoluzione, stampa 3D, realtà virtuale) sulle quali Google Arts & Culture (già noto come Google Art Project, lanciato nel 2011) ha tenuto corsi intensivi per i musei.

ReACH commemora e dà nuovo slancio allo spirito della quasi dimenticata ma pionieristica convenzione del 1867 per la riproduzione e la condivisione di opere d’ arte per mezzo di calchi in gesso, fotografie ed elettrotipi, iniziata dal primo direttore del V&A Sir Henry Cole. Se Cole aveva concentrato molti contenuti in pochissime parole, la dichiarazione di oggi necessita di quattro pagine formato A4, anche perché i firmatari non sono principi che possano semplicemente impartire ordini.

Il primo obiettivo del ReACH è la riproduzione digitale di opere d’arte a fini documentari, specialmente laddove esse sono a rischio, annotando ciò che è stato riprodotto e perché. Tristram Hunt, direttore del V&A, afferma: «Vogliamo un dialogo globale, non solo sui principali problemi delle riproduzioni digitali, ma su considerazioni in merito al patrimonio culturale in circostanze difficili».

Il secondo obiettivo è incoraggiare le istituzioni e i singoli che hanno creato materiale digitale a condividerlo tra di loro, ma anche a renderlo liberamente accessibile al pubblico «per uso personale e per piacere, per ricerche non commerciali, per uso didattico, scientifico e di studio».

L’obsolescenza digitale è un problema sempre più sentito e il ReACH si impegna a stabilire degli standard che possano essere rivisti e man mano adeguati in funzione dell’evoluzione tecnologica. Prevede che i soggetti che producono le riproduzioni digitali debbano lavorare in collaborazione «per sviluppare sistemi compatibili che consentano lo scambio di dati e metadati su scala globale».

Il team del ReACH ha fatto largo uso di consulenze di esperti e ha tenuto cinque seminari in tutto il mondo nei quali sono stati presi in esame molti dettagli pratici, quali le piattaforme da usare per lo scambio dei dati (Google, Wikimedia o altre). Sul piano giuridico si sono affrontati temi come i diritti di riproduzione, il riconoscimento degli autori o i loro compensi, come prevenire richieste fraudolente di copyright e questioni inerenti alle licenze; sul fronte etico, come le riproduzioni debbano essere realizzate in modo che non possano essere confuse con gli originali.
È stato però molto difficile rendere la dichiarazione liberale e aperta quanto la precedente del XIX secolo.

Alla conferenza stampa della dichiarazione, l’accento è stato posto sulla democraticità dell’immagine digitale. Un relatore ha citato il teorico dell'architettura David Gissen che ha fatto notare come il 95% dei nostri primi incontri con un’opera d’arte avvenga tramite una riproduzione digitale. Questo significa che per le istituzioni culturali sarebbe autolesionistico non rendere le loro opere facilmente accessibili attraverso questo mezzo. Il messaggio è: anziché cercare di limitare e ostacolare le immagini, sfruttatene la popolarità.

Merete Sanderhoff dello Statens Museum for Kunst (Smk) di Copenaghen ha descritto la reazione dello staff quando ha visto i propri quadri utilizzati nella serie televisiva di Netflix «L’altra Grace», tratta da un romanzo di Margaret Atwood. Non hanno contestato o insistito per essere inseriti nei titoli di coda, bensì hanno aggiunto dettagli in merito ai dipinti nella pagina di Wikipedia dedicata alla serie televisiva ottenendo così una visibilità ben maggiore. Con le sue immagini lo Smk fornisce anche «tool box» digitali in modo che la gente possa manipolarle e trasformarle in opere d’arte sempre nuove.

Le intenzioni del ReACH sono state riassunte da Stefan Simon, direttore della Global Heritage Initiatives presso lo Yale Institute for the Preservation of Cultural Heritage: «Questo progetto non è tanto un protocollo quanto piuttosto un processo che si aprirà al mondo».

Anna Somers Cocks, da Il Giornale dell'Arte numero 382, gennaio 2018



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