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Se Erdogan osa sostituirsi ad Atatürk

Il presidente turco farà demolire il centro Akm a Istanbul per costruire il nuovo Teatro dell'Opera

Proteste davanti all’opera di Ron Mueck,  di proprietà del magnate Ömer Koç, esposta  nell’ex residenza di un califfo e per questo  ritenuta offensiva per l’Islam. Foto Diken

Istanbul (Turchia). A novembre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha reso noti i progetti per il nuovo Teatro dell’Opera nella centrale piazza Taksim, che prenderà il posto del Centro culturale Atatürk, costruito nel 1969 in memoria di Mustafa Kemal Atatürk, padre fondatore e modernizzatore della Turchia.

La scelta di affidare il progetto del nuovo centro all’architetto Murat Tabanlioglu è stata intepretata come un gesto di conciliazione da parte di un presidente non avvezzo al compromesso. Il padre di Tabanlioglu, Hayati, fu infatti il progettista dell’edificio originario, noto con le iniziali Akm (acronimo di Atatürk Kültür Merkezi) e considerato una pietra miliare del Modernismo architettonico locale, simbolo della laicità della Repubblica turca fondata da Atatürk mezzo secolo prima sulle ceneri dell’Impero ottomano.

Erdogan, populista con radici islamiche al potere dal 2003, vuole lasciare il segno sulla Turchia, scardinando il potere dell’élite laica, riscrivendo la Costituzione e persino trasformando lo skyline di Istanbul. Nel 2016 ha soffocato un colpo di stato militare, imprigionando decine di migliaia di oppositori con il giro di vite che ne è conseguito. L’arte e la cultura non sono state risparmiate nella spinta a trasformare la Turchia in un Paese che, a parere di Erdogan, meglio rifletterebbe i valori conservatori della popolazione. Al momento della sua apertura, l’Akm, che domina il lato orientale di piazza Taksim, rappresentò una dichiarata affermazione di modernità, grazie anche alla sua architettura libera da riferimenti storici. Erdogan ha chiuso il centro una decina di anni fa in vista di un ammodernamento mai arrivato; anni di abbandono e vandalismo lo hanno trasformato in un guscio vuoto.
Ora il sito verrà interamente ricostruito e comprenderà un complesso di 100mila metri quadrati con teatro, sale per conferenze e cinematografiche, oltre a un ristorante sul tetto.

L’auditorium da 2.500 posti sarà collocato in una semisfera di vetro rosso all’interno della struttura stessa che, a sentire i suoi sostenitori, sarà all’altezza dei teatri di Sydney e Parigi. L’apertura è prevista per il 2019. «È molto gratificante riuscire a tutelare un patrimonio come questo, ma la sua importanza per me va oltre il legame personale. Questo edificio è un simbolo culturale permanente per la Turchia e per il mondo, ha dichiarato Tabanlioglu. Dal momento che con il passare degli anni le esigenze e le funzioni dell’edificio sono cambiate, è necessario un rinnovamento. Per non tradire la memoria collettiva della città, le dimensioni e la facciata degli anni ’60 del Novecento non saranno modificate, ma traghetteremo la struttura nel XXI secolo».

Non tutti sono altrettanto entusiasti. Secondo la Camera degli architetti di Istanbul, il progetto sarebbe stato tenuto segreto, non terrebbe conto della normativa in materia di tutela e conservazione e distruggerebbe un’icona dell’architettura con pochi uguali in Turchia. «È chiaro che Erdogan vuole distruggere un simbolo della Repubblica per sostituirlo con uno del suo Governo», aggiunge la Camera. «La mentalità che si oppone alla ricostruzione dell’Akm è la stessa che cerca di bloccare la lotta della Turchia contro le organizzazioni terroriste», ha dichiarato il mese scorso Erdogan alla presentazione del progetto, respingendo tutte le critiche.

Una retorica così accesa evidenzia ancora più il significato politico rappresentato da piazza Taksim. Nel 2013 è stata il palcoscenico della più grande manifestazione antigovernativa da molti anni a quella parte; migliaia di manifestanti vi si riunirono per impedire a Erdogan di radere al suolo il vicino parco Gezi, dove voleva costruire una copia degli accampamenti ottomani destinata a ospitare un centro commerciale. Esponenti dei partiti di sinistra occuparono l’Akm esibendo sul tetto striscioni inneggianti alla rivoluzione. La rivolta fu soppressa con violenza dalla polizia. Da allora Erdogan ha lasciato un segno indelebile sulla piazza, dando via all’inizio del 2017 alla costruzione di una moschea che gli islamici chiedevano fin dagli anni Cinquanta.

Nel frattempo, a ottobre, una protesta in occasione di una mostra pubblica, ha dimostrato quanto la retorica del presidente abbia rafforzato le istanze dei conservatori. Alcune opere raffiguranti persone nude, parte della mostra della collezione dell’industriale miliardario Ömer Koç intitolata «Doors Open to Those Who Knock», hanno offeso gli islamici, che le hanno considerate un insulto all’edificio dov’erano esposte: una residenza dell’Ottocento già appartenuta al califfo ottomano Abdulmecid. Un piccolo gruppo ha fatto irruzione nell’edificio, tentando di danneggiare «Man Under Cardigan» (1988), opera estremamente realistica dell’artista australiano Ron Mueck, collocata in un caminetto rivestito di piastrelle che i dimostranti avevano erroneamente ritenuto essere il mihrab di una moschea (la nicchia che indica ai fedeli la direzione della Mecca). «Non ci sono prove a sostegno del fatto che questa mostra volesse attaccare i valori sacri della società», aveva dichiarato un portavoce di Koç. I Koç, di orientamento liberale, sono in attrito con Erdogan, la loro società di famiglia ha dovuto pagare multe record in campo fiscale ed è stata esclusa da gare d’appalto statali. Fonti bene informate hanno dichiarato che un museo d’arte voluto dalla Fondazione Koç è rimasto bloccato da cavilli burocratici e ha dovuto rinviare la propria apertura.
I media hanno riferito che gli assalitori non avevano alcun evidente legame con il Governo e che il presunto capo della protesta è stato imprigionato per un breve periodo.

L’incidente ricorda la violenza di cui in passato erano stati bersaglio i visitatori delle mostre, accusati di bere alcolici durante i vernissage, e una scaramuccia alla fiera Contemporary Istanbul del 2016 che aveva costretto l’artista Ali Elmaci a ritirare una scultura di una donna in costume da bagno raffigurante un sultano ottomano.
«In passato il Governo si comportava come se l’arte che non approvava semplicemente non esistesse, sfavorendola pesantemente e togliendole incentivi e sostegno, dichiara Kerimcan Guleryuz, che gestisce l’iniziativa per le arti The Empire Project. Solo di recente la gente ha dovuto affrontare veri problemi legati all’arte. C’è una chiara intolleranza in quella che sembra una strana forma di guerra culturale».

Ciò che i promotori della protesta contro la mostra di Koç non hanno compreso è che il califfo filoccidentale Abdulmecid fu a suo tempo un prolifico pittore di nudi. Il clamore suscitato dalla vicenda ha quindi contribuito a far nascere un grande interesse per questa mostra, che era stata poco pubblicizzata; nella domenica prima della chiusura dell’esposizione, a metà novembre, la coda per entrare faceva il giro dell’isolato.

Ayla Jean Yackley, da Il Giornale dell'Arte numero 382, gennaio 2018


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