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Il virtuale non sostituirà mai l’esperienza di un Rembrandt dal vivo (ma molta più gente lo vedrà)

A New York il museo in realtà virtuale della collezione Kremer di dipinti antichi olandesi e fiamminghi mira ad amplificare la visita tradizionale

Una veduta del Kremer Museum

Per Joel Kremer dare vita al Kremer Museum di dipinti di antichi maestri olandesi e fiamminghi in realtà virtuale risponde all’obiettivo di «amplificare ed esaltare l’esperienza tradizionale, non di sostituirla».

Inaugurato lo scorso novembre a New York, il museo in realtà virtuale comprende tutti e 74 i dipinti di antichi maestri olandesi e fiamminghi presenti nella collezione di pittura olandese raccolta dal padre di Joel, George Kremer. Quest’anno il museo lancerà un'app utilizzabile da chiunque disponga di uno smartphone compatibile con Google Daydream e di un visore per realtà virtuale (Vr).

«Mark Zuckerberg dichiara di aspettarsi un miliardo di persone in Vr», afferma Joel Kremer riferendosi ai commenti del fondatore di Facebook in occasione del lancio a ottobre di Oculus Go, un dispositivo Vr autonomo che verrà reso disponibile quest’anno. Il successo del museo virtuale di Kremer dipende da questi sviluppi dell’hardware. «Non disponiamo di uno spazio fisico e la nostra collezione è difficile da spostare, continua Joel, ex dipendente di Google. Abbiamo preso parte al Google Art Project, ma sono da sempre alla ricerca della prossima grande novità in termini di distribuzione. Un anno fa ho detto a mio padre: “La realtà virtuale sta prendendo molto piede, che cosa ne pensi di esplorarla? Non ci sono limiti al numero di persone che puoi raggiungere”».

Un progetto che sta molto a cuore a Kremer è il programma Mighty Masters, nell’ambito del quale saranno forniti dispositivi Vr alle scuole più svantaggiate di tutto il mondo. A ottobre, Kremer ne ha tenuto una dimostrazione presso una scuola del Bronx, a New York, e quest’anno Mighty Masters avvierà una collaborazione con l’indiana Delivering Change Foundation per ospitare una gara di disegno aperta a più di un milione di bambini.

L’interno del museo, a metà strada tra l’astronave Enterprise e il Pantheon di Roma, è stato progettato dall’architetto newyorkese Johan van Lierop tra i cui progetti di musei «reali» ci sono le Bloch Galleries del Nelson Atkins Museum. Per Van Lierop «la realtà virtuale è per il XXI secolo quello che il realismo olandese fu per il Secolo d’Oro, consentendo all’osservatore di fuggire in una realtà o in uno stato mentale alternativi».

Un ologramma di George e Ilone Kremer introduce alla collezione, «uno stratagemma, per mostrare tutte le possibilità, spiega Joel Kremer. Per i programmi rivolti ai più piccoli (Mini Masters) vogliamo delle celebrità, ma sarebbe anche una gran cosa avere il nostro restauratore o, dice, un esperto di Rembrandt che parli del dipinto all’osservatore».

Ogni dipinto viene fotografato da angolazioni diverse da 2.500 a 3.500 volte, dopodiché un algoritmo informatico combina le immagini in un modello 3D, un processo chiamato fotogrammetria. A quanto pare si possono osservare craquelure e pennellate, ma al momento la grana di pixel del visore ne rende faticosa la visione. «Il mercato dell’hardware non si è ancora adeguato ai risultati che desideriamo raggiungere», osserva Kremer.

L’operazione deve essere costata una fortuna. Kremer preferisce non sbottonarsi: «Preferiamo non parlare di costi, ma si tratta di un investimento significativo», si limita a dire. E aggiunge: «Noi possiamo prendere decisioni rapide, mentre nei musei ci sono così tanti passaggi e comitati che non è facile disporre velocemente del denaro necessario».

In una tavola rotonda tenutasi in occasione di Art Basel a Miami Beach e intitolata «Musei digitali e pubblico virtuale», Kremer ha dichiarato: «Presteremo a tutte le istituzioni che hanno i nostri dipinti un ulteriore livello di Ra (Realtà aumentata) in modo che i visitatori possano vedere le opere ai raggi X» su uno smartphone o un tablet.

Alla stessa tavola rotonda Shannon Darrough, direttrice per i media digitali al MoMA, ha però difeso la natura sociale dell’esperienza offerta dalla visita di un museo analogico: «Vogliamo davvero entrare in un museo tutto vuoto? ha detto. Sono convinta che la realtà aumentata diventerà più diffusa della realtà virtuale. La gente passa già abbastanza tempo da sola con il proprio telefono».

Partendo dal presupposto che «la realtà virtuale non sostituirà mai l’esperienza di vedere un Rembrandt dal vivo, ma può raggiungere molta più gente», la convinzione di Kremer è che la realtà virtuale rende possibile l’impossibile: «Voglio appendere la “Gioconda” vicino alla “Ragazza con l’orecchino di perla”», annuncia.

Anna Brady, da Il Giornale dell'Arte numero 382, gennaio 2018


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