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I cinesi revocano l’embargo sull’arte coreana

Era stato inasprito dopo che la Corea del Sud aveva installato un sistema di difesa per le tensioni con la Corea del Nord

Un'opera di Nam June Paik alla Biennale di Gwangju nel 1995

Pechino. Dopo undici mesi la Cina ha revocato l’embargo sull’arte sudcoreana deciso dopo lo schieramento di un sistema antimissile statunitense nei pressi di Seongju, a sud di Seul. La decisione di installare il sistema statunitense Terminal High Altitude Area Defence, in risposta alle crescenti minacce nucleari della Corea del Nord, aveva portato a una rottura diplomatica e innescato una rappresaglia da parte della Cina, che considera il sistema antimissile un pericolo per la sua stessa sicurezza. Sull’arte della Corea del Sud era quindi stato posto un embargo ufficioso, così come su altre importazioni economiche e culturali, come la sempre più diffusa musica K-pop e il teatro coreani. La situazione si è risolta il 31 ottobre grazie a negoziati tra i due Paesi. «Non sorprende che gli scambi d’arte siano influenzati dalla politica. Diplomazia e politica sono sempre più forti di arte e cultura. Quello che ha stupito questa volta è che il divieto e l’embargo siano stati così forti e visibili», afferma Eun Yong Kwon, che si occupa di arti visive al Korean Arts Management Service di Seul.

A novembre l’assenza dell’arte coreana si è fatta particolarmente sentire nelle principali fiere d’arte di Shanghai, West Bund e Art021; gli artisti coreani erano esposti solo negli stand di Arario, una galleria coreana che ha una sede a Shanghai. La galleria Kukje di Seul ha portato solo i suoi artisti occidentali e alle gallerie internazionali è stato proibito di presentare arte coreana. «Ho sentito parlare per la prima volta del divieto a marzo mentre eravamo in Cina per preparare una mostra che comprendeva artisti coreani. Ho quindi chiesto permessi speciali che mi sono stati negati», spiega un mercante che preferisce restare anonimo. Prima di presentare la domanda di partecipazione ad Art021, «l’organizzazione della fiera mi ha consigliato di eliminare dalla mia domanda i nomi coreani». A fine aprile anche agli organizzatori della sezione espositiva dello Shanghai Project all’Himalayas Museum era stato vietato di portare artisti sudcoreani: «Non era un vero e proprio divieto, riferisce un membro dello staff dello Shanghai Project, ma in presenza di artisti coreani l'Ufficio culturale semplicemente si rifiutava di accettare la nostra domanda».

La censura in Cina non passa attraverso la legge ma si diffonde tramite voci di corridoio e con autocensure. Un altro museo privato cinese ha rinviato la sua inaugurazione in programma a maggio; per l’apertura era prevista una mostra dedicata al lavoro dell’artista coreano-americano Nam June Paik. Ha invece aperto a settembre con una mostra di un artista tedesco. Anche lo Yuz Museum di Shanghai ha posticipato a data da destinarsi un’importante mostra di quadri coreani Dansaekhwa.

Nell'ambiente dell’arte cinese nessuno ha voluto parlare del recente embargo e persino i coreani erano reticenti, preoccupati di conseguenze negative nei rapporti di affari futuri. «Tutti nel mondo dell’arte cinese sanno che c’è questo divieto», afferma l'anonimo mercante coreano.
Il rischio più grande per una galleria straniera in Cina è la situazione politica. Uno specialista di lunga data del mercato cinese concorda: «È difficile per la gente capire cosa succede perché un giorno il Governo cinese sostiene di avere dei problemi con la Corea e l’indomani decide che va tutto bene».

di Lisa Movius con Melanie Gerlis, da Il Giornale dell'Arte numero 382, gennaio 2018


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